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Questo è il primo capitoletto dell'instant book Spirito di Corpo, le cui puntate quotidiane saranno raccolte a questo indirizzo per tutta la durata dell'esperimento, cioè fino al 17 maggio.


A.G. – lo chiameremo così per suo pudore – è specializzato in giornalismo da riporto, una branca dell’informazione che consiste nel mettere una notizia sul giornale, archiviarla il giorno successivo e poi andarsela a riprendere dopo qualche anno per riportarla in pagina con un piccolo restyling. Non è difficile: serve un argomento dallo sviluppo lungo, un evergreen buono per tutte le stagioni, poi si cambiano due nomi, si aggiorna quel minimo che serve a rinfrescarla e voilà, la notizia torna in cronaca come nuova. La domenica è il giorno giusto per questo tipo di attività, perché il lunedì la gente compra il giornale solo per lo sport. Qualche paginetta di cronaca la si mette comunque, ma a meno che non crepi Sua Santità in persona, nessuno pubblica uno scoop nel giorno in cui la notizia di maggior interesse nei bar è la rimonta del Selargius in Eccellenza.

Alle 15:00 A.G. è pronto per il suo riporto domenicale. Sollevare un culo come il suo dalla postazione di lavoro richiede uno sforzo ben calibrato. Bisogna conoscere con precisione il proprio peso, perché la pressione sui braccioli deve essere commisurata. Né poca né troppa: esatta. Prova un piacere particolare nel far scricchiolare le ruote della poltroncina prima di lasciarla scivolare all’indietro sotto la tensione dei suoi avambracci. Gli occorre un certo spazio per sfilare dal bordo della scrivania tutti i 102 kg del suo giro vita e alzarsi in piedi per andare in archivio.

E’ domenica e la redazione è semideserta. Chi è al mare, chi a casa, chi a fare i pezzi sulla cronaca sportiva di quartiere e chi in giro a far finta di avere una vita. Qualche collega finisce di sistemarsi il pezzo prima di andar via e dai gesti nervosi sulle tastiere si capisce che ha fretta: nessun giornalista vuole stare in redazione la domenica pomeriggio.
Tranne lui.
A lui non è mai dispiaciuto. Per questo i colleghi lo chiamano “il parroco” e lui lo sa e non si offende. Tanto sanno tutti che non lo fa con lo stesso spirito stakhanovista con cui lo fanno i precari al primo servizio di cronaca nera. Un Articolo Uno come lui, uno che è redattore da anni con tutte le tutele di categoria, non si ferma in redazione la domenica perché ha le ansie da performance, anzi. Tenere il comando del fortino quando la truppa riposa è un privilegio, non uno svantaggio. E’ una questione puramente calcistica: se la Voce Sarda fosse una squadra di calcio, A.G. giocherebbe titolare, maglia sicura e posizione stabile, pubblico in delirio sugli spalti e mangiatori di fegato in panchina a inventare soprannomi. Totti se ne fotte se lo chiamano Pupone. Poi certo, Totti è il capitano, A.G. è un mediano appena dignitoso, ma un titolare è sempre un titolare.

Adora le metafore calcistiche, gli piace usarle anche quando scrive di politica o di cronaca cittadina. “Contropiede di Massidda: mi candido da solo”. “Soru fischiato dalla corte dei conti: niente bilancio creativo”. “Scadenza dei termini, i sardisti si salvano in zona Cesarini”. Giornalista fuori, ma calciatore dentro: A.G. è fatto così.

L’archivio non è distante dalla sua scrivania, ma lui ci arriva lentamente, passeggiando. Sa già cosa cercare. Anno 1998, cronaca di Cagliari, stagno di Molentargius. Un titolo letto mille volte, una cosa come “la lenta morte di uno stagno”. Non ci vuole molto a trovarlo su cartaceo e rendersi conto che era proprio come se lo ricordava:  Molentargius evapora ancora sotto il sole estivo, i canali che alimentano l’ecosistema sono sempre interrotti per lavori di bonifica, i fenicotteri rosa sono senza casa etc. etc. Lo sforzo sarà minimo, bisogna solo aggiornare la data al 2011 e il nome del responsabile di Legambiente, che nel frattempo è cambiato. Visto che c’è, A.G. fa un ultimo sforzo creativo convertendo un “drammatico” in “allarmante” e un “rovinoso” in “devastante”. Due capoversi vengono disposti diversamente e l’opera di rivergination è completa: tra la ricerca del pezzo, il ritocco al volo e l’impaginazione non è passata nemmeno mezz’ora.

Attraversa il corridoio tornando a testa alta verso la sua scrivania. Molti neofiti penserebbero che quello che fa è spregevole e non è serio, ma lui sa che il giornalismo da riporto è un’arte nobilissima, strettamente imparentata con la memoria. La gente è superificale, dimentica le notizie troppo in fretta, i giornali sono farfalline di un giorno solo e spesso il lavoro di settimane o di mesi finisce in sei ore ad avvolgere una spigola odorosa al mercato di San Benedetto. Il giornalismo da riporto è contemporaneamente un atto che onora il lavoro dei colleghi e un tributo di memoria a fatti che altrimenti passerebbero troppo in fretta nell’immeritato oblio. Al di là dei cretini che credono alle storie della notizia bomba, non accade tutti i giorni il fatto che cambia la storia. La maggior parte dei giorni non succede proprio niente e il vero scoop è che la notizia è la stessa di dieci anni fa, perché non è cambiato un cazzo nel frattempo.

A.G.aggiunge a questa consapevolezza di mestiere una sua personalissima missione sociale. E’ infatti convinto che riciclare le notizie sia una forma importante di controllo del panico collettivo, perché il lettore si sente confortato dal disastro già familiare e non gli sale l’ansia per nuove emergenze a cui non era psicologicamente preparato.  Un lettore che legge notizie riciclate è un uomo più stabile, più sicuro di sé, meno intimorito dal futuro.

Gonfia il petto taurino mentre si riaccomoda soddisfatto alla sua scrivania, finalmente pronto a dedicarsi alla sua attività domenicale preferita: leggere i siti altrui.

E’ in uno di quelli che  trova la notizia che lo spiazza. Un corso di giornalismo gratuito organizzato da una scrittrice. “Mi faccio un regalo, offro un corso di giornalismo”. A.G. ha un tremito sulla poltrona e le rotelline cigolano penosamente per la tensione muscolare che le pressa al linoleum. Non aspetta. Prende il cellulare dalla tasca e cerca in rubrica un numero preciso, che compone.

- Pronto, Silvio. Guardati il sito della Marongiu, quella che ha vinto il Premio Monello. C’è una cosa che non sta nè in cielo né in terra.

Qualche secondo di attesa, ascolta il mormorio dall’altro lato della linea,  poi fa un gesto stizzito e soggiunge:

- Eh, hai ragione. Venti ragazzi. Non è tollerabile questa cosa. Scendo da te due secondi e ne parliamo? Voglio capire meglio che cosa  ha intenzione di fare questa qui. Poi se è il caso ci muoviamo con l’Ordine.

Chiude la chiamata con un assenso in tasca e calibra il peso con precisione sui braccioli per sollevarsi dalla scrivania. Le rotelle stavolta non cigolano neanche, perché il Parroco quando vuole il proprio peso lo conosce alla perfezione.
E stavolta ha tutta l’intenzione di usarlo.

 

Questa lettera aperta a Sergio Portas fa riferimento al suo articolo uscito su Tottus in pari il 30 dicembre scorso.

 

Caro Sergio,

ho letto con qualche sconcerto l’articolo comparso in questi giorni su Tottus in pari a proposito di quella che definisci “la scuderia” dell’editore Davide Zedda. Forse sai che da tempo insieme a molti altri scrittori (da Sandrone Dazieri a Loredana Lipperini), giornalisti e addetti ai lavori, porto avanti una battaglia di informazione contro l’editoria a pagamento, cioè contro le sedicenti case editrici che non raggiungono il loro fatturato vendendo i libri che stampano, ma facendo pagare agli aspiranti autori la loro pubblicazione. Il business degli editori a pagamento sono gli autori, non il loro talento. Se soggetti pseudo editoriali come le edizioni di cui parli riescono a pubblicare venti libri al mese, è perché hanno trovato venti persone al mese disposte a sborsare dei quattrini per comprarsi l’illusione della dignità di stampa per i propri scritti.

Credo che le signorine che hai trovato al banchetto di Roma si siano dimenticate di dirti che anche il loro editore opera in questa maniera. Nel tuo articolo infatti non compare da nessuna parte il fatto che La Riflessione di Davide Zedda sia una casa editrice a pagamento, e questa mancanza alimenta in chi lo legge il miraggio che al mondo esistano editori dal cuore generoso che pubblicano per bontà i talenti che tutti gli altri editori cattivi hanno rifiutato. Non è così.

L’editoria a pagamento, pur non essendo illegale, causa tre livelli di danno. Il primo è all’autore, che viene illuso che pagare per pubblicare sia una strada per valorizzare il proprio talento, mentre è vero esattamente l’opposto: se è un autore bravo, da quel momento per lui la strada per una casa editrice seria sarà tutta in salita. Se invece è un autore che non ha prospettive, gli verrà alimentata l’illusione del contrario. In ogni caso entrambi hanno sborsato dei soldi, o hanno dovuto firmare impegni d’acquisto dei propri libri, assumendosi il rischio di impresa che in teoria spetterebbe all’editore. La casa editrice non investe niente: non ci sta mettendo i soldi suoi, non ha nessun costo di revisione del testo (la signorina te lo ha detto chiaramente) e  se anche non si vende una copia non ci rimette nulla. Perchè mai dovrebbe investire sulla promozione o la distribuzione del libro, se a questo penserà l’autore attraverso le sue conoscenze e le sue relazioni?
La cosa paradossale è che, se poi il libro per un incredibile colpo di fortuna dovesse avere successo col passaparola, l’autore che ha pubblicato a pagamento sarà sottoposto agli stessi vincoli contrattuali che riguardano gli altri autori non a pagamento. Se ti dicessi che l’autore che pubblica in questo modo è simile a un impiegato che paga il suo datore di lavoro per poter andare in ufficio a lavorare, questo processo ti apparirebbe in tutta la sua assurdità.

C’è anche un inganno causato direttamente al lettore, che qualche volta trova nelle librerie locali queste pubblicazioni di nessuna qualità editoriale, senza neanche la più elementare correzione delle bozze, affiancate a titoli di autori che invece sono stati selezionati con cura e i cui testi sono stati corretti e curati da persone competenti. Una casa editrice seria è una garanzia per il lettore, perché su ogni libro suo c’è un avviso non scritto che dice: “caro lettore, questo libro l’ho letto prima di te, l’ho giudicato buono e ci ho investito sopra dei soldi per farti avere in mano una cosa che ritengo valida. Se ti fidi di me, fidati di questo autore.” Chi compra libri del Maestrale, o di Einaudi, o di Adelphi, sa perfettamente che dietro c’è una qualità editoriale che prescinde dal fatto che il libro ti possa piacere o meno. Con i libri degli editori a pagamento invece si finisce per portarsi a casa, e magari regalarlo, un libro che costa esattamente come un altro, ma dietro il quale non c’è la competenza di nessuno, spesso neanche dello stesso autore, e non c’è alcun patto di fiducia tra editore e lettore. L’altro danno è rivolto agli editori veri, quelli che pagano l’autore per il suo lavoro, anziché farlo pagare, e che tengono in piedi una struttura di professionalità che si prende cura del testo, lo corregge, lo stampa, lo distribuisce, lo promuove e lo accompagna in ogni momento della sua vita editoriale.

Per questi motivi i libri delle case editrici a pagamento non vengono recensiti sui giornali nazionali, non vengono distribuiti nelle librerie attente e i loro autori non vengono invitati ai festival letterari importanti insieme agli scrittori che pubblicano nel vero senso della parola. Per questo motivo io e molti altri autori non presentiamo i nostri libri in librerie che distribuiscono gli editori a pagamento e ovviamente non presentiamo né pubblicizziamo questi autori nelle molte occasioni in cui qualcuno ci chiede un consiglio di lettura, perché farlo significherebbe legittimare il sistema che li sta usando e illudendo. Desidero chiarire che nemmeno uno degli autori sardi viventi di qualche rilievo ha mai pubblicato a pagamento, ma tutti siamo arrivati alla pubblicazione passando per i canali normali dell’editoria, che sono molto più accessibili di quel che si pensi, dato che nessun editore butta via un talento.

Basta crederci, e nel frattempo non buttarsi via.

Quello che segue è l'incipit di un racconto intitolato Hanif che ho scritto per il piccolo editore cagliaritano Arkadia, ed è appena uscito in una bella antologia intitolata Nyx, dove insieme a me hanno scritto sul tema della notte anche Gianluca Floris, Sandrone Dazieri, Anilda Ibrahimi, Alessandro Giammei, Marcello Fois, Silvia Sanna, Nepò, Francesco Abate, Enrico Buonanno, Otto Gabos, Alessandro De Roma, Ivan Libero Lino, Fabio Napoli e Massimo Spiga. Mi piace perché ci sono dentro sei esordienti, a dimostrazione che quando un editore è coraggioso e intelligente il mondo dell'editoria torna ad essere un paese per giovani. Martedì 7 dicembre alle 19:30 saremo a Cagliari nella libreria Piazza Repubblica Libri per incontrare i lettori e incuriosirli a questa strana raccolta di sogni e incubi.

È bella la notte per pensare al giorno, e la notte prima di un giorno di giustizia è tra tutte la più bella.

Hai mai visto un vetro d’automobile che si crepa al contatto con il proiettile di un AK75? Hai mai misurato quanto in fretta si disegnano le fessure della sua ragnatela rigida nella struttura del silicio o quanto è largo il diametro del buco chirurgico che ci rimane? Sai immaginare l’attimo esatto in cui il cristallo curvato ti rifletterà deforme e tu dovrai trovare il coraggio di sparare contro il tuo stesso volto sapendo che al di là c’è quello del tuo bersaglio? Non importa chi sarà, anche se forse lo vedrai per un istante dal foro del proiettile nel vetro, quando avrà già smesso di interessarti, perché non sarà già più il tuo bersaglio.

Meglio  però  che  il  tempo  di  vederlo  tu  non  lo  abbia,  perché  in quell’istante il mondo si fermerà urlando il suo nome e se vorrai restare vivo non dovrai avere la tentazione di starlo a sentire.

Riesci a vederle queste cose?

Se la risposta è no, non provare neanche a farle. Le cose che non sai sognare non sono tue amiche e quando le incontrerai non le riconoscerai e non ti riconosceranno. Non saranno cose sbagliate da fare, ma saranno sbagliate per te: lascia che a farle sia un altro. Non lo insegna forse il Profeta che le cose giuste nascono nell’animo? Ogni cosa germina dentro di noi, viene cullata e misurata come un bimbo, e solo se sognata può fare il suo passo nel mondo. È per questo, Hanif, che nessuna donna mai ti apparirà bella come Tasneem quando l’hai riconosciuta vedendola per la prima volta, dopo averne mille volte cesellato il viso nei pensieri notturni. Lei è la prova che le cose ti accadono solo se sei stato capace di sognare il tuo mondo.

Questo articolo l'ho scritto su Repubblica il 6 settembre.


Valter è uno nato due volte, una da sua madre  e l’altra da un trapianto di fegato senza il quale sarebbe già morto. Valter è stato battezzato tre volte: una con l’acqua santa, una con l’acqua di mare e una con il tacrolimus, il farmaco antirigetto. È per questo che ha due nomi: Valter e Chiedo Scusa, come quel modo di dire un po’ retorico che si usa per farsi spazio tra la gente o per attirare attenzione in un’aula gremita. Però nessuno se dice chiedo scusa si aspetta davvero che lo scusino prima di avanzare imperterrito o di parlare, perché quella è una frase autoefficace, una parola magica: nel momento stesso in cui la pronunci sei già scusato e puoi andare avanti. Valter Chiedo Scusa è uno che va avanti da tutta la vita: cronista di nera in un giornale di provincia, dotato di un senso dell’umorismo capace di depotenziare anche l’orrore dei delitti più mostruosi, non è uno a cui piaccia voltarsi indietro. Non guarda volentieri nemmeno le foto del suo passato, come spesso capita ai figli di padri scomodi. Se è vero che chi lavora in un quotidiano impara presto che la notizia che conta è già quella di domani, Valter Chiedo Scusa di quell’indicazione di metodo ha fatto un programma di vita. Ma anche in una esistenza come la sua, tutta coniugata al futuro, all’improvviso il domani può franarti davanti, smottato in silenzio da una comune epatite virale. Quando ha messo al suo personaggio il nome di Chiedo Scusa, Francesco Abate (accompagnato dal suo vecchio amico Saverio Mastrofranco, quel  Valerio Mastandrea, che forse per pudore ha scelto per questo suo esordio in letteratura un profilo da retrovia) deve averci pensato per forza che anche la malattia è autoefficace come certa cortese retorica: quando la diagnostichi è perché c’è già, puoi solo prenderne atto, e Valter lo realizza nello stesso momento in cui gli comunicano che per restare vivo gli serve tassativamente un fegato nuovo. E anche un telefonino nuovo, che deve restare acceso notte e giorno e portato appresso anche al bagno, con un numero che non deve essere dato a nessuno, tranne che all’ospedale. Quel telefono squillerà una sola volta e in un solo caso: quando l’attesa dell’organo sarà finita. Non è facile aspettare da una redazione di cronaca, un posto dove arrivano continuamente notizie di morti a vario titolo, perché Valter sa perfettamente che l’organo che gli occorre per guarire sarà per forza di cose la conseguenza del dramma di qualcun altro. La sua vita si ribalta, e non solo perché il protocollo della cura è rigoroso e invasivo, ma soprattutto perché quando uno ha il domani ipotecato può capitare che cominci a riconsiderare il presente, e magari anche il passato ridiventa un luogo frequentabile, con tutte le sue ombre. Il presente di Valter è fatto dalle storie di quelli che come lui aspettano la stessa cosa, figure a cui il tocco lieve di Abate regala quel raro equilibrio tra il commovente e il comico che è lontano anni luce dalla retorica. Tra loro c’è gente come Piludu, che sta al day hospital guardato a vista da due carabinieri perché ha un fegato in arrivo ma anche una condanna passata in giudicato, o come il sindacalista Rino detto il Generale, perché sotto l’effetto dei farmaci dava ordini marziali agli infermieri come se stesse giocando a Risiko, o come Lucia, la ragazza cieca che non aveva alcun soprannome, ma in compenso lo aveva messo a tutti gli altri. È lì che anche Valter smette di essere solo Valter e diventa Chiedo Scusa: è la frase che ripeterà nel delirio anestetico del risveglio come un mantra, perché il dono della vita che viene dalla morte di un altro ha il potere di renderti grato per sempre.

Detto senza giri di parole, la storia che ha scritto Francesco Abate in questo libro è una di quelle che nessuno scrittore avveduto propone a un editore, perché solo un editore sprovveduto può decidere di pubblicarla sperando di invogliare qualcuno a leggere il decorso feroce di un’epatite e il terremoto di vita che comporta per il suo protagonista. Malattia è già di per sé una parola ansiogena e tabù. La gente vuole sentire storie di medici, non di malati. Vuole Dr House, E.R. e Grey’s Anatomy, narrazioni dove i pazienti sono personaggi di passaggio e si salvano sempre. Anche Valter Chiedo Scusa si salva, ma la sua salvezza sarà qualcosa di più della somma delle conoscenze mediche con cui verrà curato; per capirla fino in fondo è necessario leggere l’indimenticabile pagina in cui il protagonista va a nuotare nella piscina da dove stanno uscendo le donne incinte che hanno appena finito la preparazione pre parto in acqua; ciascuna di loro lo sfiora in silenzio cercando in quel tocco la benedizione della donna che morendo lo ha salvato con il suo fegato, e leggendo la delicatezza con cui lo narra, il lettore avrebbe il diritto di pensare che Abate sappia esattamente di cosa sta parlando. Niente ansie: non racconta di malattia questo libro, ma di un uomo normale e della sua straordinaria voglia di vivere nonostante tutto. Leggerlo mi ha ricordato che se la parola “sterile” da un lato indica l’apice dell’igiene sicura in cui un trapiantato è vincolato a vivere, dall’altro è il contrario di “fertile”, come se tra vita e malattia scorresse la stessa potenzialità di contagio. Chiedo Scusa è il canto di una guarigione che non passa per la sterilità, un invito a farsi contaminare, a correre qualche rischio in più rispetto alla purezza assoluta del bastare a sé stessi.

specchio-design-per-ingresso-941751Alessandro De Roma è pericoloso nel modo subdolo in cui spesso lo sono i narratori di razza. Però è un uomo sincero, non ha mai finto di essere diverso, e infatti è dal primo libro che io dichiaratamente lo temo.

Ogni volta che esce un suo romanzo mi accosto in libreria con cautela, perché la sua scrittura ha il potere delle verità taciute, la forza di metterti davanti a quello che di te intorbidisce l'aria, l'acqua e il cuore. Non importa che questo scrittore abbia gli occhi limpidi e la faccia simpatica, con l'accento dolce del Guilcer a modulargli le parole tra i sorrisi. Quando scrive viene comunque fuori l'animo chirurgico dell'entomologo sulla mosca, lo scienziato che crocifigge il mondo al suo vetrino con la determinazione di chi cerca la sezione del suo stesso DNA.

E infatti eccoci di nuovo. Dopo il virtuoso Vita e morte di Ludovico Lauter e il modulatissimo La fine dei giorni, la scorsa settimana è uscito - ancora per il Maestrale - un romanzo intitolato Il primo passo nel bosco, un'altra storia costruita con il cesello, dove De Roma spacca la melagrana della trama per farne uscire i personaggi uno a uno, rossi e maturi come chicchi. Serafino e Amalia sono una coppia di coniugi grassi e benestanti, normali come sembriamo essere tutti, ma silenziosamente osceni d'animo. Lui è un commercialista cinico con una inclinazione al sadismo affettivo, lei è in apparenza la vittima perfetta, buona e ingenua, credente nel modo morboso in cui lo sono solo quelli che hanno strozzato le domande in culla per avere in cambio le risposte. Vivono nello Scoglio Fiorito, un mondo finto ai margini di Cagliari, ossimorico anche nel nome. Ce ne sono molti di questi fittizi rioni borghesi sulla strada per Pula e Chia. Hanno nomi come "La Residenza del Sole" e le villette con giardino tutte uguali che denunciano l'utopia di riprodurre nell'urbanistica la dinamica sociale del paesello da cui si è fuggiti per andare a lavorare nel grande centro urbano. Di queste quinte di cartapesta con l'orrore dentro ne aveva scritto l'anno scorso Giorgio Falco nel bellissimo L'ubicazione del bene, ambientato nell'hinterland milanese. De Roma ci mostra il profilo cagliaritano di questa inquietante Wisteria Lane, fatta di panadas e tziliccas fatte in casa e gatti trucidati, di gruppi di preghiera infiammati d'amore che reggono finzioni di normalità, di maternità sterili e sterilità materne che a tratti si confondono nelle mosse minimali di questo microcosmo malato. Ha il gusto di Carver per le piccole cose oscene dell'umanità, De Roma. Gli piace l'odio per la foglietta di prezzemolo che tra i denti dell'altro appare e scompare al rallentatore durante la masticazione; ama il disegno criminale che matura nei piccoli gesti quotidiani, la mano che al pranzo con i suoceri spappola l'ultimo bignè pur di non lasciarlo a nessun altro. Fa paura il mondo di Serafino e Amalia, perché ci si intravede dentro il confine impalpabile tra normalità e follia che segna anche i nostri perimetri. Questi due sono noi in pectore, sono nostra madre e nostro padre, sono i nostri vicini di casa, tutti gli Olindo e Rosa che ci camminano accanto in attesa dell'attimo fatale - il primo passo nel bosco - che volta la carta e costringe tutti a fare un gioco nuovo. Leggetelo questo libro. Si capisce benissimo che solo fino a un certo punto si può essere quel che si vuole. Poi si può essere solo quello che si è.

Leggetelo anche perché la scrittura di questo narratore è spietata, perfetta, senza cascami di maniera. E' la scrittura che un lettore esigente e avido cerca tra gli scaffali in mezzo a mille delusioni patinate. Che bello trovarla, che meraviglia...

circa 3 ore fa @valeriafioranti @concitadeg Sono foto bellissime! Complimenti! (ci sono pochi scatti di Gifuni, però... che era un gran bel vedere!)
circa 7 ore fa @xelenaledda Auguri, sa sposa!
circa 11 ore fa E domani me ne vado a Napoli dalla Parrella e dalla sua Galassia! 18,30, Chiostro maiolicato dei Girolomini, con Rossella Milone.
circa 12 ore fa @ElenaTwitta Capretta rossa trionferà.
circa 12 ore fa @ElenaTwitta Il mio editor quello con i capelli scuri e la barbetta rossa? O quello con i capelli rossi e senza barba, in quanto femmina?
circa 12 ore fa Breve stralcio da Presente (Einaudi): Alemanno giustiziere mascherato e le trame scomposte di Renato Soru. http://t.co/NlXm6ccu
circa 13 ore fa Gisella, la donna che ha dato ai matti una casa vera. http://t.co/e34wOG93
circa 21 ore fa @SfigataMente @CarmenI2 ehm... declino ogni responsabilità per amicizie infrante o cose analoghe.
circa 22 ore fa @GiuseppeTaras Nel cinema lo chiamano "cammeo", volendo variare. ;) In ogni caso, truffa secondo me è molto più adatto.
circa 22 ore fa @GiuseppeTaras Quando succede in letteratura lo chiamano "omaggio". Se proprio proprio, "citazione".
circa 22 ore fa Come ti uso Cala Goloritzè dentro a un manifesto croceristico, anche se non c'entra niente. http://t.co/o8OTOYb6
circa 22 ore fa http://t.co/A0lf0CCj E' stato bello parlare di "Presente" - il nostro diario a 8 mani - con Giorgio Vasta su BooksWeb. @Casellabooksweb
circa 23 ore fa Tornare dalla Svezia e scoprire che il cellulare che avevi dimenticato su un taxi a Stoccolma ti ha preceduto per posta #nonhaprezzo .
circa 23 ore fa Libri da liberare? Bukenemeri (libri senza padrone) è un'iniziativa fantastica. Grandi ragazzi! https://t.co/wBBuZikA
circa 23 ore fa @Nicolasjaillard Merci, je la regarderais!
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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