Parzialmente nuvoloso

Cabras

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Parzialmente nuvoloso

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Questo racconto inedito l'ho scritto ispirata dall'immagine che lo accompagna. Si tratta di una foto della fine dell'800 rielaborata con estro e stoffe dallo stilista Antonio Marras nell'ambito del progetto "Le sedie vestite", realizzato quest'anno per Cabudanne de sos poetas.

marras

L'avresti detto mai, o Babbo, che sarei diventato quello che sono?
Secondo me no, e a vedermi oggi ci sarai anche rimasto male.

Tu avevi già le idee decise per me: farmi studiare tanto, bene e proficuamente, come Gramsci, come Asproni, come studia la gente ricca, che fa i figli dottori e le figlie professoresse contro l'invidia del paese e contro il destino rigido dei figli dei pastori. Non importa se gli altri bambini portavano i pantaloni corti fino a dodici anni: tu a me facevi già mettere quelli lunghi dei grandi, di velluto a righe e stretti in fondo, anche se costavano di più. Mi avevi fatto fotografare con quelli addosso, in piedi vicino alla sedia del salotto, quella dove in trent'anni si saranno sedute sei persone in tutto. Io lo so perché mi hai fatto prendere quella fotografia, Babbo: in piedi vicino al fotografo tu mi vedevi già seduto lì, un impiegato di concetto in pectore, un anticipo di quello che avresti voluto che diventassi.
Tuo figlio, certo.
Ma anche uno studiato, uno che si guadagna il pane tenendo il culo appoggiato a uno scranno. Dottore, avvocato, ragioniere, geometra, comunque signore. Non come te, con la schiena rotta dalla zappa all'oliveto e in vigna. Non come te, con la pelle rigata dal sole preso appresso al bestiame al monte.

I tuoi vicini credevano che tu fossi scemo, babbo.
Chi ha un figlio solo non lo manda a scuola, sennò a seguire il bestiame e il terreno chi ci resta? I vecchi muoiono, ma le pecore restano e qualcuno di casa per loro deve esserci. Non sono le pecore l'eredità dei figli, ma i figli l'eredità delle pecore: questa è la regola da sempre e guai a chi si crede l'eccezione. Non ho mai capito il perché tu avessi deciso che l'eccezione dovessi essere io. Non hai mai letto un libro in vita tua, Babbo, e certo non eri un uomo che avesse mai desiderato essere più di quel che era. Eppure per me hai voluto sognare l'impossibile: libri, banchi, maestri, diplomi, denaro e titoli, tutto quello che nella tua testa voleva dire rispetto, rispetto vero. “Le vigne le incendiano, le pecore le rubano, se hai suscitato invidia te le sgarrettano, ma un dottore è dottore comunque”. Questo credevi e questo ho voluto credere anche io davanti ai tuoi occhi fiduciosi di me. Per anni ce l'ho messa tutta, Babbo. Per anni non ti ho detto mai niente e del resto che senso avrebbe avuto? Le tue orecchie non mi hanno ascoltato mai. Tu avevi già deciso tutto ed era un'offerta così ricca, così onerosa, che nessun altro figlio avrebbe rifiutato. Avessi almeno avuto un fratello addosso a cui scaricare quella tua ansia di vedermi signore! Invece c'ero solo io, un acrobata senza rete che cammina sul filo dei sogni di un altro. Mamma l'aveva capito che non volevo studiare, ma lei era l'unica persona al mondo che ti temeva più di me e così stemmo zitti in due. Ho studiato, Babbo, proprio come volevi tu. Mungevi le pecore alle 4 di notte, tosavi aiutato dai figli dei vicini e mentre facevi il formaggio andavi dicendo che tuo figlio studiava da avvocato; ti prendevano per matto, Babbo, perché è una ricchezza che non suona quella della conoscenza. Tu per qualche motivo misterioso l'avevi capito, ma nessuno dei tuoi vicini poteva fare altrettanto, perché è gente che la distanza tra un povero e un ricco l'ha sempre misurata in pecore. Io invece stavo a Cagliari con la testa china sui libri di diritto civile e penale, e l'ho fatto per anni, tutti quelli che servivano. Alla fine sono diventato avvocato davvero, Babbo, e quel giorno avrei voluto dirti che avevi ragione tu, che studiare serve, ma tu non c'eri più da un anno e mezzo quando io mi sono laureato.

È un peccato, Babbo. La vita a volte ti fa scherzi brutti.
Lo pensavo l'altro giorno camminando verso il monte con il gregge.
So che gli altri ridono e pensano: hai visto il figlio di Bissenti, laureato per finire appresso alle bestie! Non sanno che chi ha imparato a riconoscere il confine silenzioso tra la giustizia e la legge conosce anche la distanza che c'è tra gli uomini e quello che li determina. Non hanno scienza né coscienza. La loro vita è già condanna sufficiente per il reato di essere nati. I figli dei tuoi amici fanno l'unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore. Io invece faccio l'unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.


 

Alcuni diritti riservati. Questo racconto è pubblicato on line sotto Licenza Creative Commons Attribuzione Non-Commerciale-Non opere derivate.

 

ascontiLa legge che impone un tetto agli sconti sui libri sta facendo discutere molto. La mia posizione è nota: ho sostenuto la protesta dei Mulini a vento perché ritenevo la proposta (poi approvata) anche troppo blanda; ciononostante sono contenta che rispetto al far west precedente ora una legge ci sia, per quanto imperfetta. Molti lettori hanno reagito male al mio plauso per questa normativa, offrendomi l'occasione per spiegare cosa significa per me questa legge, cosa tutela e perché era assolutamente necessaria. Ringrazio anche Michele Genchi, perché oggi mi ha chiesto un intervento a commento di un suo articolo di segno diametralmente opposto alla mia posizione, dandomi l'opportunità di illustrarla più chiaramente. Quello che segue è l'intervento di Michele Genchi, che trovate anche sul sito di Bookavenue. Sotto c'è il mio.


 

È € 18,99 -17,99- 19,99 il prezzo migliore? Lo chiedo perché il prezzo al pubblico di titoli di punta degli editori sembra essere in aumento, e i librai tutti nessuno escluso stanno cominciando a sentirne il costo.

Alcuni osservatori ritengono che le edizioni Trade (per capirci: le prime edizioni rilegate) stanno perdendo acquirenti. Ecco alcuni esempi di titoli recenti o poco tali, la cui media del prezzo copertina è ora di 3,00 euro circa superiore di quanto non fosse cinque anni fa.

Autori 2001 /2006 /2011

Child, Lee 19000 lire 14,99 € 19,90 €
Cole, Martina 17000 18,99 € /20,00 €
Cornwell, Patricia 16000 lire 17,99 € 20,00
Cussler, Clive 16000 lire 17,99 € 18,99 € 19,60 €
Follet 20000 lire/ 18,50 €/25,00 €
Gregory, Philippa 16000 lire 17,99 € 18,99 €
Grisham, John 17000 lire/ 18,60 €/ 20,00 €
McEwan, Ian 17000 lire 17,99€/ 20,00 €
Patterson, James 16000 lire / 17,99/ € 21,00€
Steel, Danielle 16000 lire / 17,99€/ 18,50 €
Fallaci 18000 lire/17,00 € /25,00 €

E' un significativo movimento verso l'alto. Ma nel bailamme del dibattito della nuova legge sul libro, non ho ancora sentito nessun libraio cominciare a dire che l'inclinazione verso l'alto dei prezzi sta mettendo fuori gioco gli acquirenti di libri - in particolare gli acquirenti di libri novità/rilegati - e che nonostante le promozioni di alcuni editori la Trade registrerà un calo delle vendite anno dopo anno. Della serie: sapete di cosa state parlando?
Gli Editori sostengono, in modo più o meno convincente, che il prezzo sale, semplicemente perché riflette un mondo in cui i costi di produzione sono in aumento, e nuovi ricavi (e nuovi costi derivanti) dall'evoluzione del digitale non sono ancora misurabili dalla crescita in tale mercato: in Italia vale più o meno l'1% (ma l'e-commerce tradizionale fattura il 6% circa dello stesso prodotto).

Ma avranno conseguenze sul mondo reale, e graverà il fatto che tra un pò lo stesso contenuto sarà disponibile in un formato diverso per un prezzo più basso - ma,(e lo dico ai cari colleghi-librai indipendenti!) è... l'e-book, non il libro in brossura. Pertanto, le grandi case editrici o dovranno considerare il rischio di una sostanziosa svalutazione dei prezzi dei libri a lungo termine, o dovranno riconsiderare le linee di produzione poiché l'effetto sarà quello di spingere i forti acquirenti di libri tra le braccia del Kindle, dell'Ipad e via dicendo, dove i prezzi sono più economici già ora. Per dire ( e due..) che ci sono battaglie che non si vedono come la trave nell'occhio. Fino a quando ci sarà gente disponibile a spendere 40,00 euro per comprare solo due libri?
I Numeri Nielsen relativi al primo semestre di quest'anno dicono un pò questo: le vendite della fiction rilegata (la Trade, appunto) non crescono quanto il loro valore assoluto.

Gli sconti sono una necessità e un forte gesto di solidarietà verso i lettori,

la si faccia finita di credere che l'aver sottratto gli sconti per legge, salverà la pelle alle piccole librerie. Il prezzo medio che il consumatore ha pagato per un titolo  di fiction a copertina rigida quest'anno - è € 18.20 - il più basso nonostante lo scarto di 3euro sul prezzo medio della Trade. Chi sa l'inglese può comprare gli stessi libri per Kindle o Ipad alla metà del costo medio (10,40 euro).
Ma dicono anche: "I dati di giugno relativi ai prezzi al consumo nella distribuzione moderna mostrano un primo segnale di frenata: rispetto a  maggio, mese in cui si è osservato il picco dei prezzi, l’inflazione a carrello è scesa dal +3,6% al + 3,2%. Il raffreddamento dei prezzi al consumo a giugno è stato raggiunto nonostante un nuovo incremento dei prezzi  di alcune materie prime che sta incidendo dall’inizio dell’anno sull’andamento dell’inflazione.(fonte: Nielsen)

La discesa dell’inflazione  è un segnale evidente della necessità per la distribuzione moderna di contenere gli incrementi dei prezzi in un momento economico difficile per le famiglie italiane e per l’intero Paese. Difficoltà confermata dal rallentamento delle vendite osservato nel bimestre maggio-giugno (+1,5 rispetto al +3,9 dei primi quattro mesi dell’anno) e da un ulteriore calo dell’indice di "fiducia" fattore, questo, legato ad un trend negativo in termini di prospettive di lavoro e di finanze personali per i prossimi 12 mesi.

Molti degli editori, che sostengono la legge, dicono che con margini più grandi saranno in grado di aiutare e fornire vantaggi al di là dei prezzi, come le campagne speciali, presentazioni d'autore e altro, se per altro s'intende la colpa che si dà subito alle catene librarie e ad Amazon in fatto di sconti. Non ho ancora sentito nessuno di loro andare nella direzione opposta: riducendo il prezzo di copertina delle prime edizioni e raggiungere il mercato con un prezzo competitivo. Ci si lamenta della GDO, ma alla GDO non sono loro stessi a fornirglieli?

E si badi. Stampare la Trade può risultare il più delle volte antieconomico. Un esperto osservatore commerciale al quale ho detto questo per un riscontro, ha fatto un ulteriore passo avanti: mi ha risposto che c'è stato un massiccio aumento della domanda di produzione in Cina e India che aveva spinto verso l'alto i prezzi, e quindi non ha salvato le loro edizioni (e i consumatori) dall'aumento dei prezzi. Perchè si è costretti a stampare in continuazione pena il rischio di essere sbattuti fuori dal mercato. E tuttavia in un crescendo di vizio di forma dove le note di accredito (delle rese delle librerie) rischiano di compromettere il sistema del conto economico delle novità: ora pesano più del 20% mediamente.

Una provocazione: La scomparsa del cartonato avrebbe un vantaggio poiché consentirebbe agli editori di dare una spinta al marketing su edizioni a prezzi ragionevoli. Una sola data di uscita e un buon supporto marketing a guardia del lancio prima, e della pirateria poi. (la pirateria dei libri stampati è un grave fenomeno di perdite di margine per le case editrici professionali e un lavoro ingrato per chi lo fa, la pirateria degli e-book è facile, ma il gioco non vale la candela).

Non mi spingerei oltre questo. La copertina rigida può essere una anomalia, ma è ancora utile. Sembra più probabile che gli editori astuti potranno semplicemente cambiare le cose, mettere fuori l'edizione digitale e tascabile desiderosi di destinarle al grande pubblico, e in seconda battuta la seguente edizione rigida per chi desidera una versione "Premium" di un titolo stabilito. Ma anche questo sembra lontano nel futuro, ma è interessante che i titoli evidenziati di certi autori sono particolarmente Kindle- IPad-friendly e, forse, oltre a McEwan, non sono suscettibili di essere rivisti; dopotutto la politica di pubblicazione con copertina rigida è ancora un fattore chiave.

Quello che i librai indipendenti dovrebbero capire è che non sono gli sconti messi a disposizione dalle catene il loro nemico, mentre mi pare di capire che passiamo per essere il loro unico obiettivo. Il nemico della libreria indipendente è la mancanza di infrastrutture, di talento personale, in molti casi di conoscenza di mestiere, di bassa qualità degli assortimenti, di mancanza di sistemi informativi capaci di misurare lo stato dell'arte. Il rapporto con i clienti: non è più tempo di soli rapporti one-to-one, oggi la libreria dev'essere una comunità dialogante che gira intorno ad essa con o senza il supporto di quelle virtuali, capace di erogare servizi degni di questo nome e in linea con le aspettative dei lettori. E capita sovente, purtroppo, di avere a che fare con gente che farebbe meglio a stare da tutt'altra parte.

I piccoli editori, spiace dirlo, proprio quelli che insieme ai librai indipendenti hanno fatto di questa legge una battaglia, dovrebbero diffidare un poco dei loro compagni di lotta: nel 2010 i piccoli crescono tanto nelle vendite online (+32,2% sul 2009), in modo significativo nelle librerie di catena (+11,8%). Decrescono invece (-1,3%) nelle librerie tradizionali e indipendenti (fonte Aie).

Infine: la trasmissione del sapere e dei saperi. C'è un grande bisogno di fare formazione intorno alla gestione della libreria perchè, mi spiace dirlo, i commenti che ho letto in questi giorni (uno per tutti: quello del libraio Valentino Castelli [Libreria Pane e Vino, Chiavari (GE)) sono di una miseria intellettuale che fa paura.

Michele Genchi (libraio di...catena)


 

aorroriCaro Michele,
la ringrazio della segnalazione. Ho letto l'articolo che ha scritto con molta attenzione.
Mi trova d'accordo sul fatto che i libri siano troppo cari e non credo affatto che la procedura che porta un libro a costare 19 euro sia determinata dai costi reali di produzione. Ma non bisogna negarci che uno dei fattori per cui le case editrici - soprattutto le piccole e medie - hanno alzato i prezzi oltremodo è stata la necessità di dover reggere le forbici di sconto che la grande distribuzione, l'on line e le catene chiedevano di poter offrire ai loro clienti. Il fatto che alle grandi catene sia stato sinora permesso di esercitare i vantaggi dell'economia di scala con totale spregiudicatezza ha fatto sì che le case editrici scaricassero il recupero dei margini sui lettori, alzando il prezzo di copertina in vista dei numeri garantiti dalla vendita di massa. Per questo le chiedo se siamo certi che l'unica risposta opponibile al caro prezzi del libro sia lo sconto selvaggio, o se invece la possibilità di svendere sempre non sia uno dei fattori che ha contribuito a far lievitare esponenzialmente il costo dei libri.

Non sono invece assolutamente d'accordo con la sua idea dei librai indipendenti. Ne ho conosciuti molte decine in questi anni e non somigliano affatto alla descrizione che ne fa lei. Probabilmente dipende dal fatto che in Sardegna questa figura è molto radicata; nonostante la sofferenza congiunturale è stata la grandissima professionalità di queste persone e la loro capacità di fare rete sul territorio ad aver consentito alle librerie indipendenti di restare aperte e continuare a offrire un servizio anche in territori spopolati dove la grande catena non investirebbe mai un centesimo. Certo che mi fa piacere che lei venda 400 copie di Ave Mary, ma so anche che è stata la figura del libraio indipendente a fare la differenza per me quando non ero che l'ennesimo esordiente di una piccola casa editrice e nessun grosso rivenditore avrebbe sacrificato spazio in scaffale per me. Tra gli inviti a presentare Il mondo deve sapere che ho ricevuto nel primo anno di uscita non figura nemmeno una libreria di catena: erano tutti librai indipendenti, gli unici che ancora investano sulla visibilità del piccolo che vale e non solo sulla popolarità del grande che già vende. Io questo non posso dimenticarlo. Ma fuori dalla Sardegna la mia esperienza delle librerie indipendenti non è molto diversa: salvo pochissimi cialtroni improvvisatori, la stragrande maggioranza dei librai indie è uno spettacolo di inventiva organizzata e offre servizi che in un mondo normale dovrebbero essere la mission di biblioteche, assessorati alla cultura e strutture scolastiche. Basti solo pensare a quante volte dietro alla nascita di un festival (Tuttestorie, Maredilibri, Pralibro, Mantova, Portici di carta...) c'è un libraio, un'associazione di librai o una comunità di persone che è sorta intorno a una libreria. La stessa pratica delle presentazioni con gli autori non nasce nelle grosse catene, ma sempre nel clima intimo e familiare delle librerie autonome, capaci di dialogare in maniera unica con il proprio contesto e di trovare spazi e risorse per generare eventi di rilievo anche dove i piani di investimento di un grosso soggetto più "marketing oriented" sconsiglierebbero di provarci. Mi rifiuto ( e credo che tutti i lettori si debbano rifiutare) di accettare che le logiche di mercato sterilizzino l'incidenza sociale di queste presenze, che sono molto più che imprese commerciali, ma veri e propri animatori culturali del territorio. La battaglia del prezzo non va fatta su chi vende il libro, ma su chi ne decide il prezzo a monte.      

Non sono una talebana, conosco la passione e la professionalità anche di molti librai di catena e non li ho mai dipinti come commessi intercambiabili davanti a libri o zucchine, sebbene pure di quelli ne abbia incontrati parecchi. Ma tra l'approccio indipendente e quello di catena ci sono comunque differenze che non sarebbe corretto far finta di non vedere. In forza di quella differenza considero ingeneroso dire che i librai indie chiudono per colpa propria.

Cordialmente
Michela

Questa riflessione letteraria l'ho scritta per Repubblica.

Quando tutto tace di Alessandro De Roma è un ben strano romanzo. Un ex cantante divenuto agente di spettacolo e poi mediocre imbonitore televisivo si trova oggetto dell'interesse di una donna storpia che sembra voler sapere tutto di lui, soprattutto il suo più doloroso segreto. La relazione tra Nello Bruni e Teresa de Carolis è l'elemento seducente della vicenda e sarebbe sufficente da solo a farne un buon romanzo; ma sin dalla prima pagina De Roma decide di spiazzare il lettore mettendolo davanti a una storia dove i due personaggi e il loro autore agiscono su piani paralleli e comunicanti, varcando i confini con una naturalezza che è allo stesso tempo surreale e giocosa. La meta narrazione è una tecnica letteraria così frequentata che gli autori che ancora hanno il coraggio di servirsene rischiano di essere accusati di uno dei peggiori peccati che uno scrittore possa commettere: la tentata performance, scrivere così per dimostrare di essere capaci di farlo. È un gioco pericoloso, uno di quelli che facilmente possono scadere nella stucchevolezza in mano a uno scrittore meno dotato e scaltro di De Roma. La regola è sempre identica: non sono i personaggi a spostare la loro condizione, ma è l’autore a farsi personaggio con loro, infilandosi nella trama che sta scrivendo. In questo gioco di specchi De Roma padroneggia il ruolo creativo generando un alter ego che inserisce nella vicenda in forma di elemento cogente; ma non è che un altro personaggio, una mise en abyme che sovrappone inganno a inganno, perché tanto più quella maschera sembrerà somigliare allo scrittore, quanto meno intenderà davvero essergli fedele. Alla tecnica del meta romanzo De Roma è affezionato, l'ha già messa in atto nel suo romanzo d'esordio, e per quanto possa sembrare divertente in prima lettura, in realtà è un percorso inquietante. Destabilizza anzitutto lo scrittore che lo compie, perché lo costringe a chiedersi quanto occorra compromettersi con la propria narrazione per poterne preservare l’autenticità. Lo scrittorore sa che non si può raccontare una storia fino in fondo senza accettare di divenirne parte, ma per divenirne parte occorre rinunciare a pretendere di raccontarla veramente. Sin dalla prima pagina chi scrive deve scegliere da che parte stare, accettando la contaminazione con la verità dei suoi personaggi in cambio della perdita di un po’ di autorevolezza narrativa. Scrivere in questo modo è camminare su un filo teso sull’abisso, ma se persino Truman Capote ha finito per guardare in basso troppo a lungo, De Roma non può certo illudersi di esorcizzare il baratro accontentandosi di metterne in scena la pantomima. Neppure il lettore può farlo. Il grado di contaminazione (e dunque di autenticità) a cui deve essere disposto a scendere lo scrittore fonda la sua legittimità sul patto tacito che il lettore faccia altrettanto, perché non è possibile mettersi davvero a nudo davanti a qualcuno che pretenda di fissarti conservando i suoi abiti addosso. Il lettore in Quando tutto tace non ha infatti una vita facile: è costretto di continuo a cambiare soggettiva, ad accettare l’ingaggio con ogni sobbalzo della storia, a farsi esplicitamente supporre dai personaggi che legge e ad agire di conseguenza, sentendosi sempre in bilico tra la tentazione di volersi gustare il gioco narrativo senza preconcetti e il forte sospetto che l’autore abbia perso l'orientamento, facendogli rischiare la fine del delfino spiaggiato. L’affermazione disperata di Nello Bruni, dolente protagonista di una storia fatta di sconfitte da poco, risuona a fine romanzo come un’eco consapevole del pericolo: “Il lettore ci ha abbandonati.” Non significa che ha smesso di leggere, ma che quella lettura ha cessato di rappresentare un contagio, una sovversione, il luogo di transito tra sé e la storia letta. Significa che chi legge si è distaccato, è tornato in sè e ha chiuso la sbarra del confine. De Roma di questo rischio non si cura, anzi riporta continuamente il lettore alla sua condizione di spione sulla soglia. Il miracolo di non mandarlo via del tutto è affidato alla sola forza emotiva dei due personaggi principali del romanzo, Nello Bruni e Teresa de Carolis, un uomo sconfitto dalla mediocrità di sé e un angelo storpio dalla curiosità taumaturgica, che finiranno amici, amanti, sbadato e badante, principio e termine di questa strana storia. Alessandro De Roma non è un esordiente. Ha già dato ampia prova di sé con romanzi come Vita e morte di Ludovico Lauter, La fine dei giorni e Il primo passo nel bosco, tutti usciti per i tipi del Maestrale. Sa scrivere e lo sa. Se proprio bisogna trovare un difetto al giocattolo perfetto di Quando tutto tace è che di quando in quando si intuisce il meccanismo con cui è costruito; non assorda, però se ne ode lo scatto. Sono lampi brevi in cui il sipario sembra farsi più labile sfiorando la trasparenza, ma è una sensazione abbastanza sfuggente da lasciarti il dubbio di essere tu ad aver capito male.

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Questo l'ho scritto per Saturno del 29 luglio 2011

Dimenticatevi la Scandinavia: non è Jo Nesbo il re delle storie misteriose, ma un sacerdote alto e prestante venuto dall’est Europa che si chiamava Karol Wojtyla. Per convincersi che questa non è un’iperbole basta osservare il gran numero di testi saggistici e di inchieste giornalistiche che da diversi anni invade le librerie nel tentativo di portare ai lettori qualche lume in più sulla vita dell’uomo che divenne il più grande papa del Novecento col nome di Giovanni Paolo II. Spesso si tratta di testi con un intento critico e per questo bisogna dare atto agli autori di un certo coraggio: non è facile parlare di Wojtyla in maniera non agiografica. Il papa polacco è stato una figura di tale spessore religioso, politico e umano da essersi guadagnato ben al di fuori degli ambienti ecclesiali un’autorevolezza trasversalmente riconosciuta e un rispetto personale del tutto distinto da quello che per formalità si tributa al ruolo pontificale. Non significa che la sua vicenda sia al di fuori di ogni analisi, ma Wojtyla è un gigante della storia e i giganti per convenzione non si criticano, a meno di voler rischiare di esserne schiacciati. Gli autori che pubblicano testi di inchiesta su di lui non sembrano avere di queste sudditanze psicologiche, forti del fatto che sulla vita di questo eccezionale pontefice brilla una luce così forte che non può non aver proiettato dell’ombra da qualche parte. A parlare di queste ombre Filippo Gentiloni ci provò già nel 1996 con il suo Karol Wojtyla, nel segno della contraddizione (Dalai editore), ma a pontificato non ancora concluso il tabù su Giovanni Paolo II era ancora inviolabile. Oggi ci riprovano Roberto Monteforte con il suo Popestar (Editori Internazionali Riuniti) e soprattutto Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti con il bel saggio Wojtyla segreto, uscito pochi mesi fa per i tipi di Chiarelettere. Quest’ultimo è un’inchiesta ben documentata che indaga l’uomo Wojtyla prima ancora che il papa, e inquadra con chiarezza gli anni oscuri in cui la vicenda della Polonia, terreno di battaglia di tutti i totalitarismi del Novecento, si è intrecciata con la storia personale del giovane Karol, chiave di volta indispensabile per comprendere i terremoti che segnarono l’assetto mondiale durante il suo pontificato. L’inchiesta diventa più dura – ma sempre documentatissima - sugli intrecci economici tra lo Ior e Solidarnosc, sull’appoggio ai movimenti religiosi integralisti e sull’amicizia imbarazzante che Wojtyla ebbe con Marcial Maciel, il discusso fondatore dei Legionari di Cristo. Considerata la fama di papa moderno e aperto di cui gode Giovanni Paolo II, la parte più interessante del libro resta quella che analizza invece la sua opera di restaurazione interna alla Chiesa. Una lettura pacata e equilibrata che non ha la pretesa di negare la grandezza dell’uomo, ma di restituircelo nella sua autenticità. 

Questa mail l'ho mandata a Giulio Mozzi come integrazione al commento che ho scritto la settimana scorsa su Saturno a proposito del libro 10 buoni motivi per essere cattolici (Laurana), scritto da Mozzi stesso con Valter Binaghi. Lo posto per maggior notifica, ma la discussione si sta svolgendo sul sito di Vibrisse.


giuliomozzi_webCaro Giulio,
come promesso ti scrivo meglio che tipo di riflessione ho fatto leggendo il vostro libro; ti autorizzo a renderla pubblica dove ritieni.
Nel parlare di 10 buoni motivi per essere cattolici su Saturno (qui) ho utilizzato l’aggettivo “apologetico” come se si trattasse di una critica, ma per capire in che senso lo è mi sembra necessaria una premessa. La letteratura cristiana apologetica è un discorso fecondo e ininterrotto che parte da Giustino di Nablus e arriva – fate le debite proporzioni – fino a testi contemporanei come Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori. La sua caratteristica è quella di identificare degli avversari e articolare razionalmente un discorso contro le loro tesi. Nella storia dell’apologetica cristiana di rado gli avversari sono stati esterni al cristianesimo, anzi; spesso si è trattato di altri cristiani dalle idee percepite come eretiche. Non è importante che qualche apologeta si sia fatto prendere dallo zelo dell’argomentazione e nel gioco delle accuse sia poi morto eretico a sua volta: quello che conta è che l’apologia, partendo da un presunto dato di ortodossia, è sempre adversus qualcosa o qualcuno. Amo questo approccio solo quando identifica i suoi avversari, isola le loro tesi e le attacca con le armi di cui teologicamente e razionalmente dispone. Ho invece moltissime perplessità (anche teologiche) quando l’apologia diventa una dimensione essenziale e fondativa dell’essere cristiani, perché allora tutto il mondo diventa avversario e l’unica posizione argomentativa assumibile è la difesa a oltranza. Non della fede però, ma di sé stessi in quanto cristiani, che è cosa piuttosto diversa. Viene dritta da questa concezione la teoria di don Giussani secondo la quale il cristianesimo “per porsi deve opporsi”, un’ermeneutica che agisce sempre supponendo il cristiano come naturale antagonista del mondo in cui si trova. Non nego che in certi casi opporsi sia una dimensione senz’altro necessaria, ma non sono affatto certa che si tratti di una conseguenza ontologica dell’essere di Cristo. Da questo punto di vista, benché non siano molte le differenze teologiche tra il papato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI, almeno una c’è: Wojtyla con il suo stentoreo “Non abbiate paura” ha scelto sin da subito di rinunciare simbolicamente alla sindrome della trincea di cui invece la teologia di Ratzinger è del tutto vittima. Ogni volta che mi trovo davanti a un testo, un sito internet, un discorso o un articolo di giornale che descrive i cristiani come gente minacciata che vive (anche solo culturalmente) in un fortino assediato con livello di allerta a DefCon 1 non solo mi sento infastidita come cristiana, ma non posso fare a meno di interrogarmi sulle conseguenze pratiche di questo approccio, tanto più alla luce della recentissima cronaca.

Leggi la scheda del libro nel sito dell'editoreIl titolo del libro, non te lo nego, ha acceso quella spia d’allarme. La dicitura “cattolici” è troppo specifica per non ricordare immediatamente a chi lo legge che il cristianesimo è ridotto in pezzi dagli scismi. Chi legge il titolo 10 buoni motivi per essere cattolici è autorizzato a pensare che l’adversus del libro possano essere gli altri soggetti storici riconducibili a Cristo allo stesso modo in cui 10 buoni motivi per essere cristiani avrebbe fatto pensare all’adversus “Islam” o “Indu” e 10 buoni motivi per essere credenti avrebbe fatto pensare agli atei. Poiché in realtà non è questo il bersaglio logico del libro – lo dice il suo contenuto e me lo hai confermato tu – allora forse si tratta davvero di un titolo fuorviante.

Il fatto che l’antagonista del vostro discorso non siano le altre varianti del cristianesimo non significa però che antagonista non ci sia. Infatti, benché nella prefazione del vostro libro venga scritto esplicitamente che l’intento non è la polemica, c’è una parte del libro in cui la sagoma dell’avversario, anche quando non esplicitamente nominato, è ben distinguibile. Per forza di cose si tratta della parte filosofica che sviluppa Valter Binaghi. I tuoi interventi sono infatti esegetici nel senso più popolare del termine e sono naturale conseguenza della constatazione fondatissima che i cristiani italiani, anche quando si autodefiniscono tali, del cuore della Rivelazione siano spesso infarinati poco e male. L’adversus si sostanzierebbe quindi nell’ignoranza di Cristo di cui sono vittima i cristiani stessi, ma in questa logica i tuoi interventi appaiono più sapienziali e catechetici che apologetici, risultando la parte del testo senz’altro più conforme allo scopo dichiarato nell’introduzione.

Gli interventi di Valter Binaghi sono però di altra natura e generano un’incongruenza – o se vogliamo, una ulteriore complessità – nel discorso che fate insieme. L’adversus nelle parti scritte da lui è spesso esplicito, ma mai definito una volta per tutte. Lungi dall’essere evocati nel discorso i destinatari naturali del testo, cioè i “cattolici per cultura”, vi compaiono invece i teo-con e i radical chic (diciture mai specificate), l’umanesimo ateo (pag.59) e i deliri di onniscienza di marca scientista (pag. 60), i teologi o cristiani percepiti come critici (Vito Mancuso), il Modernismo come sintesi di tutte le eresie e la cosiddetta ideologia democratica in nome della quale si rifiuta l’esistenza e l’autorità del Magistero ecclesiale. Un discorso con così tanti nemici è destinato inesorabilmente a rivelare sulla mappa dialettica la posizione inconfondibile di un fortino assediato. La critica di apologia – che se il libro avesse avuto un altro scopo dichiarato non avrei posto come tale – è rivolta quindi all’argomento difensivo come connotazione specifica del discorso di Binaghi, che fa a pugni con la quarta di copertina tratta dalla prefazione di Avoledo, dove è scritto che “qualcuno cerca di ingannarci, di farci credere che non siamo cristiani. Perché? Perché un cristiano non ha paura. E questo mondo è dominato dalla paura”. Se il cristiano non ha paura, perché mai sta sempre sulla difensiva? Il cattolico come vittima inerme di un mondo malvagio, ignorante e strutturalmente nemico è una narrazione dickensiana difficile da sostenere in un paese in cui l’omelia domenicale del pontefice è una notizia del tg, la Lega pretende l’obbligo di esposizione del crocefisso negli edifici statali e le leggi su questioni di diritti e di coscienza sono pesantemente influenzate da esplicite indicazioni ecclesiali. I singoli cattolici pagano non certo l’adesione a Cristo, ma la crisi di credibilità dovuta all’appartenenza a un soggetto la cui natura mistica è difficilmente coniugabile con le brutture umane di cui spesso si rende protagonista o partecipe. Magari fosse vero che la frattura di cui siamo portatori è quella della croce. Invece, volendo sorvolare sui casi di cronaca con protagonisti bambini o bonifici fiscalmente paradisiaci, lo scandalo di cui siamo chiamati a dare ragione è l’arroccamento su presunte non negoziabilità, il rifiuto di considerarci dentro a un processo storico che pone domande nuove, la distruzione pezzo a pezzo dell’idea di comunità cristiana come collegialità cristocentrica, l’incapacità di vivere la Tradizione come “trasporto da un punto a un altro”, quindi moto, viaggio, tappa su tappa, il contrario della staticità. È l’inadeguatezza davanti alla storia quello che ci rende attaccabili, non certo la fede. È sterile in questo scenario far finta che, al di là dei molti buoni motivi per essere genericamente cristiani, questo non rappresenti un ottimo motivo per smettere di essere specificamente cattolici, dato che la questione della continuità apostolica della Tradizione e quella del primato papale (quindi della linea gerarchica come presunta dimensione strutturale dell’essere Chiesa) rappresentano proprio la nostra peculiarità. Da un libro che dichiara nel titolo di voler dare ragioni per essere cattolici (piuttosto che essere qualcos’altro) è lecito attendersi che questi punti non siano elusi, ma anzi considerati come fondativi del discorso. Invece ci si arriva solo nel capitolo 9 e li si affronta in modo non diretto. Nell’economia del testo questa sembra una carenza ascrivibile alla parte filosofica, dato che sul piano esegetico sono almeno 40 anni che giustificare il primato papale e la visione sclerotica della Tradizione non riesce più a nessuno.

Affermare che tutto il discorso del libro, per quanto valido e argomentato, lascia le cose sostanzialmente come le ha trovate, dal mio punto di vista significa rilevare che lo specifico “cattolico” evocato dal titolo non è stato in realtà affrontato. Nemmeno Maria nel capitolo 7 rappresenta una differenza rilevante: le chiese della Riforma e i fratelli ortodossi contestano i dogmi dell’Immacolata e dell’Assunta perché per i primi sono privi di fondamento biblico (e mica per nulla ci è voluta la forzatura dell’infallibilità papale per poterli definire) e per i secondi rappresentano una lesione ulteriore della “comunione dei beni”, perché incarnano la tentazione cattolico-romana di “fare verità” senza le parti mancanti del corpo ecclesiale. È utile ricordare che però nessuno dei due dogmi fa parte del patrimonio di fede originario sintetizzato nel simbolo di Nicea. Cercare uno specifico in questo è il più fragile degli argomenti.

Ecco perché La mia impressione è che un interlocutore – credente o non credente – che abbia nozioni superficiali o confuse non avrebbe motivo di convincersi di alcuna specificità cattolica dottrinale nel cristianesimo leggendo questo libro. Il che per quanto mi riguarda non rappresenta un difetto in un ipotetico ragionare ecumenico, ma immagino che possa invece esserlo in ordine allo scopo annunciato dal titolo.

Scusa se ti ho risposto solo ora, sono davvero sovraccarica.
Un caro saluto

Michela

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1 Jan 1970
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