Questa mail l'ho mandata a Giulio Mozzi come integrazione al commento che ho scritto la settimana scorsa su Saturno a proposito del libro 10 buoni motivi per essere cattolici (Laurana), scritto da Mozzi stesso con Valter Binaghi. Lo posto per maggior notifica, ma la discussione si sta svolgendo sul sito di Vibrisse.
Caro Giulio,
come promesso ti scrivo meglio che tipo di riflessione ho fatto leggendo il vostro libro; ti autorizzo a renderla pubblica dove ritieni.
Nel parlare di 10 buoni motivi per essere cattolici su Saturno (qui) ho utilizzato l’aggettivo “apologetico” come se si trattasse di una critica, ma per capire in che senso lo è mi sembra necessaria una premessa. La letteratura cristiana apologetica è un discorso fecondo e ininterrotto che parte da Giustino di Nablus e arriva – fate le debite proporzioni – fino a testi contemporanei come Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori. La sua caratteristica è quella di identificare degli avversari e articolare razionalmente un discorso contro le loro tesi. Nella storia dell’apologetica cristiana di rado gli avversari sono stati esterni al cristianesimo, anzi; spesso si è trattato di altri cristiani dalle idee percepite come eretiche. Non è importante che qualche apologeta si sia fatto prendere dallo zelo dell’argomentazione e nel gioco delle accuse sia poi morto eretico a sua volta: quello che conta è che l’apologia, partendo da un presunto dato di ortodossia, è sempre adversus qualcosa o qualcuno. Amo questo approccio solo quando identifica i suoi avversari, isola le loro tesi e le attacca con le armi di cui teologicamente e razionalmente dispone. Ho invece moltissime perplessità (anche teologiche) quando l’apologia diventa una dimensione essenziale e fondativa dell’essere cristiani, perché allora tutto il mondo diventa avversario e l’unica posizione argomentativa assumibile è la difesa a oltranza. Non della fede però, ma di sé stessi in quanto cristiani, che è cosa piuttosto diversa. Viene dritta da questa concezione la teoria di don Giussani secondo la quale il cristianesimo “per porsi deve opporsi”, un’ermeneutica che agisce sempre supponendo il cristiano come naturale antagonista del mondo in cui si trova. Non nego che in certi casi opporsi sia una dimensione senz’altro necessaria, ma non sono affatto certa che si tratti di una conseguenza ontologica dell’essere di Cristo. Da questo punto di vista, benché non siano molte le differenze teologiche tra il papato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI, almeno una c’è: Wojtyla con il suo stentoreo “Non abbiate paura” ha scelto sin da subito di rinunciare simbolicamente alla sindrome della trincea di cui invece la teologia di Ratzinger è del tutto vittima. Ogni volta che mi trovo davanti a un testo, un sito internet, un discorso o un articolo di giornale che descrive i cristiani come gente minacciata che vive (anche solo culturalmente) in un fortino assediato con livello di allerta a DefCon 1 non solo mi sento infastidita come cristiana, ma non posso fare a meno di interrogarmi sulle conseguenze pratiche di questo approccio, tanto più alla luce della recentissima cronaca.
Il titolo del libro, non te lo nego, ha acceso quella spia d’allarme. La dicitura “cattolici” è troppo specifica per non ricordare immediatamente a chi lo legge che il cristianesimo è ridotto in pezzi dagli scismi. Chi legge il titolo 10 buoni motivi per essere cattolici è autorizzato a pensare che l’adversus del libro possano essere gli altri soggetti storici riconducibili a Cristo allo stesso modo in cui 10 buoni motivi per essere cristiani avrebbe fatto pensare all’adversus “Islam” o “Indu” e 10 buoni motivi per essere credenti avrebbe fatto pensare agli atei. Poiché in realtà non è questo il bersaglio logico del libro – lo dice il suo contenuto e me lo hai confermato tu – allora forse si tratta davvero di un titolo fuorviante.
Il fatto che l’antagonista del vostro discorso non siano le altre varianti del cristianesimo non significa però che antagonista non ci sia. Infatti, benché nella prefazione del vostro libro venga scritto esplicitamente che l’intento non è la polemica, c’è una parte del libro in cui la sagoma dell’avversario, anche quando non esplicitamente nominato, è ben distinguibile. Per forza di cose si tratta della parte filosofica che sviluppa Valter Binaghi. I tuoi interventi sono infatti esegetici nel senso più popolare del termine e sono naturale conseguenza della constatazione fondatissima che i cristiani italiani, anche quando si autodefiniscono tali, del cuore della Rivelazione siano spesso infarinati poco e male. L’adversus si sostanzierebbe quindi nell’ignoranza di Cristo di cui sono vittima i cristiani stessi, ma in questa logica i tuoi interventi appaiono più sapienziali e catechetici che apologetici, risultando la parte del testo senz’altro più conforme allo scopo dichiarato nell’introduzione.
Gli interventi di Valter Binaghi sono però di altra natura e generano un’incongruenza – o se vogliamo, una ulteriore complessità – nel discorso che fate insieme. L’adversus nelle parti scritte da lui è spesso esplicito, ma mai definito una volta per tutte. Lungi dall’essere evocati nel discorso i destinatari naturali del testo, cioè i “cattolici per cultura”, vi compaiono invece i teo-con e i radical chic (diciture mai specificate), l’umanesimo ateo (pag.59) e i deliri di onniscienza di marca scientista (pag. 60), i teologi o cristiani percepiti come critici (Vito Mancuso), il Modernismo come sintesi di tutte le eresie e la cosiddetta ideologia democratica in nome della quale si rifiuta l’esistenza e l’autorità del Magistero ecclesiale. Un discorso con così tanti nemici è destinato inesorabilmente a rivelare sulla mappa dialettica la posizione inconfondibile di un fortino assediato. La critica di apologia – che se il libro avesse avuto un altro scopo dichiarato non avrei posto come tale – è rivolta quindi all’argomento difensivo come connotazione specifica del discorso di Binaghi, che fa a pugni con la quarta di copertina tratta dalla prefazione di Avoledo, dove è scritto che “qualcuno cerca di ingannarci, di farci credere che non siamo cristiani. Perché? Perché un cristiano non ha paura. E questo mondo è dominato dalla paura”. Se il cristiano non ha paura, perché mai sta sempre sulla difensiva? Il cattolico come vittima inerme di un mondo malvagio, ignorante e strutturalmente nemico è una narrazione dickensiana difficile da sostenere in un paese in cui l’omelia domenicale del pontefice è una notizia del tg, la Lega pretende l’obbligo di esposizione del crocefisso negli edifici statali e le leggi su questioni di diritti e di coscienza sono pesantemente influenzate da esplicite indicazioni ecclesiali. I singoli cattolici pagano non certo l’adesione a Cristo, ma la crisi di credibilità dovuta all’appartenenza a un soggetto la cui natura mistica è difficilmente coniugabile con le brutture umane di cui spesso si rende protagonista o partecipe. Magari fosse vero che la frattura di cui siamo portatori è quella della croce. Invece, volendo sorvolare sui casi di cronaca con protagonisti bambini o bonifici fiscalmente paradisiaci, lo scandalo di cui siamo chiamati a dare ragione è l’arroccamento su presunte non negoziabilità, il rifiuto di considerarci dentro a un processo storico che pone domande nuove, la distruzione pezzo a pezzo dell’idea di comunità cristiana come collegialità cristocentrica, l’incapacità di vivere la Tradizione come “trasporto da un punto a un altro”, quindi moto, viaggio, tappa su tappa, il contrario della staticità. È l’inadeguatezza davanti alla storia quello che ci rende attaccabili, non certo la fede. È sterile in questo scenario far finta che, al di là dei molti buoni motivi per essere genericamente cristiani, questo non rappresenti un ottimo motivo per smettere di essere specificamente cattolici, dato che la questione della continuità apostolica della Tradizione e quella del primato papale (quindi della linea gerarchica come presunta dimensione strutturale dell’essere Chiesa) rappresentano proprio la nostra peculiarità. Da un libro che dichiara nel titolo di voler dare ragioni per essere cattolici (piuttosto che essere qualcos’altro) è lecito attendersi che questi punti non siano elusi, ma anzi considerati come fondativi del discorso. Invece ci si arriva solo nel capitolo 9 e li si affronta in modo non diretto. Nell’economia del testo questa sembra una carenza ascrivibile alla parte filosofica, dato che sul piano esegetico sono almeno 40 anni che giustificare il primato papale e la visione sclerotica della Tradizione non riesce più a nessuno.
Affermare che tutto il discorso del libro, per quanto valido e argomentato, lascia le cose sostanzialmente come le ha trovate, dal mio punto di vista significa rilevare che lo specifico “cattolico” evocato dal titolo non è stato in realtà affrontato. Nemmeno Maria nel capitolo 7 rappresenta una differenza rilevante: le chiese della Riforma e i fratelli ortodossi contestano i dogmi dell’Immacolata e dell’Assunta perché per i primi sono privi di fondamento biblico (e mica per nulla ci è voluta la forzatura dell’infallibilità papale per poterli definire) e per i secondi rappresentano una lesione ulteriore della “comunione dei beni”, perché incarnano la tentazione cattolico-romana di “fare verità” senza le parti mancanti del corpo ecclesiale. È utile ricordare che però nessuno dei due dogmi fa parte del patrimonio di fede originario sintetizzato nel simbolo di Nicea. Cercare uno specifico in questo è il più fragile degli argomenti.
Ecco perché La mia impressione è che un interlocutore – credente o non credente – che abbia nozioni superficiali o confuse non avrebbe motivo di convincersi di alcuna specificità cattolica dottrinale nel cristianesimo leggendo questo libro. Il che per quanto mi riguarda non rappresenta un difetto in un ipotetico ragionare ecumenico, ma immagino che possa invece esserlo in ordine allo scopo annunciato dal titolo.
Scusa se ti ho risposto solo ora, sono davvero sovraccarica.
Un caro saluto
Michela
Il cattolico come vittima inerme di un mondo malvagio, ignorante e strutturalmente nemico è una narrazione dickensiana difficile da sostenere in un paese in cui l’omelia domenicale del pontefice è una notizia del tg, la Lega pretende l’obbligo di esposizione del crocefisso negli edifici statali e le leggi su questioni di diritti e di coscienza sono pesantemente influenzate da esplicite indicazioni ecclesiali. I singoli cattolici pagano non certo l’adesione a Cristo, ma la crisi di credibilità dovuta all’appartenenza a un soggetto la cui natura mistica è difficilmente coniugabile con le brutture umane di cui spesso si rende protagonista o partecipe. Magari fosse vero che la frattura di cui siamo portatori è quella della croce. Invece, volendo sorvolare sui casi di cronaca con protagonisti bambini o bonifici fiscalmente paradisiaci, lo scandalo di cui siamo chiamati a dare ragione è l’arroccamento su presunte non negoziabilità, il rifiuto di considerarci dentro a un processo storico che pone domande nuove, la distruzione pezzo a pezzo dell’idea di comunità cristiana come collegialità cristocentrica, l’incapacità di vivere la Tradizione come “trasporto da un punto a un altro”, quindi moto, viaggio, tappa su tappa, il contrario della staticità. È l’inadeguatezza davanti alla storia quello che ci rende attaccabili, non certo la fede.
In fondo la grande lezione della Modernità, e dell'Illuminismo in particolare, è proprio questo. E si chiama laicità. Che non vuol dire affatto mancanza di fede o irreligosità o addirittura anti-religiosità.
Se più cattolici comprendessero questa cosa, forse anche le gerarchie ecclesiasiche (che ovviamente nella storia ci sono ben dentro, ma secondo logiche di potere) dovrebbero darsene più pensiero, modificando magari la propria inerzia politica e teologica. E darsi più pensiero soprattutto delle difficoltà dei propri fedeli ad agire nel mondo senza ipocrisie, senza la minaccia dell'esclusione o il timore della rinuncia. Senza paura, appunto.
18.05.2012 18:30 -
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