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Saranno le mie ansie archivistiche, sarà che qualcuno mi ha scritto per dirmi "dove le trovo?", ma questo è un piccolo archivio della rubrica che sto tenendo settimanalmente su Donna Moderna. Mancano - naturalmente - quella ancora in edicola e quella che esce questa settimana.


Il cittadino italiano medio ha un immaginario familiare che deve moltissimo ai personaggi rappresentati dalle due statuine che nel presepe stanno accanto alla mangiatoia di Gesù Bambino. Una delle statue è silenziosa, umile; tace e forse non capisce tutto, ma è lì. Nella sua mitezza incarna in modo eccellente il ruolo della devozione e dell'accoglienza. Anche se appare in posa accudente, il suo ruolo prezioso è con tutta evidenza secondario. È un personaggio che merita l'aggettivo di ancillare, perché (come le grandi donne dietro al grande uomo) regge silenziosamente il resto della scena. È Maria quella statuina? No, è Giuseppe, patrono di un'idea di virilità talmente lontana dal machismo gerarchico e dominatore a cui siamo abituate da risultare addirittura post-moderna. Sempre sia lodato.


Formulare un proposito per l'anno nuovo è qualcosa di paragonabile all'abbandono di un cane in autostrada: si comincia allevando nella propria testa l'immagine di un sé migliore (non stiamo a sindacare cosa si intenda per migliore) come se fosse un tenero animale domestico; la si coccola con fervore per due o tre settimane e quando sembra abbastanza cresciuta da avere prospettive di futuro la parte oscura del nostro animo fa scattare come una tagliola lo spietato meccanismo dell'abbandono: quel noi-migliore viene lasciato al suo destino perché finisca travolto dall'impatto di quello che già siamo e che in realtà non ha nessuna intenzione di cambiare. La colpa non è dell'inconstanza (nel fare propositi a ogni nuovo anno io sono molto costante), ma nell'idea di dover per forza cambiare per guadagnare ulteriore senso. Il semplice voler bene a quel che siamo ci farebbe risparmiare, oltre a una marea di tempo, anche sulla manutenzione dei cimiteri dove giacciono le speranze di quel che avremmo voluto essere.
Lo so benissimo che i professionisti della lamentela sull'anno appena trascorso già non vedono l'ora che giri l'angolo il mese di gennaio per poter cominciare a dire male anche del 2012. Benché sia vero che la crisi ha raggiunto apici inediti, sarebbe miope dimenticarsi che nel 2011 sono caduti alcuni dei peggiori dittatori mediorientali, che la gente di quei paesi è scesa in piazza per chiedere diritti e che persino nel mondo occidentale nessuno dà più così per scontato che il liberismo capitalista sia la misura obbligata del migliore mondo possibile. Il 2011 ha fatto traballare i cardini, permettendoci di immaginare porte aperte dove non c'erano che muri. In questo incredibile e positivo terremoto sociale chi ricorda solo lo spread finisce vittima di un'amnesia da primo mondo.
Ho diffidato degli stucchevoli auguri per il nuovo anno, perché non è facile credere alle migliori intenzioni quanto le vedi arrivare con la spontaneità di una cambiale. E' incomprensibile il meccanismo di compulsione sociale che ci ha spinti a pronunciare vaghezze della portata di "Tante cose belle" o "Tutto quello che desideri" mentre facevamo finta di baciare gote rasate o coperte di fard. Nell'attesa che qualcuno si decida a indagarlo, ai miei amici ho riservato solo creativi malauguri. Sono certa di aver strappato un sorriso al caro Pino auspicando per lui un anno di dibattiti su Craxi. Per Giulia che scrive ho sperato la sintassi di un tronista. A Domenico ho augurato l'armadio di Morgan, quattro stagioni. Forse non sarà l'anno che volevano, ma ci divertiremo molto di più.

Usare le parole per indirizzare la comprensione verso un pregiudizio è facile. Se i reati sui giornali vengono sempre connessi a un'etnia, chi legge penserà che esistano popoli portatori naturali di delinquenza. Se un uomo che ammazza sua moglie ha compiuto un “delitto passionale”, quella che passa è l'idea della morte come conseguenza dell'amore. Quando si vuole demolire qualcosa che fino a quel momento era un diritto, si inizia a chiamarlo “tabù”, come l'articolo 18. I “nostri ragazzi” riferito ai soldati sui fronti di guerra associa l'immagine di un'età indifesa e innocente a persone con le armi in mano. “Il popolo della rete” sottintende che chi usa il web sia un alieno che abita mondi paralleli. Va bene difendersi dai raffreddori, ma l'uso tossico delle parole minaccia la salute civica.

Ho sognato tutta la vita un luogo di apprendimento dove potessi imparare quello che mi piaceva, anziché quello che gli altri dicevano che mi sarebbe servito. Invece è stato il criterio di utilità a guidare ogni mia singola scelta formativa, dal liceo all'ultimo esame universitario.
Ho studiato
tecnica bancaria anche se detesto le banche e non capisco il denaro, e l'ho odiata tutto il tempo: io volevo studiare le stelle!
Ho studiato
diritto commerciale anche se il commercio rappresenta l'antitesi dello stato di diritto in cui sogno di vivere, e infatti lo odio: sentivo che mi sarebbe stato infinitamente più utile studiare i sistemi di organizzazione sociale dei formicai.
Ho studiato
inglese e invece volevo fare poesia sarda, ma mi dicevano che il sardo tanto non serve a niente e ogni volta che glielo sentivo dire li odiavo di più.
Ho studiato
tutto quello che detestavo e che dicevano che mi sarebbe servito a farmi lavorare: il risultato paradossale è stata una lunga sequenza di precariati dove niente di quello che ho imparato controvoglia mi ha dato mai uno straccio di lavoro vero.

Eppure lo benedico e benedico coloro che mi ci hanno costretto, perché la specializzazione parallela in odio che mi sono presa attraversando tutte quelle inutili situazioni di obbligo mi ha fornito una competenza infinitamente più utile nella vita di qualunque sapere pratico in cambiali, protesti e resi merce.

E' con questo spirito che insegnerò Odio all'università di Aristan ed è con la stessa determinazione che invito chi non lo ha ancora fatto a iscriversi ai suoi corsi di felicità prima del 25 dicembre: non esiste felicità senza la capacità di chiamare per nome le cose odiose che ci circondano e indirizzare verso di esse strategie di resistenza intelligenti ed efficaci. Forse non è possibile uscire del tutto dalla gabbia in cui il mondo ci ha infilato nostro malgrado, ma sarebbe veramente da sciocchi lasciarsi sfuggire una delle poche possibilità a portata di mano per mettere il becco fuori dalle sbarre.

Solo una Università che non sia funzionale a niente è indispensabile per tutto.
Aristan è questo tipo di università.

Io sono questo tipo di docente.
Che studenti siete voi?


L'Università ha raggiunto il numero di iscrizioni necessarie a nascere senza sponsor né denaro pubblico. Grazie a quanti ci hanno creduto, le lezioni cominceranno ai primi di febbraio. Fino alla fine di gennaio i ritardatari possono ancora iscriversi, anche on line. Ricordo che con me si seguirà il corso di Odio con rispettivo esame.

Qui trovate tutte le informazioni sull'Università.

Questo l'ho scritto per Saturno (il supplemento de Il Fatto Quotidiano) del 21 ottobre 2011.


Come gli altri diventino scrittori non lo so, però so dove ho imparato io.
Non è una cosa di cui parlo facilmente, perché di solito quando dico la verità i miei interlocutori già alla terza frase cominciano a pensare di aver davanti una persona strana, forse anche un po' pericolosa, e mi accorgo che smettono di prendermi sul serio. Non è bello non essere presi sul serio, così spesso preferisco inventarmi una risposta rassicurante, qualcosa tipo “scrittori si nasce”, anziché infrangere con la sincerità lo stereotipo dell'artista come membro di una razza eletta; ma la verità è molto diversa.

Non è solo perché a scrivere si impara che non si può dire che scrittori si nasce. La narrazione è un'attitudine relazionale che si sviluppa con grande fatica, buoni maestri e una docilità alla disciplina che raramente chi non scrive è pronto ad associare concettualmente all'atto creativo; la dialettica tra medio ed eccezionale, tra genio e normalità, impone che le professioni che hanno a che fare con l'arte siano molto più apparentate con la sregolatezza che con il rigore. Invece io ho imparato a raccontare storie per iscritto in una scuola severissima dove la disciplina era un parametro non negoziabile, pena l'esclusione dalla narrazione. Il mio master in scrittura l'ho fatto dal 2000 al 2007 dentro a una comunità virtuale di gioco on line. Era una cosa molto lontana dai giochi dalla grafica cinematografica che già allora tenevano incollati gli adolescenti alle tastiere; non c'erano avatar di impressionante realismo come in World of Warcraft né trame chiuse dove le possibilità narrative, per quanto numerose, erano comunque limitate a quelle che il programmatore aveva previsto per lo sviluppo di quella vicenda, come avveniva in Final Fantasy.

Il posto dove giocavo io era molto più simile alle partite di Dungeons & Dragons, ma senza i dadi. La prima volta che ci entrai mi trovai davanti a una chat bianca che mi fece lo stesso effetto che mi fa oggi la pagina vuota quando sono in procinto di cominciare un romanzo. Il diktat a cui dovevo obbedire non era molto diverso: la storia che volevo creare là dentro avrebbe avuto dignità di lettura solo nella misura in cui fossi stata capace di renderla appassionante con la sola parola dentro a un sistema di regole coerenti dall'inizio alla fine. Lot – così si chiamava la città virtuale – era frequentata da più di quarantamila giocatori che la abitavano con i loro personaggi 24 ore su 24; di regole ne aveva un'infinità e solo un centinaio di giocatori era così bravo da riuscire a fare narrazione rispettandole tutte e allo stesso tempo tenendo alta la passione del racconto: ogni loro giocata era seguita in silenzio da decine di giocatori/lettori che cercavano di carpirne la tecnica. Ci misi pochi giorni a capire che se volevo essere una di quei cento dovevo cominciare bene sin da subito.

In posti come quello il momento dell'iscrizione è già un atto narrativo, perché il personaggio va costruito indicando non solo sesso, allineamento morale e razza, ma anche il background. Lot non faceva eccezione: prima ancora di cominciare a giocare dovevi essere già stato capace di immaginare la storia pregressa del tuo personaggio in modo tale da farlo interagire coerentemente con il resto degli abitanti di Lot, che obbedivano a un'ambientazione medieval-fantasy molto vicina a quella tolkeniana. La fantasia trovava in quello il suo primo limite: poiché il gioco da neonati a Lot non era previsto, la maggior parte dei personaggi risultava arrivata lì in seguito all'uccisione dei propri genitori, alla distruzione totale del suo villaggio e alla perdita fatale della memoria e della strada. Far esistere un personaggio in un mondo di orfani dismemori e traumatizzati si presentò sin da subito come una sfida narrativa molto stimolante e giocare in tempo reale con decine di altre persone mi ha costretta a ricalibrare continuamente la mia visione narrativa con quelle degli altri.

Scelsi di giocarmi un'elfa, le diedi un nome che ora qui non ripeterò, le diedi una storia decisamente meno tragica della media e per qualche settimana mi limitai a guardare quelli bravi davvero, i giocatori di lunghissimo corso che si muovevano con disinvoltura dentro a una rete di relazioni narrative complessa e affascinante. Per giocare coerentemente da elfa entrai in un clan di altri elfi e nell'arco di tre anni imparai accettabilmente sia il Quenya che il Sindarin, le due varianti dell'elfico codificate da Tolkien stesso. Quando decisi che il mio personaggio doveva diventare mago studiai in gioco gli incantesimi per oltre un anno e mezzo, superando gli esami con i miei superiori e acquisendo dimestichezza con la psicologia del ruolo. Le costruii una vita sentimentale complicata e sofferente e le feci intrapprendere una carriera politica che nell'arco di quattro anni la portò a guidare uno dei clan elfici più grandi della comunità.

Scoprii che la malattia dei giocatori lottiani era l'insonnia: se volevo giocare in ruoli complessi, la notte era l'unico tempo libero che avessi. Ammetto che credo sia stato proprio per questo che a un certo punto della mia vita ha cominciato a sembrarmi interessante il lavoro del portiere notturno. Là dentro ho conosciuto insospettabili narratori di mestiere, ma anche talenti che non hanno mai scritto una riga fuori da lì perché facevano il medico, la studentessa, il camionista, la pubblicitaria, il programmatore o la mamma; però, qualunque cosa fossimo di giorno, la notte eravamo tutti scrittori. Nella fase finale della mia avventura on game, quando ormai giocavo da sei anni, ho rinunciato al gioco attivo e mi sono dedicata a costruire le “quest”, le storie che dovevano giocare gli altri. Oggi raccontare è il mio mestiere, ma è a Lot che ho imparato che la narrazione è un gioco dove vinci solo se riesci a convincere l'altro a stare nella storia insieme a te fino alla fine, a costo di dimenticarsi che il sole sta per sorgere.

Mi prendo una pausa lunga per scrivere e per qualche mese, fatte salve le date già fissate, non andrò in giro a presentare libri. Non significa che non farò niente altro che scrivere. Ho anzi intenzione di dedicarmi alla cosa che preferisco fare in assoluto: l'insegnamento. Nei prossimi mesi terrò due corsi distinti e di natura diversissima.

Il primo è un corso di story telling politico, dove illustrerò come si possono applicare le tecniche della narrazione alla comunicazione politica senza finire a vendere fuffa. Il corso comincerà ad ottobre, è gratuito e lo tengo nell'ambito dei percorsi di formazione interna di ProgReS, sul cui forum ci si può iscrivere. Chi vuole cogliere la scusa del corso per curiosare meglio come si lavora in ProgReS è benvenuto. Chi vuole cogliere la scusa di curiosare ProgReS per fare il corso di story telling è benvenuto comunque. Per ragioni di gestione non accetto più di 10 iscritti esterni e darò la precedenza ai sardi. Le lezioni saranno prevalentemente on line con video streaming. Conto sul fatto che l'Ordine degli Story Tellers non si indigni.

Il secondo è un corso stanziale che terrò all'Università di Aristan per quanti vogliano conseguire il fondamentale titolo di  laurea in Teoria e Pratiche di Salvezza dell'Umanità. La mia materia - insegnerò Odio - è considerata propedeutica al conseguimento del titolo. Mi pregierò di Marco Presta come co-docente d'eccezione. Dopo Un calcio in bocca fa miracoli non potevo scegliere altri che lui per darmi una mano a insegnare Odio. A novembre saranno resi noti dai vertici dell'Università i tempi, i luoghi e le modalità di iscrizione. Fino a quel momento mi eserciterò odiando, dato che il mondo mi sta dando ottime motivazioni. Sono sicura che l'Ordine degli Haters cercherà di causarmi un qualche tipo di danno per questa mia pretesa di insegnare Odio senza averne titolo apparente. Avranno modo di ricredersi.
Sul titolo, intendo.

Piccola rassegna di chicche per rendere davvero cool la vostra estate 2011. Grazie a Roberto e Francesco per avermi segnalato le prime due. La terza ho avuto il piacere di incrociarla io stessa.

afame1) Cosa vedere: Se siete a Madrid il 18 agosto non perdetevi il Wojtyla Generation Love-Rock Musical. Cosa è: Una monumentale opera per nulla didascalica, dove un gruppo di papaboys in numero di 12 si confronta a suon di note con una banda di altrettanti giovinastri scapestrati e dediti alle peggio pratiche. La scheda tecnica dello spettacolo ci informa che il gruppo dei 12 buoni è composto da "apostoli del Papa, anziché di Gesù" e la specificazione è importante perché, benché si chiamino proprio come gli apostoli del Signore, quelli del papa rispettano le quote rosa: 6 sono maschi e 6 sono femmine. Anche tra di loro però si nasconde il traditore, che guarda caso sta tra le ragazze, si chiama Giuditta ed è la ragazza di Pietro, il capo dei papaboys. Il tradimento di Giuditta consisterà nel mettere le corna a Pietro con il capo della fazione opposta, tal Paolo il Fariseo, restando pure incinta. Epilogo inatteso: il buon Pietro la perdona, il cattivo Paolo si pente di essersela spupazzata e Giuditta prima mette al mondo il figlio e poi crepa. Questo capolavoro di drammaturgia pare l'abbia sponsorizzato l'Azione Cattolica, ma io non voglio crederci.

2) Andrea-Prato_imgq180Cosa leggere: al mare o in montagna, portate con voi una copia de Il solco pietrificato. Autore: Andrea Prato (nella foto in un primo piano particolarmente espressivo). Chi è. La sua biografia recita che è nato a Cosenza ma si ritiene sardo da sempre; l'importante è crederci. Quel che è certo è che è stato assessore regionale all'Agricoltura e Riforma Agropastorale per meriti acquisiti come consigliere delegato di Amalattea, azienda socia della Compagnia delle Opere, volto sonante di Comunione e Fatturazione Liberazione. Persino un presidente esigente come Ugo Cappellacci ha ritenuto che avesse fatto abbastanza e qualche mese fa lo ha invitato ad andare in vacanza anticipata, così ora Prato ha tanto tempo in più per scrivere. I lettori hanno diritto di attendersi grandi cose da un uomo che ha conseguito risultati politici come i suoi. Perché leggerlo: perché il romanzo è dedicato ai pastori sardi, che secondo l'autore sono "come i carciofi: spinosi e inaccessibili fuori, ma dal cuore tenero e generoso dentro". Con metafore così, al ritorno dalle ferie farà un figurone nella vostra libreria.

acurve3) Cosa bere: Se siete in vacanza in Sardegna non privatevi di un bicchiere del nuovo mirto biologico Silvio Carta, azienda già protagonista di altre strepitose campagne pubblicitarie. Stavolta l'innovativo Slogan pubblicitario è: Curve pericolose, gusto irresistibile. Perché berlo: davvero non si può resistere a una campagna pubblicitaria così piena di pirotecnica creatività. L'abbinamento del prodotto a una donna svestita e ammiccante non era ancora venuto in mente a nessuno. Complimenti al creativo, che poi magari è proprio quello che gestisce anche la pagina Facebook e scrive cose accattivanti tipo: "bevete senza preoccuparvi di nulla... tanto la patente è un optional!"

Twitter non risponde in questo momento
Twit twit... ops! Qualcosa è andato storto, prova più tardi!
1 Jan 1970
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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