Questo commento è uscito domenica 2 ottobre su Repubblica.

Quando ho iniziato a leggere l'Autobiografia erotica di Aristide Gambìa è successo che già alla terza riga mi abbia invaso un'allegria ingiustificata e una risata potente sia venuta su da sola dallo stomaco. È stato incontrare l'espressione “le furibonde esigenze del cazzo” a strapparmela, ne sono convinta. Sgombrerei il campo dal dubbio che si trattasse della risata nervosa e imbarazzata di una signora perbene che si emoziona per le parolacce: non sono quel tipo di signora; garantisco invece che era una risata sana e liberatoria, quella di chi sa benissimo che quelle che chiamiamo parolacce sono parole come le altre alle quali capita la sventura di dover portare i pesi che noi non siamo in grado da soli di reggere. Quando ti succede di incontrare qualcuno che capisce e ripara questa ingiustizia semantica, non importa come va avanti il romanzo: già gli vuoi bene. Se poi questo qualcuno è Domenico Starnone, uno scrittore tra i più raffinati e complessi dello scenario autoriale italiano, il monte di fiducia si erge senza sforzo fino alla credulità più completa. Andando in giro per le pagine di questo straordinario romanzo è facile credere che sia possibile raccontare la vita di un uomo e del suo tempo attraverso l'incontro esplicito con le donne in cui è entrato come maschio. È perfettamente possibile che la vita erotica di Aristide Gambìa appaia in grado di rivelare di lui (e del lettore che si trova a sbirciarla senza veli) più di quanto egli stesso pensa di sapere di sé. Diventa pensabile persino immaginare che il rapporto misterioso tra maschile e femminile, quel suo senso sempre inquinato dai sensi che nessuno è riuscito mai a svelare appieno, possa apparire di colpo comprensibile passando per la via genitale, ma a patto di chiamarla per nome e cognome. Non dirò che il sesso in questo libro è metafora d'altro, perché sarebbe fargli un torto. Il sesso tra queste pagine non ha bisogno di essere giustificato intellettualmente. Quello che fa l'uomo chiamato Aristide Gambìa con le sue diverse e conturbanti compagne di letto si spiega con la carne fino all'ultimo spasmo, con lo sbocco del desiderio straripante di un maschio che solo fino a un certo punto può permettersi di dare alle sue estremità dei nomi pudichi: se vuole dire la propria verità fino in fondo, il pene deve chiamarlo cazzo e la vulva delle sue donne deve chiamala fessa e pucchiacca, parole dialettali con l'innegabile vantaggio di presentarsi alla mente già piene di umori. Quando Aristide Gambìa riceve la lettera di Mariella Ruiz - una donna che non solo chiama le cose del sesso con i suoi stessi nomi e afferma di averle compiute con lui vent'anni prima, ma ha anche qualcosa di sorprendente da rivelargli – tutto cambia: quello che fino a quel momento era stato lo scorrere appena arginato della vena di un desiderio spontaneo comincia a prendere la forma di un percorso di consapevolezza a ritroso, fatto di odori e sapori inconfessabili, infanzie avide di proibito, adolescenze odorose di richiami erotici e soprattutto adultità confuse, quasi mai capaci di immaginare un godimento senza il corrispettivo di un dovere. Ad Aristide Gambìa, brutto, tenero e qualche volta stupido nella sua percezione unilaterale del mondo, ci si affeziona sin troppo presto. Credo dipenda dal fatto che più volte scorrendo la sua storia ci si rende conto che c'è qualcosa di pacificato in questo romanzo e che il senso di compiutezza e risoluzione che si avverte riguarda proprio il maschile, il femminile e la loro messa in scena letteraria, piena di compassione. Più volte tra le sue moltissime pagine mi sono sorpresa a pensare che era bello leggere finalmente un romanzo dove le donne e gli uomini non apparissero marionette ruolanti, ma creature vere, amate e credute dal loro autore a un punto tale che alla fine ci puoi credere senza timore anche tu. Proprio mentre giungevo a questa consolatoria conclusione, Domenico Starnone ha deciso che bastava così, che l'incredulità del lettore non è un bene infinito e che l'autore può sopportare che venga sospesa solo fino a un certo punto: poi bisogna assestare un calcio preciso e violento alla sedia sulla quale il lettore sta seduto e scaraventarlo a terra davanti a tutte le evidenze della finzione. Non è la prima volta che Starnone fa una cosa simile: era già successo in Via Gemito, e più ancora in Prima esecuzione e nell'ultimo romanzo, quello Spavento che così deliberatamente mischiava le carte tra protagonista e autore. In questo romanzo Starnone porta il suo processo di disvelamento fino all'estrema conseguenza, abbattendo tutte le impalcature di cartone tra realismo e realtà. L'ultima parte del romanzo è totalmente destabilizzante e sembra dire al lettore che uno scrittore – sicuramente questo scrittore - non sta raccontando niente se non esplicita di star raccontando di sé. Come a dire che non è l'efficacia narrativa che conta, nemmeno quando, come in questo libro, è alta al punto da poterla definire eccellente senza abusare del termine; conta il meccanismo che la genera e Starnone è davvero convinto che il lettore debba vederlo fino all'ultimo ingranaggio. Sono sicura che mi perdonerà se, da lettore magari un po' demodé, resto del parere che gli ingranaggi in un romanzo siano affari dell'autore.

Commenti  

 
#1 Maria Daniela Pia 2011-10-02 15:41
AVREI PIACERE DI COLLABORARE CON QUESTO BLOG, QUESTO è CIò CHE SONO IN GRADO DI PRODURRE, SE SIETE INTERESSATI NE SAREI ONORATA.Osservare quel che accade nel cortile di questa nostra “cosa pubblica” farlo da cittadini, percependo lo sfacelo, senza che si intraveda la speranza del cambiamento è un’ attività che richiede stomaco. La delusione che deriva dalla lettura della realtà circostante prevede dosi massicce di Malox e quasi auspicherebbe la mancanza di consapevolezza, quella beata ignoranza delle cose che rende tutto più facile, forse. Questa riflessione la sento calzante non solo per le cose nazionali e quindi di ampio respiro, ma anche per quelle piccine che ruotano intorno alle vicende cittadine o paesane. Ci siamo disabituati alla bellezza della trasparenza nelle relazioni, sempre più la doppiezza, l’ interesse e il favore sono la cifra identificativa di chi sta dentro la cosa pubblica . A guardare il modus agendi di tanti lor signori/e si può, sempre più spesso, osservare un comportamento reiterato che non distingue più destre da sinistre ma anzi le accomuna nel metodo: creare una corte che diventi all’ occorrenza anche coorte, protetta da cortigiani fidati, preferibilmente acritici e obbedienti che siano fedeli al re o alla reginella di turno . Si ripropongono insomma schieramenti da tifoseria con i quali è difficile entrare in relazione. Ciò nonostante guardare dalla finestra la sarabanda, e prenderne le distanze, è salutare, consente di vedere, come attraverso una lente d’ ingrandimento, la danza del potere, anche di quello che scambia la piccola sedia impagliata per l’ alto scranno. E’ in questi frangenti che, seppur a stento , si trattiene la passione per la polis, l’ amore per la partecipazione, e si vorrebbe essere indifferenti senza riuscirci. Lo sapeva bene Goethe tanto da far proferire al suo Faust una frase di una bellezza e di una verità quasi insostenibili quando afferma ” Io non cerco la salvezza nell’ indifferenza; il fremito è la miglior parte dell’ essere umano; per quanto il mondo faccia pagare caro il sentimento, l’ uomo quando è commosso e partecipe attinge all’ immensità” Ergo, il sentimento costa caro, ma essere disposti a pagare il privilegio di esprimerlo è necessario per non dimenticare quanto e cosa è costato diventare cittadini. Questo prezzo è spesso la cifra identificativa di coloro che sono disposti a correre il rischio di essere scomodi, invisi persino, poiché scegliendo di stare “fuori dai cerchi” non possono essere catalogati. Sarebbe preferibile, per questa politica da fine impero, che sì fatta gente si lasciasse condurre in un recinto, uno qualsiasi ,laddove più o meno inconsapevolmente si può persino diventare servi volontari. Chiusi nel recinto si sono affrontati da sempre guelfi e ghibellini, e questo , la Storia ce lo racconta, fa parte del gioco, sempre più spesso però il masochismo dei guelfi sta raggiungendo vette sublimi. Così quando la guerra si scatena fra i guelfi bianchi e neri, diventa guerra fratricida, feroce, scorretta. Pare di intravedere in questa analisi, un ritratto della sinistra, nazionale e casereccia, la quale mostra di temere il cittadino che non si lascia imbrigliare al pari della destra . Mala tempora currunt, e non tanto per l’ inoppugnabile bassezza delle cronache nazionali di questo governo becero e triviale, ma perché ancora non si vede all’ orizzonte un panorama libero da appartenenze feudali; così la isquierda , tutt’ al più pettina i capelli alle bambole e smacchia i giaguari e nel frattempo ci siamo dimenticati chi siamo e da dove veniamo e con ansia aspettiamo di scoprire dove andremo .
Daniela Pia
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#2 Concu Pissenti 2011-10-03 04:15
ANCHE IO MI PROPONGO COME COLLABORATORE, come semplificatore di ciò che scrive Maria Daniela. QUESTO E' CIO' CHE SONO IN GRADO DI PRODURRE:
Siamo stufi e disgustati dalla situazione politica attuale, sia a livello nazionale che locale, senza distinzione fra destra e sinistra che agiscono solo per interessi di potere. Cosa dobbiamo fare, adattarci al sistema o far qualcosa per cercare di cambiarlo? Goethe probabilmente avrebbe agito, noi aspettiamo con ansia di vedere cosa succederà.
Poi, nel "cortile della cosa pubblica" ci mettiamo: la corte e la coorte, lor signori/e, il re con la reginella di turno e la tifoseria che danzano la sarabanda, la sedia impagliata e l'alto scranno, i frangenti, la polis, i cerchi e i cataloghi. Nella zona "fine impero" mettiamo il recinto con i servi volontari, i guelfi masochisti(bianchi e neri), i ghibellini, la sinistra casereccia, le bambole pettinate e i giaguari smacchiati; ognuno con la propria cifra identificativa, sennò è un casino
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#3 LauraT 2011-10-03 07:16
Uh, che recensione. Corro a comprarlo e, se del caso, a regalarlo a un po' di maschi eterosessuali di mia conoscenza.
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#4 Michela Murgia 2011-10-03 07:48
Pissenti... :D
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#5 daniela pia 2011-10-04 15:41
Mi è parso di cogliere un accento di stizza in Pissenti, approfitto per scusarmi, non era un commento, non essendo pratica pensavo di inviare una mail per sapere se si poteva avere uno spazio di riflessione aperto.L' introduzione lo spiega.Mi ritiro in buon ordine.
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#6 daniela pia 2011-10-04 15:50
Prego chi si occupa di gestire il sito , vista la mia precisazione di cancellare la riflessione.Grazie
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#7 Alfonso Baruffaldi 2011-10-08 11:57
si faccia vedere da uno psicologo. sicuramente ha avuto problemi in passato ancora più di quelli che probabilmente ha adesso.
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