Questo è il primo capitoletto dell'instant book Spirito di Corpo, le cui puntate quotidiane saranno raccolte a questo indirizzo per tutta la durata dell'esperimento, cioè fino al 17 maggio.
A.G. – lo chiameremo così per suo pudore – è specializzato in giornalismo da riporto, una branca dell’informazione che consiste nel mettere una notizia sul giornale, archiviarla il giorno successivo e poi andarsela a riprendere dopo qualche anno per riportarla in pagina con un piccolo restyling. Non è difficile: serve un argomento dallo sviluppo lungo, un evergreen buono per tutte le stagioni, poi si cambiano due nomi, si aggiorna quel minimo che serve a rinfrescarla e voilà, la notizia torna in cronaca come nuova. La domenica è il giorno giusto per questo tipo di attività, perché il lunedì la gente compra il giornale solo per lo sport. Qualche paginetta di cronaca la si mette comunque, ma a meno che non crepi Sua Santità in persona, nessuno pubblica uno scoop nel giorno in cui la notizia di maggior interesse nei bar è la rimonta del Selargius in Eccellenza.
Alle 15:00 A.G. è pronto per il suo riporto domenicale. Sollevare un culo come il suo dalla postazione di lavoro richiede uno sforzo ben calibrato. Bisogna conoscere con precisione il proprio peso, perché la pressione sui braccioli deve essere commisurata. Né poca né troppa: esatta. Prova un piacere particolare nel far scricchiolare le ruote della poltroncina prima di lasciarla scivolare all’indietro sotto la tensione dei suoi avambracci. Gli occorre un certo spazio per sfilare dal bordo della scrivania tutti i 102 kg del suo giro vita e alzarsi in piedi per andare in archivio.
E’ domenica e la redazione è semideserta. Chi è al mare, chi a casa, chi a fare i pezzi sulla cronaca sportiva di quartiere e chi in giro a far finta di avere una vita. Qualche collega finisce di sistemarsi il pezzo prima di andar via e dai gesti nervosi sulle tastiere si capisce che ha fretta: nessun giornalista vuole stare in redazione la domenica pomeriggio.
Tranne lui.
A lui non è mai dispiaciuto. Per questo i colleghi lo chiamano “il parroco” e lui lo sa e non si offende. Tanto sanno tutti che non lo fa con lo stesso spirito stakhanovista con cui lo fanno i precari al primo servizio di cronaca nera. Un Articolo Uno come lui, uno che è redattore da anni con tutte le tutele di categoria, non si ferma in redazione la domenica perché ha le ansie da performance, anzi. Tenere il comando del fortino quando la truppa riposa è un privilegio, non uno svantaggio. E’ una questione puramente calcistica: se la Voce Sarda fosse una squadra di calcio, A.G. giocherebbe titolare, maglia sicura e posizione stabile, pubblico in delirio sugli spalti e mangiatori di fegato in panchina a inventare soprannomi. Totti se ne fotte se lo chiamano Pupone. Poi certo, Totti è il capitano, A.G. è un mediano appena dignitoso, ma un titolare è sempre un titolare.
Adora le metafore calcistiche, gli piace usarle anche quando scrive di politica o di cronaca cittadina. “Contropiede di Massidda: mi candido da solo”. “Soru fischiato dalla corte dei conti: niente bilancio creativo”. “Scadenza dei termini, i sardisti si salvano in zona Cesarini”. Giornalista fuori, ma calciatore dentro: A.G. è fatto così.
L’archivio non è distante dalla sua scrivania, ma lui ci arriva lentamente, passeggiando. Sa già cosa cercare. Anno 1998, cronaca di Cagliari, stagno di Molentargius. Un titolo letto mille volte, una cosa come “la lenta morte di uno stagno”. Non ci vuole molto a trovarlo su cartaceo e rendersi conto che era proprio come se lo ricordava: Molentargius evapora ancora sotto il sole estivo, i canali che alimentano l’ecosistema sono sempre interrotti per lavori di bonifica, i fenicotteri rosa sono senza casa etc. etc. Lo sforzo sarà minimo, bisogna solo aggiornare la data al 2011 e il nome del responsabile di Legambiente, che nel frattempo è cambiato. Visto che c’è, A.G. fa un ultimo sforzo creativo convertendo un “drammatico” in “allarmante” e un “rovinoso” in “devastante”. Due capoversi vengono disposti diversamente e l’opera di rivergination è completa: tra la ricerca del pezzo, il ritocco al volo e l’impaginazione non è passata nemmeno mezz’ora.
Attraversa il corridoio tornando a testa alta verso la sua scrivania. Molti neofiti penserebbero che quello che fa è spregevole e non è serio, ma lui sa che il giornalismo da riporto è un’arte nobilissima, strettamente imparentata con la memoria. La gente è superificale, dimentica le notizie troppo in fretta, i giornali sono farfalline di un giorno solo e spesso il lavoro di settimane o di mesi finisce in sei ore ad avvolgere una spigola odorosa al mercato di San Benedetto. Il giornalismo da riporto è contemporaneamente un atto che onora il lavoro dei colleghi e un tributo di memoria a fatti che altrimenti passerebbero troppo in fretta nell’immeritato oblio. Al di là dei cretini che credono alle storie della notizia bomba, non accade tutti i giorni il fatto che cambia la storia. La maggior parte dei giorni non succede proprio niente e il vero scoop è che la notizia è la stessa di dieci anni fa, perché non è cambiato un cazzo nel frattempo.
A.G.aggiunge a questa consapevolezza di mestiere una sua personalissima missione sociale. E’ infatti convinto che riciclare le notizie sia una forma importante di controllo del panico collettivo, perché il lettore si sente confortato dal disastro già familiare e non gli sale l’ansia per nuove emergenze a cui non era psicologicamente preparato. Un lettore che legge notizie riciclate è un uomo più stabile, più sicuro di sé, meno intimorito dal futuro.
Gonfia il petto taurino mentre si riaccomoda soddisfatto alla sua scrivania, finalmente pronto a dedicarsi alla sua attività domenicale preferita: leggere i siti altrui.
E’ in uno di quelli che trova la notizia che lo spiazza. Un corso di giornalismo gratuito organizzato da una scrittrice. “Mi faccio un regalo, offro un corso di giornalismo”. A.G. ha un tremito sulla poltrona e le rotelline cigolano penosamente per la tensione muscolare che le pressa al linoleum. Non aspetta. Prende il cellulare dalla tasca e cerca in rubrica un numero preciso, che compone.
- Pronto, Silvio. Guardati il sito della Marongiu, quella che ha vinto il Premio Monello. C’è una cosa che non sta nè in cielo né in terra.
Qualche secondo di attesa, ascolta il mormorio dall’altro lato della linea, poi fa un gesto stizzito e soggiunge:
- Eh, hai ragione. Venti ragazzi. Non è tollerabile questa cosa. Scendo da te due secondi e ne parliamo? Voglio capire meglio che cosa ha intenzione di fare questa qui. Poi se è il caso ci muoviamo con l’Ordine.
Chiude la chiamata con un assenso in tasca e calibra il peso con precisione sui braccioli per sollevarsi dalla scrivania. Le rotelle stavolta non cigolano neanche, perché il Parroco quando vuole il proprio peso lo conosce alla perfezione.
E stavolta ha tutta l’intenzione di usarlo.
18.05.2012 18:30 -
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