

Anche oggi mi è arrivato un sms che diceva "se fossi al tuo posto io me ne andrei".
Non è una novità: ogni volta che succede una cosa come quella che ha appena fatto succedere Vito Mancuso con la sua lettera a Repubblica, io mi scopro circondata da gente che non vedrebbe l'ora di non pubblicare per Einaudi.
Intendiamoci, io ho grande rispetto per lo scrupolo di Vito Mancuso, ci mancherebbe.
Sono anch'io cattolica e quindi per contratto battesimale ho almeno una crisi di coscienza alla settimana, anche se di solito in fase di discernimento non mi capita di confondere il direttore spirituale con quello di Repubblica. In effetti la specifica crisi di coscienza di pubblicare per Berlusconi - uomo che detesto, politico che disprezzo e modello antropologico contro il quale resisto - l'ho affrontata prima di tutto confrontandomi con persone stimate che fanno il mio mestiere con il medesimo editore. Ce n'è tante di persone così in Einaudi, gente che ha fatto la storia e l'identità di questa casa editrice e che adesso si trova suo malgrado a contribuire con il proprio lavoro sia al patrimonio culturale italiano che a quello di un uomo per cui non ha nessuna stima.
Alcune di queste persone quando hanno ritenuto di doverlo fare se ne sono andate, ma per decidere non hanno avuto bisogno di sapere prima cosa avrebbero fatto Saviano, Zagrebelsky e Augias. Altre hanno invece scelto di rimanere, assumendosi un doppio onere: dover vivere questa contraddizione e doverla continuamente giustificare dagli assalti feroci dei seguaci dell'etica transitiva, quella secondo la quale, essendo Berlusconi un disonesto, tutto quello che ha a che fare con lui diventa intrinsecamente disonesto, non importa che sia l’ultimo dei correttori di bozze in Mondadori. E’ questa una visione morale che ha molto successo tra gli amanti della realtà in bianco e nero, e non ha nessuna importanza il fatto che applicarla alla lettera dia seri problemi di pendant anche nel rapporto con altri soggetti editoriali, ritenuti eticamente sostenibili solo perché non sono di Berlusconi. Perché, va detto, il parametro morale dell’etica transitiva resta sempre e comunque quello.
E dunque, come si esce da questo impasse?
La prima scelta è andarsene. Tanti saluti, io qui non posso starci, la mia coscienza non mi consente alternative, è stato bello, ma adesso stop. Non è difficile per chi ha un potere contrattuale che apre strade in ogni dove, e si fa oltrettutto una bellissima figura, anche se è prevedibile che comunque arriveranno sms tipo "io al tuo posto sarei rimasto". Del resto conosco gente che se ne è persino andata dall'Italia pur di non stare in un paese governato da Berlusconi, perché le scelte forti sono anche più belle quando sono radicali, no?
La seconda opzione è quella di non andarsene, ed è la mia. I motivi sono chiari da tempo, li ho già esposti in numerose occasioni, ma la mole di sollecitazioni degli ultimi tre giorni mi fa pensare che ci sia ancora da ripeterli. Lo faccio adesso, sia per chi si è perso i dibattiti degli ultimi mesi (no, non abbiamo aspettato Vito Mancuso per farci domande e neanche per dare risposte) che per chi eventualmente fosse afflitto da risvegli di coscienza last minute.
Pazienti invece chi non ama i deja-vu.
Einaudi non è solo una casa editrice con una storia in cui umilmente voglio riconoscermi, ma è piena di persone competenti della cui professionalità e umanità non ho alcuna intenzione di privarmi solo perché gli avvocati della famiglia Berlusconi hanno pagato un giudice per appropriarsi di Mondadori. Se c’è qualcuno che eticamente è fuori posto in Einaudi, costui è Silvio Berlusconi e tutta la sua prole, non io o chi come me rivendica il diritto di starci a condizioni di libertà. Trovo inquietante che qualcuno possa considerare un traguardo democratico vedere Einaudi diventare un ghetto berlusconiano dove abbiano diritto di cittadinanza solo gli scrittori (e gli addetti ai lavori) non antagonisti.
Agli amici che mi dicono: "ma gli fai guadagnare dei soldi" dico che hanno ragione, e non farò finta che questo non sia un problema, visto che i soldi sono parte significativa della sua forza. Ma lo scopo del mio impegno civico non può essere quello di diminuire il patrimonio di Berlusconi: a me se Berlusconi fa più soldi con i miei libri non importa niente. Il mio obiettivo resta quello di dire quello che penso a più gente possibile nel modo più efficace, con la speranza che, unitamente alla voce di altri, questo possa contribuire a offrire più strumenti di dissenso a chi ne sta cercando. Questo per me è fare cultura. E se è vero che questo si può fare in molte altre case editrici, resto convinta che in Einaudi ci siano per me le condizioni per farlo meglio che altrove: per tradizione consolidata, per qualità di relazione, per livello di professionalità, per potenzialità di diffusione e dunque per efficacia.
Queste valutazioni hanno pesato più di altre in ogni circostanza in cui il conflitto si è fatto più evidente, e fino a quando sarà così io non andrò via da Einaudi.
"Ma stavolta è diverso", leggo da qualche parte.
In cosa esattamente sarebbe diverso? In che modo questa legge ad personam dovrebbe scuotere la mia coscienza più di quanto non abbiano già fatto la cancellazione del reato di falso in bilancio, la legge Cirami, il lodo Alfano, il decreto salva Rete4, i condoni edilizi nelle aree protette, l'impedimento sulle rogatorie internazionali, il rientro agevolato dei capitali dall'estero, la proposta della legge bavaglio e varie ed eventuali che qui mi sfuggono? In che modo essere scrittore per una casa editrice che approfitta di un condono fiscale è peggio che essere cittadino di un paese dove il presidente del Consiglio si fa continua beffa del principio di legalità, piegandolo ai suoi interessi, compresi quelli fiscali?
Il problema per me non è che Mondadori benefici di un condono di cui qualunque azienda avrebbe approfittato (e molte altre infatti lo faranno), ma che Silvio Berlusconi governi questo paese. E poiché anche se io me ne andassi da Einaudi Silvio Berlusconi continuerebbe ad essere il presidente del Consiglio, forse non ha molto senso chiedersi se andare o restare, ma piuttosto dov'è che posso io fare una pur minima differenza con le mie competenze.
La risposta per me è restare in Einaudi, e rivendico di starlo facendo non nonostante Berlusconi, ma proprio perché Berlusconi è il proprietario. Cercare di fare continuità con le scelte che hanno fatto di questa casa editrice un riferimento culturale per intere generazioni resta per me l'unico modo valido per partecipare dell'esistenza (e della resistenza) di una proprietà morale in Einaudi, rappresentata dagli autori e dai professionisti che l'identità di questa casa editrice l'hanno costruita in anni di lavoro, e che continua ad esistere a prescindere da chi detiene le quote finanziarie. Se necessario, non ho dubbi che saprà essergli anche antagonista.
A molti certo non basterà, e per stimare di più me e gli altri autori Einaudi avrebbero preferito che facessimo tutti insieme l'inutile beau geste.
In quello magari li accontenterà il dottor Mancuso, non appena finirà l'ennesimo tentativo di giocare allo psicodramma collettivo dalle pagine di Repubblica.
Special guests (in continuo aggiornamento)
Marco Travaglio
Le stesse domande scaturiscono dalla lettura delle geremiadi del teologo Vito Mancuso, il quale ha scoperto con notevole tempismo di chi è la Mondadori che pubblica i suoi libri: pare addirittura che sia di B., che l’ha recentemente favorita con la quarantesima legge ad personam della sua nutrita collezione. Figurarsi come reagirà Mancuso quando scoprirà che B. la Mondadori l’ha pure sfilata vent’anni fa a De Benedetti grazie a una sentenza comprata da Previti con soldi suoi. Potrebbe persino venirgli una punta di acidità di stomaco. Per ora il teologo ritardatario s’è limitato a scrivere due articoli su Repubblica. Inerpicandosi sulla sua prosa, il lettore si attende da un momento all’altro il grande annuncio: “…E pertanto ho deciso di abbandonare Mondadori e di pubblicare i miei libri con un altro editore”. Invece no: si arriva in fondo, non senza una certa fatica, e si constata, non senza un certo disappunto, che l’annuncio non arriva. Mancuso voleva solo aprire il dibattito con gli altri autori Mondadori di provata fede antiberlusconiana (“aspetto le reazioni”). E vedere l’effetto che fa. “Che famo, se n’annamo o restamo? Fateme sape’”. Perché o se ne va tutta la comitiva, o forse resta anche lui. Soffrendo molto, ma forse resta. Poteva chiamarli uno a uno al telefono e risparmiarsi un po’ di ridicolo, ma erano troppi. Così ha scritto due articoli. Per risparmiare sulla bolletta.
Eugenio Scalfari
Da quanto ho capito, questa risposta sta particolarmente a cuore a Mancuso il quale è sull’orlo di una decisione ma, ch’io sappia, ancora non l’ha presa. E da me che cosa ti aspetti, caro Vito? Che io t’incoraggi a cercare nuovi lidi editoriali dove magari seguirti o ti convinca a restare dove sei e dove dici di trovarti bene, se non fosse per un rovello etico che ti rode dentro da quando hai letto sul nostro giornale, cui tu collabori, lo scandalo della legge “ad aziendam” imposta dal premier-editore per consentire alla sua Mondadori di saldare un debito fiscale presuntivamente accertato in 350 milioni di euro pagandone in tutto 8,6?
Nando Dalla Chiesa
Mancuso invece, come lui stesso racconta, è entrato in Mondadori come consulente editoriale nel 1997 e da allora ha prestato la sua opera non di autore ma di direttore di una collana per la casa editrice. Ci è entrato nel 1997, non come Pietro Citati (che vorrebbe coinvolgere alla pari nello scrupolo morale) che ci è entrato nel 1965. Ha fatto cioè una scelta. Nel ’97 dei rapporti tra Mondadori e Berlusconi sapevamo ormai tutto. E anche di come Berlusconi usava Mondadori, a partire da “Panorama”. Già erano iniziate le leggi ad aziendam.. Per queste ragioni un autore come Corrado Stajano, non l’unico, aveva fatto la scelta radicale di cambiare casa editrice. Mancuso invece fa il percorso inverso, entra. Ripeto: non a fare l’autore, ma a far parte della “macchina”, di cui infatti nel suo articolo descrive bene modi e luoghi. E ci resta dopo la quantità industriale di leggi di cui beneficia l’impero editorial-mediatico di cui fa parte. Anche quando esplode la questione del lodo Mondadori. Ricordate? L’ipotesi di corruzione in atti giudiziari, che poi sarebbe diventata verità giudiziaria Né recentemente si ribella platealmente (ad esempio con un editoriale su Repubblica) quando la sua casa editrice non firma l’appello contro la legge bavaglio, che per la libertà degli scrittori è forse la cosa più minacciosa. Finché, di fronte al nuovo scandalo, non solo esprime il suo disagio, più che comprensibile. Ma, dimentico della sua specificità, si rivolge agli altri autori, li accomuna al suo caso e pone loro il pubblico problema di lasciare Mondadori. Di più: fa una specie di chiamata di correo anche nei confronti degli autori Einaudi (essantocielo, bisogna essere conseguenti, anche loro sono “di proprietà”) e tira in ballo Zagrebelsky, Scalfari, Prosperi e ce ne possiamo mettere a decine. Perché non andarsene tutti per coerenza? Il fatto è che è ben diversa la storia di Einaudi e del suo marchio, non acquisito, fra l’altro, grazie alla corruzione dei giudici. E il fatto è che c’è gente, come Zagrebelsky, che l’identità culturale di quella casa l’ha costruita molto più di Berlusconi, del quale invece la Mondadori è un simbolo. Anzi “il simbolo”, almeno nell’editoria. Per queste ragioni l’idea che Vito Mancuso possa oggi diventare un esempio di radicalità intellettuale non mi convince. Anche se, per lo scrupolo personale, è naturalmente il benvenuto.
Ferdinando Camon su Avvenire
Il teologo Vito Mancuso non vuol più dare i suoi libri alla Mondadori, perché sulla Mondadori grava il sospetto che evada il fisco per una grossa somma, usando una legge varata da un governo di cui è capo il padrone della Mondadori stessa. Mancuso si rivolge agli altri autori della Mondadori (e della Einaudi, stesso padrone), perché seguano il suo esempio. Dunque il problema è: bisogna abbandonare una casa editrice se il suo padrone è disonesto? La mia risposta è: no. L’unico, vero, grave problema che pesa su un autore, quando dà i suoi libri a un editore, è il catalogo. Non il padrone. Il problema di una dignità del catalogo non esiste per editori antichi, ben diretti, di sapiente gestione, come Mondadori e Einaudi. Non parlo pro domo mea, non sono nel loro catalogo, ma dico: essere in quei cataloghi è un onore. Il problema del catalogo si fa atroce quando i tuoi libri vengono tradotti all’estero, da editori che non conosci e quindi non puoi giudicare, oppure li conosci e non li approvi. In questo caso il problema è: come faccio io a raggiungere i lettori di questo paese straniero, se non entro nel catalogo di questo editore? La risposta è: non li raggiungi. Se hai un messaggio per loro, loro non potranno mai leggerlo. E allora, è bene rifiutare l’editore dal-catalogo-che-non-tipiace? No, è un atto che nessun autore deve compiere mai. Quando c’era l’Unione Sovietica, l’enorme massa umana che nello sterminato impero leggeva libri (stampati bene e a prezzo irrisorio), la raggiungevi solo se venivi tradotto dal mastodontico editore ufficiale, che era l’editore delle opere di Stalin. Ti si rivoltava lo stomaco? Rifiutavi e non venivi pubblicato. Chiudevi un occhio e dicevi: «Io rispondo dei miei libri, Stalin risponderà dei suoi»? Venivi pubblicato, andavi là, facevi conferenze, conoscevi gente e la gente ti conosceva. Lo scrittore non fa la prima scelta, non rifiuta l’editore unico degli imperi del male. Fa la seconda scelta: sta con i suoi libri. Se i suoi libri contengono idee che contrastano il male, in questo modo lui combatte l’impero. È l’unico modo che ha. Un editore è un buon editore se diffonde bene i libri. Einaudi e Mondadori non sono buoni, sono eccellenti. Ce ne sono altri trequattro in Italia, non di più. Non si lascia il loro catalogo, comunque si comporti, da padre o da marito o da cittadino, il loro padrone. Se il loro padrone commette un delitto, si chiede che venga condannato. Sto pensando in particolare a due autori Mondadori in crisi. Da Mondadori vendono molte migliaia di copie, e prevedono che, con un altro editore, ne venderebbero di meno. In tal caso, danneggerebbero se stessi. Sarebbero cattivi autori. L’autore che quest’anno ha vinto lo Strega, Antonio Pennacchi, era stato rifiutato da altri editori: pubblicandolo, la Mondadori è diventata sua madre. Non può andare in cerca di un’altra madre, perché sua madre è quella. Ci sono stati editori-persona, case editrici che erano l’incarnazione della cultura, dell’idea politica, del gusto estetico del padrone: ma oggi non è così. Le collane, anche in Einaudi e Mondadori, nascono dal confronto e dalla discussione tra direttori, non dall’imposizione del padrone. Se è vero, com’è vero, che le opere degli otto-dieci autori di Einaudi-Mondadori in crisi di coscienza sono improntate alla morale, alla democrazia, all’onestà, e se quegli autori hanno il sospetto che il loro padrone non pratichi quelle virtù, il massimo che possono fare è continuare con quelle opere e pubblicarle in quel catalogo, in modo da raggiungere il pubblico che li aspetta: cambiando catalogo, e perdendo lettori, magari pochi, danneggiano il proprio messaggio, lo indeboliscono. È una contraddizione del capitalismo: fa affari con tutte le merci, anche con le merci per lui tossiche, che lo avvelenano.
Giulio Mozzi
http://vibrisse.wordpress.com/2010/08/29/mondadori-le-tasse-e-la-leggina-ad-hoc/
Giulia Blasi
http://www.saitenereunsegreto.com/index.php/1931/chi-fa-la-rivoluzione/
10.09.2010 10:30 -
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Festival di Mantova
10.09.2010 21:00 -
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Festival di Mantova
11.09.2010 10:30 -
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Festival di Mantova
11.09.2010 18:00 -
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Premio Alassio
19.09.2010 18:00 -
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Marina Cafè Noir