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Anche oggi mi è arrivato un sms che diceva "se fossi al tuo posto io me ne andrei".
Non è una novità: ogni volta che succede una cosa come quella che ha appena fatto succedere Vito Mancuso con la sua lettera a Repubblica, io mi scopro circondata da gente che non vedrebbe l'ora di non pubblicare per Einaudi.

Intendiamoci, io ho grande rispetto per lo scrupolo di Vito Mancuso, ci mancherebbe.
Sono anch'io cattolica e quindi per contratto battesimale ho almeno una crisi di coscienza alla settimana, anche se di solito in fase di discernimento non mi capita di confondere il direttore spirituale con quello di Repubblica. In effetti la specifica crisi di coscienza di pubblicare per Berlusconi - uomo che detesto, politico che disprezzo e modello antropologico contro il quale resisto - l'ho affrontata prima di tutto confrontandomi con persone stimate che fanno il mio mestiere con il medesimo editore. Ce n'è tante di persone così in Einaudi, gente che ha fatto la storia e l'identità di questa casa editrice e che adesso si trova suo malgrado a contribuire con il proprio lavoro sia al patrimonio culturale italiano che a quello di un uomo per cui non ha nessuna stima.
Alcune di queste persone quando hanno ritenuto di doverlo fare se ne sono andate, ma per decidere non hanno avuto bisogno di sapere prima cosa avrebbero fatto Saviano, Zagrebelsky e Augias. Altre hanno invece scelto di rimanere, assumendosi un doppio onere: dover vivere questa contraddizione e doverla continuamente giustificare dagli assalti feroci dei seguaci dell'etica transitiva, quella secondo la quale, essendo Berlusconi un disonesto, tutto quello che ha a che fare con lui diventa intrinsecamente disonesto, non importa che sia l’ultimo dei correttori di bozze in Mondadori. E’ questa una visione morale che ha molto successo tra gli amanti della realtà in bianco e nero, e non ha nessuna importanza il fatto che applicarla alla lettera dia seri problemi di pendant anche nel rapporto con altri soggetti editoriali, ritenuti eticamente sostenibili solo perché non sono di Berlusconi. Perché, va detto, il parametro morale dell’etica transitiva resta sempre e comunque quello.
E dunque, come si esce da questo impasse?
La prima scelta è andarsene. Tanti saluti, io qui non posso starci, la mia coscienza non mi consente alternative, è stato bello, ma adesso stop. Non è difficile per chi ha un potere contrattuale che apre strade in ogni dove, e si fa oltrettutto una bellissima figura, anche se è prevedibile che comunque arriveranno sms tipo "io al tuo posto sarei rimasto". Del resto conosco gente che se ne è persino andata dall'Italia pur di non stare in un paese governato da Berlusconi, perché le scelte forti sono anche più belle quando sono radicali, no?  
La seconda opzione è quella di non andarsene, ed è la mia. I motivi sono chiari da tempo, li ho già esposti in numerose occasioni, ma la mole di sollecitazioni degli ultimi tre giorni mi fa pensare che ci sia ancora da ripeterli. Lo faccio adesso, sia per chi si è perso i dibattiti degli ultimi mesi (no, non abbiamo aspettato Vito Mancuso per farci domande e neanche per dare risposte) che per chi eventualmente fosse afflitto da risvegli di coscienza last minute.
Pazienti invece chi non ama i deja-vu.

Einaudi non è solo una casa editrice con una storia in cui umilmente voglio riconoscermi, ma è piena di persone competenti della cui professionalità e umanità non ho alcuna intenzione di privarmi solo perché gli avvocati della famiglia Berlusconi hanno pagato un giudice per appropriarsi di Mondadori. Se c’è qualcuno che eticamente è fuori posto in Einaudi, costui è Silvio Berlusconi e tutta la sua prole, non io o chi come me rivendica il diritto di starci a condizioni di libertà. Trovo inquietante che qualcuno possa considerare un traguardo democratico vedere Einaudi diventare un ghetto berlusconiano dove abbiano diritto di cittadinanza solo gli scrittori (e gli addetti ai lavori) non antagonisti.
Agli amici che mi dicono: "ma gli fai guadagnare dei soldi" dico che hanno ragione, e non farò finta che questo non sia un problema, visto che i soldi sono parte significativa della sua forza. Ma  lo scopo del mio impegno civico non può essere quello di diminuire il patrimonio di Berlusconi: a me se Berlusconi fa più soldi con i miei libri non importa niente. Il mio obiettivo resta quello di dire quello che penso a più gente possibile nel modo più efficace, con la speranza che, unitamente alla voce di altri, questo possa contribuire a offrire più strumenti di dissenso a chi ne sta cercando. Questo per me è fare cultura. E se è vero che questo si può fare in molte altre case editrici, resto convinta che in Einaudi ci siano per me le condizioni per farlo meglio che altrove: per tradizione consolidata, per qualità di relazione, per livello di professionalità, per potenzialità di diffusione e dunque per efficacia.

Queste valutazioni hanno pesato più di altre in ogni circostanza in cui il conflitto si è fatto più evidente, e fino a quando sarà così io non andrò via da Einaudi.
"Ma stavolta è diverso", leggo da qualche parte.
In cosa esattamente sarebbe diverso? In che modo questa legge ad personam dovrebbe scuotere la mia coscienza più di quanto non abbiano già fatto la cancellazione del reato di falso in bilancio, la legge Cirami, il lodo Alfano, il decreto salva Rete4, i condoni edilizi nelle aree protette, l'impedimento sulle rogatorie internazionali, il rientro agevolato dei capitali dall'estero, la proposta della legge bavaglio e varie ed eventuali che qui mi sfuggono? In che modo essere scrittore per una casa editrice che approfitta di un condono fiscale è peggio che essere cittadino di un paese dove il presidente del Consiglio si fa continua beffa del principio di legalità, piegandolo ai suoi interessi, compresi quelli fiscali?
Il problema per me non è che Mondadori benefici di un condono di cui qualunque azienda avrebbe approfittato (e molte altre infatti lo faranno), ma che Silvio Berlusconi governi questo paese. E poiché anche se io me ne andassi da Einaudi Silvio Berlusconi continuerebbe ad essere il presidente del Consiglio, forse non ha molto senso chiedersi se andare o restare, ma piuttosto dov'è che posso io fare una pur minima differenza con le mie competenze.
La risposta per me è restare in Einaudi, e rivendico di starlo facendo non nonostante Berlusconi, ma proprio perché Berlusconi è il proprietario. Cercare di fare continuità con le scelte che hanno fatto di questa casa editrice un riferimento culturale per intere generazioni resta per me l'unico modo valido per partecipare dell'esistenza (e della resistenza) di una proprietà morale in Einaudi, rappresentata dagli autori e dai professionisti che l'identità di questa casa editrice l'hanno costruita in anni di lavoro, e che continua ad esistere a prescindere da chi detiene le quote finanziarie. Se necessario, non ho dubbi che saprà essergli anche antagonista.
A molti certo non basterà, e per stimare di più me e gli altri autori Einaudi avrebbero preferito che facessimo tutti insieme l'inutile beau geste.
In quello magari li accontenterà il dottor Mancuso, non appena finirà l'ennesimo tentativo di giocare allo psicodramma collettivo dalle pagine di Repubblica.

Special guests (in continuo aggiornamento)

Marco Travaglio
Le stesse domande scaturiscono dalla lettura delle geremiadi del teologo Vito Mancuso, il quale ha scoperto con notevole tempismo di chi è la Mondadori che pubblica i suoi libri: pare addirittura che sia di B., che l’ha recentemente favorita con la quarantesima legge ad personam della sua nutrita collezione. Figurarsi come reagirà Mancuso quando scoprirà che B. la Mondadori l’ha pure sfilata vent’anni fa a De Benedetti grazie a una sentenza comprata da Previti con soldi suoi. Potrebbe persino venirgli una punta di acidità di stomaco. Per ora il teologo ritardatario s’è limitato a scrivere due articoli su Repubblica. Inerpicandosi sulla sua prosa, il lettore si attende da un momento all’altro il grande annuncio: “…E pertanto ho deciso di abbandonare Mondadori e di pubblicare i miei libri con un altro editore”. Invece no: si arriva in fondo, non senza una certa fatica, e si constata, non senza un certo disappunto, che l’annuncio non arriva. Mancuso voleva solo aprire il dibattito con gli altri autori Mondadori di provata fede antiberlusconiana (“aspetto le reazioni”). E vedere l’effetto che fa. “Che famo, se n’annamo o restamo? Fateme sape’”. Perché o se ne va tutta la comitiva, o forse resta anche lui. Soffrendo molto, ma forse resta. Poteva chiamarli uno a uno al telefono e risparmiarsi un po’ di ridicolo, ma erano troppi. Così ha scritto due articoli. Per risparmiare sulla bolletta.

Eugenio Scalfari
Da quanto ho capito, questa risposta sta particolarmente a cuore a Mancuso il quale è sull’orlo di una decisione ma, ch’io sappia, ancora non l’ha presa. E da me che cosa ti aspetti, caro Vito? Che io t’incoraggi a cercare nuovi lidi editoriali dove magari seguirti o ti convinca a restare dove sei e dove dici di trovarti bene, se non fosse per un rovello etico che ti rode dentro da quando hai letto sul nostro giornale, cui tu collabori, lo scandalo della legge “ad aziendam” imposta dal premier-editore per consentire alla sua Mondadori di saldare un debito fiscale presuntivamente accertato in 350 milioni di euro pagandone in tutto 8,6?

Nando Dalla Chiesa
Mancuso invece, come lui stesso racconta, è entrato in Mondadori come consulente editoriale nel 1997 e da allora ha prestato la sua opera non di autore ma di direttore di una collana per la casa editrice. Ci è entrato nel 1997, non come Pietro Citati (che vorrebbe coinvolgere alla pari nello scrupolo morale) che ci è entrato nel 1965. Ha fatto cioè una scelta. Nel ’97 dei rapporti tra Mondadori e Berlusconi sapevamo ormai tutto. E anche di come Berlusconi usava Mondadori, a partire da “Panorama”. Già erano iniziate le leggi ad aziendam.. Per queste ragioni un autore come Corrado Stajano, non l’unico, aveva fatto la scelta radicale di cambiare casa editrice. Mancuso invece fa il percorso inverso, entra. Ripeto: non a fare l’autore, ma a far parte della “macchina”, di cui infatti nel suo articolo descrive bene modi e luoghi. E ci resta dopo la quantità industriale di leggi di cui beneficia l’impero editorial-mediatico di cui fa parte. Anche quando esplode la questione del lodo Mondadori. Ricordate? L’ipotesi di corruzione in atti giudiziari, che poi sarebbe diventata verità giudiziaria Né recentemente si ribella platealmente (ad esempio con un editoriale su Repubblica) quando la sua casa editrice non firma l’appello contro la legge bavaglio, che per la libertà degli scrittori è forse la cosa più minacciosa. Finché, di fronte al nuovo scandalo, non solo esprime il suo disagio, più che comprensibile. Ma, dimentico della sua specificità, si rivolge agli altri autori, li accomuna al suo caso e pone loro il pubblico problema di lasciare Mondadori. Di più: fa una specie di chiamata di correo anche nei confronti degli autori Einaudi (essantocielo, bisogna essere conseguenti, anche loro sono “di proprietà”) e tira in ballo Zagrebelsky, Scalfari, Prosperi e ce ne possiamo mettere a decine. Perché non andarsene tutti per coerenza? Il fatto è che è ben diversa la storia di Einaudi e del suo marchio, non acquisito, fra l’altro, grazie alla corruzione dei giudici. E il fatto è che c’è gente, come Zagrebelsky, che l’identità culturale di quella casa l’ha costruita molto più di Berlusconi, del quale invece la Mondadori è un simbolo. Anzi “il simbolo”, almeno nell’editoria. Per queste ragioni l’idea che Vito Mancuso possa oggi diventare un esempio di radicalità intellettuale non mi convince. Anche se, per lo scrupolo personale, è naturalmente il benvenuto.

Ferdinando Camon su Avvenire

Il teologo Vito Mancuso non vuol più dare i suoi libri alla Mondadori, perché sulla Mondadori grava il sospetto che evada il fisco per una grossa somma, usando una legge varata da un governo di cui è capo il padrone della Mondadori stessa. Mancuso si rivolge agli altri autori della Mondadori (e della Einaudi, stesso padrone), perché seguano il suo esempio. Dunque il problema è: bisogna abbandonare una casa editrice se il suo padrone è disonesto? La mia risposta è: no. L’unico, vero, grave problema che pesa su un autore, quando dà i suoi libri a un editore, è il catalogo. Non il padrone. Il problema di una dignità del catalogo non esiste per editori antichi, ben diretti, di sapiente gestione, come Mondadori e Einaudi. Non parlo pro domo mea, non sono nel loro catalogo, ma dico: essere in quei cataloghi è un onore. Il problema del catalogo si fa atroce quando i tuoi libri vengono tradotti all’estero, da editori che non conosci e quindi non puoi giudicare, oppure li conosci e non li approvi. In questo caso il problema è: come faccio io a raggiungere i lettori di questo paese straniero, se non entro nel catalogo di questo editore? La risposta è: non li raggiungi. Se hai un messaggio per loro, loro non potranno mai leggerlo. E allora, è bene rifiutare l’editore dal-catalogo-che-non-ti­piace? No, è un atto che nessun autore deve compiere mai. Quando c’era l’Unione Sovietica, l’enorme massa umana che nello sterminato impero leggeva libri (stampati bene e a prezzo irrisorio), la raggiungevi solo se venivi tradotto dal mastodontico editore ufficiale, che era l’editore delle opere di Stalin. Ti si rivoltava lo stomaco? Rifiutavi e non venivi pubblicato. Chiudevi un occhio e dicevi: «Io rispondo dei miei libri, Stalin risponderà dei suoi»? Venivi pubblicato, andavi là, facevi conferenze, conoscevi gente e la gente ti conosceva. Lo scrittore non fa la prima scelta, non rifiuta l’editore unico degli imperi del male. Fa la seconda scelta: sta con i suoi libri. Se i suoi libri contengono idee che contrastano il male, in questo modo lui combatte l’impero. È l’unico modo che ha. Un editore è un buon editore se diffonde bene i libri. Einaudi e Mondadori non sono buoni, sono eccellenti. Ce ne sono altri tre­quattro in Italia, non di più. Non si lascia il loro catalogo, comunque si comporti, da padre o da marito o da cittadino, il loro padrone. Se il loro padrone commette un delitto, si chiede che venga condannato. Sto pensando in particolare a due autori Mondadori in crisi. Da Mondadori vendono molte migliaia di copie, e prevedono che, con un altro editore, ne venderebbero di meno. In tal caso, danneggerebbero se stessi. Sarebbero cattivi autori. L’autore che quest’anno ha vinto lo Strega, Antonio Pennacchi, era stato rifiutato da altri editori: pubblicandolo, la Mondadori è diventata sua madre. Non può andare in cerca di un’altra madre, perché sua madre è quella. Ci sono stati editori-persona, case editrici che erano l’incarnazione della cultura, dell’idea politica, del gusto estetico del padrone: ma oggi non è così. Le collane, anche in Einaudi e Mondadori, nascono dal confronto e dalla discussione tra direttori, non dall’imposizione del padrone. Se è vero, com’è vero, che le opere degli otto-dieci autori di Einaudi-Mondadori in crisi di coscienza sono improntate alla morale, alla democrazia, all’onestà, e se quegli autori hanno il sospetto che il loro padrone non pratichi quelle virtù, il massimo che possono fare è continuare con quelle opere e pubblicarle in quel catalogo, in modo da raggiungere il pubblico che li aspetta: cambiando catalogo, e perdendo lettori, magari pochi, danneggiano il proprio messaggio, lo indeboliscono. È una contraddizione del capitalismo: fa affari con tutte le merci, anche con le merci per lui tossiche, che lo avvelenano.

Giulio Mozzi

http://vibrisse.wordpress.com/2010/08/29/mondadori-le-tasse-e-la-leggina-ad-hoc/

Giulia Blasi

http://www.saitenereunsegreto.com/index.php/1931/chi-fa-la-rivoluzione/

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Scritto per l'inserto estate dell'Unione Sarda e dedicato a Giacomo, Nenna, Giuliana, Andrea e Ivan.

-    L’aragosta data te l’hanno?
-    Tranquilla, già c’è.
Quando gli feci questa domanda, il disastro che doveva succederci non era ancora successo. Giacomo Contu era figlio di un grossista di pesce e agli spuntini ferragostani la mamma lo foraggiava di roba grossa, mica come a noi, che ci davano una parmigiana di melanzane fritte leggera come un blocco di arenaria e a volte mezzo pollo alla griva con il mirto rubato dalle siepi comunali di piazza Azuni. Per questo noi le volevamo bene, alla mamma di Giacomo Contu. Quel ferragosto gli prestavano anche il fiorino, ma quel bonus per noi non cambiava niente: davanti c’era posto solo per lui e la sua pivella Nenna Manca, e il cassone era zona chimica impraticabile: il babbo ci portava le cassette di pesce da vendere a Tiesi e l’odore aveva posseduto la vetroresina come un demone, uscendone a zaffate in modo talmente intenso che avresti detto che usasse apposta l’arbre magique all’anguilla. Le salite dei monti di Santu Lussurgiu ce le saremmo perciò fatte in scooter, senza rimpianto.
Santu Lussurgiu, sì.
Era lì che andavamo, perché il mare nel ‘99 ci aveva anche un po’ rotto, che se uno nasce e cresce con i piedi a bagno ad un certo punto comincia a sognarsi la giungla, la prateria, le cime innevate, la foresta pluviale, qualunque posto, basta che non ci sia sabbia. La sabbia era roba per turisti continentali, che infatti in quegli anni si facevano i piani scientifici per arredarsi gli acquari di casa con il quarzo di Is Arutas. Gli adulti riempivano i secchielli e li facevano portare ai bambini, facendo i finti tonti. Il sindaco gli aveva giurato guerra con un’ordinanza draconiana: non solo non andava presa la sabbia, ma divenne "obbligatorio accedere al litorale con scarpe infradito e scuotere bene i granelli dagli indumenti prima di lasciare l’arenile. Previsti controlli individuali." Bisogna dire che, a parte certi lascivi figuri che iniziarono appositamente a zavorrarsi di quarzo i boxer nella speranza di una perquisizione intima, i più in effetti la smisero. Sia come sia, nel ‘99 quella non era più la nostra battaglia. Sul fronte spiaggia noi avevamo tutti già dato, e tenevamo in curriculum almeno una mezza dozzina di ferragosti tradizionali cabraresi a Mari Ermi, di quelli con le tende condominiali con le verande, i gruppi elettrogeni per i frigoriferi e i barbecue per arrostire i muggini, ricavati astutamente dentro vecchi cestelli delle lavatrici rubati in inverno dal cassonetto del vicino, con previdenza. Tutti a quel tempo speravano che si rompesse la lavatrice del vicino.
Quando arrivava ferragosto Cabras faceva sul serio.
Migliaia di persone occupavano la spiaggia per una settimana e niente era lasciato al caso. Per questo a vent’anni anche il più sfigato dei cabraresi, cresciuto a quella dura scuola, era un veterano della sopravvivenza on the beach, laureato in accensione della carbonella con master di specializzazione nello scavo per tenere in fresco l’anguria, vedetta scelta nel monitorare che la marea non si portasse via le birre e top manager del bisognino tra le palme nane, che per la privacy la macchia mediterranea non la batte nessuno. Noi eravamo consapevoli di essere portatori di questo sapere prezioso, tramandatoci da generazioni di cabraresi prima di noi e tutto sintetizzato simbolicamente in quell’aragosta, nostro venerato animale totem. Per questo ce l’avevano consegnata religiosamente avvolta in alluminio come una grossa pepita d’acciaio, e Andrea Cutri se l’era infilata orgogliosamente sotto il sellino dello scooter, ergendosi a suo protettore e custode. Era congelata e questo, quando fossimo arrivati al monte, ci avrebbe dato giusto il tempo di allestire un bivacco per arrostirla: allora avremmo potuto dirci a casa anche tra gli animali feroci del Montiferru che ci erano stati annunciati. Correva infatti voce che sul terreno dove intendevamo bivaccare ci fossero allo stato brado delle vacche selvagge dal pelo color ruggine chiamate Bue Rosso, di cui allora si cominciava appena a parlare nei barbecue. Odiavano la gente del Campidano e ci avrebbero attaccato a mandrie se avessimo invaso il loro territorio; ce lo aveva detto la mamma di Nenna, lussurgese di nascita sposata a Cabras, e il fatto che fosse proprietaria sia del terreno che delle vacche che lo infestavano non ci insospettì. Eravamo giovani e cabraresi, conoscevamo solo le furbizie dei muggini.
Prima di partire passammo al salone parrocchiale a prendere due attrezzi dalla cassetta del bricolage con cui a Natale facevamo il presepe. Li sistemammo sotto ai sellini degli scooter, e non fu facile fargli posto tra gli yoghurt, le salsicce, la frutta, il pane, l’aragosta. Poi andammo al monte, montammo le tende, facemmo il bagno in un torrentello di acqua gelida, esplorammo il territorio con coltelli da bistecca branditi a due mani casomai ci venisse incontro una mandria, e per giorni tutto ci sembrò molto selvaggio e pericoloso. Nessuno di noi si accorse mai che non avevamo mangiato l’aragosta. Giuro che non fu fatto apposta, solo ce ne dimenticammo, perché la vita lì era così bella che non serviva un crostaceo per migliorarla.
Chi poteva immaginare che l’aragosta nel frattempo marcisse dimenticata su un tavolino nel salone parrocchiale, quaranta gradi al chiuso per due settimane? La bestia si decompose con tutta calma. Prima divenne acido, poi corrose il domopak e il suo stesso carapace, impregnò il tavolo di legno, macchiò le piastrelle, appestò il salone parrocchiale, uscì dalle finestre a bocca di lupo del corridoio e se ne sarebbe sentito l’odore pestilenziale sin fuori, se non fossero stati tutti a Mari Ermi ad arrostire i muggini nelle lavatrici.
Se ne accorsero però i corridori scalzi quando dieci giorni prima della festa dovettero entrare nel salone parrocchiale per organizzare la corsa di San Salvatore. Quei probi babbi di famiglia pensarono a un gatto rimasto chiuso dentro, decompostosi per il caldo dopo una disperata morte per fame e sete. Noi ovviamente fingemmo di identificare l’inesistente felino, mentre con ogni mezzo chimico cercavamo di far andare via l’acido dell’aragosta da pavimento e tavolo.

Ho vissuto tanti anni con questo orribile segreto dentro.
Mi si capirà se per dirlo ho aspettato la prescrizione del decimo anno.

Cosa compra chi compra Accabadora su IBS Premetto che ieri mi ha scritto Massimo D’Alema.

Nell’incontro sulla letteratura sarda a Festa Manna feci notare che su IBS - il sito di vendita di libri on line più usato in Italia – se acquisti un libro di narrativa scritto da un sardo le statistiche interne ti informano che chi ha comprato quel libro ha preso anche un certo numero di libri degli altri autori sardi: chi legge Agus compra anche Niffoi, chi compra Fois legge anche Giacobbe, chi acquista Abate lo accompagna a Todde, chi compra Murgia ci aggiunge pure Angioni, chi sceglie Soriga ordina anche Capitta. Non ho modo di sapere con certezza se gli acquirenti che determinano questa statistica siano tutti sardi, ma è il buon senso che me lo suggerisce, perché questo elenco di nomi non è legato a un genere, né a una ambientazione simile, non é della stessa casa editrice, tantomeno della medesima generazione o popolarità mediatica. Le cose che scrivono i sardi presenti su IBS non hanno in comune molto altro che essere appunto scritte da sardi, quindi forse non è peregrino immaginare che chi li compra in blocco lo faccia essenzialmente per questo motivo.

Questo è un dato importante per chi si sta ponendo domande sui processi di identificazione nazionale legati alla letteratura sarda, perché suggerisce l’esistenza di un popolo che ha eletto da sè la sua narrazione e la segue con costanza, passando senza soluzione di continuità da Fraus al call center Kirby, da Abbacrasta al Poetto, da Cagliari a Nuoro. Non importa che gli scrittori abbiano o meno questo intento di rappresentatività tra i sardi, anzi posso dire con certezza che alcuni non ce l’hanno per niente e sarebbero molto felici se si desse meno importanza possibile alla loro provenienza geografica. Del resto Kerouak non pensava alla beat generation mentre scriveva On the road, Atzeni in Passavamo sulla terra leggeri non aveva in mente gli indipendentisti e sicuramente Tolkien non scriveva il Signore degli Anelli per accattivarsi le simpatie della gioventù di destra. Sono i popoli che si scelgono i narratori, e i sardi – che evidentemente si sentono narrati - lo stanno facendo attraverso un processo che considera gli scrittori sardi come un insieme coerente al di là delle differenze e organizza i titoli delle librerie sarde con una precisa logica polifonica. Questo avviene da tempo e sarebbe ora che oltre agli uffici marketing delle case editrici se ne accorgesse anche qualcun altro.

Cosa c’entra tutto questo con il fatto che ieri mi ha scritto Massimo D’Alema?
C’entra, perché Massimo D’alema presiede una cosa chiamata ItalianiEuropei, cioè una corrente politica interna al PD camuffata da fondazione, che oggi nel panorama politico italiano se non ci hai una fondazione non sei nessuno. Questa specifica fondazione sta progettando un numero speciale della sua rivista dedicato alla riscoperta del valore dell’unità d’Italia in occasione del suo 150° anniversario. La lettera mi invita a collaborare scrivendo sul tema dell’identità nazionale italiana perché Massimo D’Alema ritiene che “in questa riscoperta di noi stessi un ruolo di estrema importanza possa essere svolto dalla letteratura, dalla narrazione dell’identità di un paese che ad essa compete.” Badate alla scelta dei termini: secondo D’Alema alla letteratura compete la narrazione dell’identità di un paese.

Questo episodio fa riflettere, perché l’Italia una narrazione di sé attualmente non ce l’ha. Non sto parlando di libri o di scrittori – il Sole24ore ci ha appena informati che quelli ci sono - ma dell’assenza di quel processo di riconoscimento che invece i lettori sardi stanno affermando verso i propri narratori. Non si può dire che in Italia esista adesso un’epica letteraria davvero popolare; ci sono periodici flussi di interesse che si muovono da un target o intorno a un genere, ma manca del tutto l’immedesimazione in una narrazione dell’esperienza comune. Nessun romanzo sul fascismo è entrato nel cuore della gente, nessun racconto sugli anni di piombo ha fatto il botto sotto agli ombrelloni, nessuna storia d’amore all’epoca del boom economico ha scalfito l’immaginario italiano. Non c’è un’epica delle grandi opere e dei grandi luoghi: dighe, miniere, autostrade, porti, città. Manca un’epica della migrazione, sia interna che esterna. Ci sono (invero non molti) i libri che provano a farla, ma la gente non li compra in quantità e costanza tale da poter affermare che alla base di quella scelta ci sia un atto di riconoscimento al plurale. Non sembra che gli italiani scelgano i romanzi per cercarsi come popolo, anzi a guardare i grandi numeri delle vendite si potrebbe quasi dire che siano un popolo senza trama.  

Le uniche eccezioni a questo ragionamento sono il noir e Gomorra, e se fossi un politico lungimirante prima di mettermi a celebrare narrativamente l’unità d’Italia io rifletterei molto sul perché l’identificazione popolare si muova verso questo tipo di narrazione.

Com'è finita con D'Alema?

Gentilissimo,
pur ringraziandola di avermi voluto includere nel numero di coloro chiamati a scrivere dell'identità nazionale italiana, mi vedo costretta a declinare per due ragioni. La prima è che la mia scelta politica è da tempo dichiaratamente rivolta al percorso indipendentista sardo nella sua accezione più moderna e democratica, una posizione in chiara contraddizione con la natura della vostra richiesta. La seconda - ed è il motivo per cui avrei rifiutato comunque - è che sono convinta che la competenza della letteratura non sia quella di fare "la narrazione dell'identità nazionale di un paese", materia invero più propagandistica che letteraria.
Cordiali saluti

tutti

Il tour del Campiello è finito e io ne sono ben felice, perché negli ultimi mesi ero diventata un irriconoscibile ibrido metà donna e metà trolley. Ora non c'è che la finale di settembre a Venezia, ma ci penso poco, perché sin qui ho vissuto un'esperienza da privilegiata, incontrando persone sorprendenti e quasi sempre piacevoli e visitando posti di cui fino a questo momento avevo solo sentito parlare. Ho anche dovuto rivedere qualche pregiudizio specifico sulla Confindustria veneta, rivelatosi infondato in quasi tutte le occasioni di questo tour, costellate di incontri da ricordare.
Ma ad avere dei pregiudizi a volte si fa anche bene: per esempio l'incontro di Cortina "moderato" da Alda D'Eusanio è stata la penosa conferma di tutto il peggio che ricordavo di averle visto fare e dire in tv ai tempi in cui ancora le lasciavano condurre un programma alla Rai, gli incoscienti.

Mi resterà particolarmente caro un momento specifico di questo viaggio, che ho potuto vivere grazie alla disponibilità eccezionale di Andrea Gios, sindaco di Asiago. Mentre Gianrico, Gad, Laura e Antonio dormivano il sonno dell'eroe, quest'uomo si è alzato all'alba per accompagnarmi in cima all'altipiano - per me fino a quel momento solo un toponimo lussiano - su fino al monte Zebio, dove durante la prima guerra mondiale perse la vita in trincea un numero impressionante di sardi. Oggi quel luogo è memoria a cielo aperto, oltre che territorio sardo a tutti gli effetti per straordinaria concessione del comune di Asiago, che lo ha ceduto per 99 anni ai 140 comuni sardi che hanno perso qualcuno qui. Visitare insieme a quest'uomo discretissimo la ricostruzione delle trincee e vedere le croci dei sardi con i nomi, i cognomi e i villaggi di provenienza è stato quanto di più lontano dalla retorica sull'eroismo della Brigata Sassari potessi vivere: su quella piana non ho visto eroi, solo morti, cicatrici indelebili di una generazione sacrificata alla follia di una guerra che non avrebbero mai dovuto andare a combattere. Il pensiero delle potenzialità irrimediabilmente perse con quelle giovani vite ha fatto sì che la rabbia alla fine sommergesse la commozione. 

 

 

 

 












Al termine del nostro giro il sindaco mi ha portato in una malga, dove un uomo gentilissimo mi ha regalato delle ricottine fresche e mi ha mostrato come si fa il formaggio asiago. Mucche ovunque, ça va sans dire. Non volevo più venire via.

Il resto del tour è pieno di aneddoti, la maggior parte dei quali morirà con me. Ma alcuni possono essere condivisi, giusto per darvi l'idea di come, oltre alla flora, in questo viaggio abbiamo avuto modo di ammirare anche varia fauna, soprattutto giornalistica.

Godeteveli.


Giornalismo competitivo

giornalista - Signora Pariani, sappiamo che c'è molta invidia tra gli scrittori. Quanto è invidiosa lei dei suoi colleghi?

Laura - ... scusi?


Giornalismo d'elite

giornalista - Qui a ***lussuosa località montana cara ai Vanzina*** c'è un pubblico d'elite. Lei si sente una scrittrice d'elite?

io - può spiegarmi cosa sarebbe per lei un "pubblico d'elite"?


Giornalismo ombelicale

giornalista - Avete ambientato qualche vostro romanzo nel Veneto?

noi - beh... no.

giornalista - Non fa niente. Ma magari avete scritto parte dei vostri romanzi nel Veneto... No? E cosa sapevate del Veneto prima di venire qui a ***amena località della campagna veneta***?

giornalista 2 - E che piatti tipici del Veneto conoscete?

noi - ...

Gad - Ora basta domande leghiste. Vado a prendere l'aperitivo, con permesso.


Giornalismo finanziario

giornalista - signora Pariani, quanto incide il Campiello sul suo fatturato?

Laura - ... prego?


Giornalismo letterario

giornalista - Gianrico Carofiglio ha scritto un bellissimo giallo. Come ci si sente a essere il più venduto giallista italiano?

Gianrico - guardi, giallo lo chiama lei. Io credevo di aver scritto un romanzo...




Alda e i finali dei romanzi

Alda D'Eusanio - Murgia, lei ha raccontato ... bla...bla bla... bla... e infine la ragazza raccoglie l'eredità della madre adottiva e diventa a sua volta Accabadora. Non è così?

io - Veramente no. Ma mi interessa questa sua interpretazione, vada avanti.


Alda e la dura legge dell'italiano

Alda D'eusanio - Per esempio il suo libro, signora Pariani, io non sono riuscita a finirlo, è scritto tutto in lombardo!

Laura - ma veramente è scritto in italiano.

Alda D'Eusanio - Eh, sarà in italiano, ma io non ho capito!

Laura - Questo è un altro discorso...


Alda e il coraggio a tutti i costi

Alda D'Eusanio - Gad, nel tuo libro sei stato molto coraggioso.

Gad - No. Non c'è coraggio a dire la verità dalla mia posizione: sono ricco, famoso, felice e soddisfatto. Il prezzo della sincerità lo posso sostenere.

Alda D'Eusanio - Io ci vedo anche del coraggio!

Gad - ...


Alda e la tv dei sentimenti

Alda D'Eusanio - Gad, hai perdonato tuo padre?

Gad - ...


Alda super partes

E comunque, vi invito a comprare soprattutto il libro di Pennacchi, perché io conoscevo quella persona meravigliosa che era suo fratello e in tante pagine ce l'ho ritrovato dentro!

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Gad è uomo di stomaco forte: mentre noi si combatteva con la nausea da tornanti lui addirittura scriveva un articolo con il pc sulle ginocchia nell'ultimo posto del pulmino.

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Gianrico Carofiglio fa uno sguardo intenso e conturbante.

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Per arrivare a sessant'anni con la forma smagliante della Pariani ci metterei la firma!

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Allegra comitiva in movimento, Pennacchi canta vecchie canzoni da corteo sindacalista.

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Sul palco di Cortina InConTra durante l'impagabile D'Eusanio Show.

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Laura Pariani chiede di leggere una pagina del libro per dimostrare che è scritto in italiano.

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A Murgia, nun me fotografà mentre ci ho la nausea, che vengo pallido come un cencio!

Essendo biodegradabile, nel senso che certi aspetti della vita mi degradano, per questioni di igiene emotiva io a Natale mi spengo. Mentre tutti sono più buoni, alla retorica delle luminarie io so opporre solo un sordo odio di resistenza, selezionato e coltivato in ambiente protetto tutto l'anno perché possa fiorire famelico come una pianta carnivora alla vista del primo babbino natale impiccato a un balcone.
Questo mio sentimento ogni anno viene rinfocolato da un'orda di conoscenti i cui compulsivi comportamenti festivi rinnovano in me il desiderio di sterminare per quanto posso ogni forma di educazione sociale al Natale. Fermerei i bambini per strada per dire loro che Babbo Natale esiste, eccome. Ma mangia i bambini, non i biscotti.