Questo è l'incipit dell'articolo che ho scritto per l'Espresso in edicola questa settimana

“Quando è successo questo, nonna?”
“Nell’anno in cui è nato tuo fratello.”

Io gli anni ho imparato a contarli così e non ho mai capito perché intorno a me tutti si ostinassero a contarli con i numeri, quando i numeri non dicono niente.  Enumerare le cose ha senso se c’è un prezzo che di quella numerazione deve tenere conto, ma tutto il resto dovrebbe essere contato come si contano le cose che non si comprano e non si vendono: con i ricordi, e con le storie dei ricordi. Se li si catalogasse in questo modo, potrebbe capitare che un anno finisca per non avere dodici mesi, perché magari non in tutti i mesi è accaduto qualcosa che valesse la pena di diventare memoria. Altri anni sarebbero durati molto meno se li avessimo contati con quello che conta anziché con i numeri, e altri anni invece sarebbero stati molto più lunghi, avremmo dovuto imparare tante più storie per poterli ricordare per intero. Così per me bambina gli anni non avevano cifra, li confondevo e sovrapponevo, sbagliando anche le decadi. Poi certo, si cresce e si capisce che anche i numeri bisogna impararli, almeno per quieto vivere. Succede quando ti vedi scrivere “scarso” sul diario perché ti sei dimenticata la data precisa in cui Garibaldi è sbarcato a Marsala, e anche se la storia delle camicie rosse l’hai detta per filo e per segno, alla maestra interessava più che altro la data. Capisci così che al mondo ci sono persone-storia e persone-numero, e per non vedersi mettere “scarso” bisogna imparare a tenere insieme conto e racconto. [...]

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