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Anche oggi mi è arrivato un sms che diceva "se fossi al tuo posto io me ne andrei".
Non è una novità: ogni volta che succede una cosa come quella che ha appena fatto succedere Vito Mancuso con la sua lettera a Repubblica, io mi scopro circondata da gente che non vedrebbe l'ora di non pubblicare per Einaudi.

Intendiamoci, io ho grande rispetto per lo scrupolo di Vito Mancuso, ci mancherebbe.
Sono anch'io cattolica e quindi per contratto battesimale ho almeno una crisi di coscienza alla settimana, anche se di solito in fase di discernimento non mi capita di confondere il direttore spirituale con quello di Repubblica. In effetti la specifica crisi di coscienza di pubblicare per Berlusconi - uomo che detesto, politico che disprezzo e modello antropologico contro il quale resisto - l'ho affrontata prima di tutto confrontandomi con persone stimate che fanno il mio mestiere con il medesimo editore. Ce n'è tante di persone così in Einaudi, gente che ha fatto la storia e l'identità di questa casa editrice e che adesso si trova suo malgrado a contribuire con il proprio lavoro sia al patrimonio culturale italiano che a quello di un uomo per cui non ha nessuna stima.
Alcune di queste persone quando hanno ritenuto di doverlo fare se ne sono andate, ma per decidere non hanno avuto bisogno di sapere prima cosa avrebbero fatto Saviano, Zagrebelsky e Augias. Altre hanno invece scelto di rimanere, assumendosi un doppio onere: dover vivere questa contraddizione e doverla continuamente giustificare dagli assalti feroci dei seguaci dell'etica transitiva, quella secondo la quale, essendo Berlusconi un disonesto, tutto quello che ha a che fare con lui diventa intrinsecamente disonesto, non importa che sia l’ultimo dei correttori di bozze in Mondadori. E’ questa una visione morale che ha molto successo tra gli amanti della realtà in bianco e nero, e non ha nessuna importanza il fatto che applicarla alla lettera dia seri problemi di pendant anche nel rapporto con altri soggetti editoriali, ritenuti eticamente sostenibili solo perché non sono di Berlusconi. Perché, va detto, il parametro morale dell’etica transitiva resta sempre e comunque quello.
E dunque, come si esce da questo impasse?
La prima scelta è andarsene. Tanti saluti, io qui non posso starci, la mia coscienza non mi consente alternative, è stato bello, ma adesso stop. Non è difficile per chi ha un potere contrattuale che apre strade in ogni dove, e si fa oltrettutto una bellissima figura, anche se è prevedibile che comunque arriveranno sms tipo "io al tuo posto sarei rimasto". Del resto conosco gente che se ne è persino andata dall'Italia pur di non stare in un paese governato da Berlusconi, perché le scelte forti sono anche più belle quando sono radicali, no?  
La seconda opzione è quella di non andarsene, ed è la mia. I motivi sono chiari da tempo, li ho già esposti in numerose occasioni, ma la mole di sollecitazioni degli ultimi tre giorni mi fa pensare che ci sia ancora da ripeterli. Lo faccio adesso, sia per chi si è perso i dibattiti degli ultimi mesi (no, non abbiamo aspettato Vito Mancuso per farci domande e neanche per dare risposte) che per chi eventualmente fosse afflitto da risvegli di coscienza last minute.
Pazienti invece chi non ama i deja-vu.

Einaudi non è solo una casa editrice con una storia in cui umilmente voglio riconoscermi, ma è piena di persone competenti della cui professionalità e umanità non ho alcuna intenzione di privarmi solo perché gli avvocati della famiglia Berlusconi hanno pagato un giudice per appropriarsi di Mondadori. Se c’è qualcuno che eticamente è fuori posto in Einaudi, costui è Silvio Berlusconi e tutta la sua prole, non io o chi come me rivendica il diritto di starci a condizioni di libertà. Trovo inquietante che qualcuno possa considerare un traguardo democratico vedere Einaudi diventare un ghetto berlusconiano dove abbiano diritto di cittadinanza solo gli scrittori (e gli addetti ai lavori) non antagonisti.
Agli amici che mi dicono: "ma gli fai guadagnare dei soldi" dico che hanno ragione, e non farò finta che questo non sia un problema, visto che i soldi sono parte significativa della sua forza. Ma  lo scopo del mio impegno civico non può essere quello di diminuire il patrimonio di Berlusconi: a me se Berlusconi fa più soldi con i miei libri non importa niente. Il mio obiettivo resta quello di dire quello che penso a più gente possibile nel modo più efficace, con la speranza che, unitamente alla voce di altri, questo possa contribuire a offrire più strumenti di dissenso a chi ne sta cercando. Questo per me è fare cultura. E se è vero che questo si può fare in molte altre case editrici, resto convinta che in Einaudi ci siano per me le condizioni per farlo meglio che altrove: per tradizione consolidata, per qualità di relazione, per livello di professionalità, per potenzialità di diffusione e dunque per efficacia.

Queste valutazioni hanno pesato più di altre in ogni circostanza in cui il conflitto si è fatto più evidente, e fino a quando sarà così io non andrò via da Einaudi.
"Ma stavolta è diverso", leggo da qualche parte.
In cosa esattamente sarebbe diverso? In che modo questa legge ad personam dovrebbe scuotere la mia coscienza più di quanto non abbiano già fatto la cancellazione del reato di falso in bilancio, la legge Cirami, il lodo Alfano, il decreto salva Rete4, i condoni edilizi nelle aree protette, l'impedimento sulle rogatorie internazionali, il rientro agevolato dei capitali dall'estero, la proposta della legge bavaglio e varie ed eventuali che qui mi sfuggono? In che modo essere scrittore per una casa editrice che approfitta di un condono fiscale è peggio che essere cittadino di un paese dove il presidente del Consiglio si fa continua beffa del principio di legalità, piegandolo ai suoi interessi, compresi quelli fiscali?
Il problema per me non è che Mondadori benefici di un condono di cui qualunque azienda avrebbe approfittato (e molte altre infatti lo faranno), ma che Silvio Berlusconi governi questo paese. E poiché anche se io me ne andassi da Einaudi Silvio Berlusconi continuerebbe ad essere il presidente del Consiglio, forse non ha molto senso chiedersi se andare o restare, ma piuttosto dov'è che posso io fare una pur minima differenza con le mie competenze.
La risposta per me è restare in Einaudi, e rivendico di starlo facendo non nonostante Berlusconi, ma proprio perché Berlusconi è il proprietario. Cercare di fare continuità con le scelte che hanno fatto di questa casa editrice un riferimento culturale per intere generazioni resta per me l'unico modo valido per partecipare dell'esistenza (e della resistenza) di una proprietà morale in Einaudi, rappresentata dagli autori e dai professionisti che l'identità di questa casa editrice l'hanno costruita in anni di lavoro, e che continua ad esistere a prescindere da chi detiene le quote finanziarie. Se necessario, non ho dubbi che saprà essergli anche antagonista.
A molti certo non basterà, e per stimare di più me e gli altri autori Einaudi avrebbero preferito che facessimo tutti insieme l'inutile beau geste.
In quello magari li accontenterà il dottor Mancuso, non appena finirà l'ennesimo tentativo di giocare allo psicodramma collettivo dalle pagine di Repubblica.

Special guests (in continuo aggiornamento)

Marco Travaglio
Le stesse domande scaturiscono dalla lettura delle geremiadi del teologo Vito Mancuso, il quale ha scoperto con notevole tempismo di chi è la Mondadori che pubblica i suoi libri: pare addirittura che sia di B., che l’ha recentemente favorita con la quarantesima legge ad personam della sua nutrita collezione. Figurarsi come reagirà Mancuso quando scoprirà che B. la Mondadori l’ha pure sfilata vent’anni fa a De Benedetti grazie a una sentenza comprata da Previti con soldi suoi. Potrebbe persino venirgli una punta di acidità di stomaco. Per ora il teologo ritardatario s’è limitato a scrivere due articoli su Repubblica. Inerpicandosi sulla sua prosa, il lettore si attende da un momento all’altro il grande annuncio: “…E pertanto ho deciso di abbandonare Mondadori e di pubblicare i miei libri con un altro editore”. Invece no: si arriva in fondo, non senza una certa fatica, e si constata, non senza un certo disappunto, che l’annuncio non arriva. Mancuso voleva solo aprire il dibattito con gli altri autori Mondadori di provata fede antiberlusconiana (“aspetto le reazioni”). E vedere l’effetto che fa. “Che famo, se n’annamo o restamo? Fateme sape’”. Perché o se ne va tutta la comitiva, o forse resta anche lui. Soffrendo molto, ma forse resta. Poteva chiamarli uno a uno al telefono e risparmiarsi un po’ di ridicolo, ma erano troppi. Così ha scritto due articoli. Per risparmiare sulla bolletta.

Eugenio Scalfari
Da quanto ho capito, questa risposta sta particolarmente a cuore a Mancuso il quale è sull’orlo di una decisione ma, ch’io sappia, ancora non l’ha presa. E da me che cosa ti aspetti, caro Vito? Che io t’incoraggi a cercare nuovi lidi editoriali dove magari seguirti o ti convinca a restare dove sei e dove dici di trovarti bene, se non fosse per un rovello etico che ti rode dentro da quando hai letto sul nostro giornale, cui tu collabori, lo scandalo della legge “ad aziendam” imposta dal premier-editore per consentire alla sua Mondadori di saldare un debito fiscale presuntivamente accertato in 350 milioni di euro pagandone in tutto 8,6?

Nando Dalla Chiesa
Mancuso invece, come lui stesso racconta, è entrato in Mondadori come consulente editoriale nel 1997 e da allora ha prestato la sua opera non di autore ma di direttore di una collana per la casa editrice. Ci è entrato nel 1997, non come Pietro Citati (che vorrebbe coinvolgere alla pari nello scrupolo morale) che ci è entrato nel 1965. Ha fatto cioè una scelta. Nel ’97 dei rapporti tra Mondadori e Berlusconi sapevamo ormai tutto. E anche di come Berlusconi usava Mondadori, a partire da “Panorama”. Già erano iniziate le leggi ad aziendam.. Per queste ragioni un autore come Corrado Stajano, non l’unico, aveva fatto la scelta radicale di cambiare casa editrice. Mancuso invece fa il percorso inverso, entra. Ripeto: non a fare l’autore, ma a far parte della “macchina”, di cui infatti nel suo articolo descrive bene modi e luoghi. E ci resta dopo la quantità industriale di leggi di cui beneficia l’impero editorial-mediatico di cui fa parte. Anche quando esplode la questione del lodo Mondadori. Ricordate? L’ipotesi di corruzione in atti giudiziari, che poi sarebbe diventata verità giudiziaria Né recentemente si ribella platealmente (ad esempio con un editoriale su Repubblica) quando la sua casa editrice non firma l’appello contro la legge bavaglio, che per la libertà degli scrittori è forse la cosa più minacciosa. Finché, di fronte al nuovo scandalo, non solo esprime il suo disagio, più che comprensibile. Ma, dimentico della sua specificità, si rivolge agli altri autori, li accomuna al suo caso e pone loro il pubblico problema di lasciare Mondadori. Di più: fa una specie di chiamata di correo anche nei confronti degli autori Einaudi (essantocielo, bisogna essere conseguenti, anche loro sono “di proprietà”) e tira in ballo Zagrebelsky, Scalfari, Prosperi e ce ne possiamo mettere a decine. Perché non andarsene tutti per coerenza? Il fatto è che è ben diversa la storia di Einaudi e del suo marchio, non acquisito, fra l’altro, grazie alla corruzione dei giudici. E il fatto è che c’è gente, come Zagrebelsky, che l’identità culturale di quella casa l’ha costruita molto più di Berlusconi, del quale invece la Mondadori è un simbolo. Anzi “il simbolo”, almeno nell’editoria. Per queste ragioni l’idea che Vito Mancuso possa oggi diventare un esempio di radicalità intellettuale non mi convince. Anche se, per lo scrupolo personale, è naturalmente il benvenuto.

Ferdinando Camon su Avvenire

Il teologo Vito Mancuso non vuol più dare i suoi libri alla Mondadori, perché sulla Mondadori grava il sospetto che evada il fisco per una grossa somma, usando una legge varata da un governo di cui è capo il padrone della Mondadori stessa. Mancuso si rivolge agli altri autori della Mondadori (e della Einaudi, stesso padrone), perché seguano il suo esempio. Dunque il problema è: bisogna abbandonare una casa editrice se il suo padrone è disonesto? La mia risposta è: no. L’unico, vero, grave problema che pesa su un autore, quando dà i suoi libri a un editore, è il catalogo. Non il padrone. Il problema di una dignità del catalogo non esiste per editori antichi, ben diretti, di sapiente gestione, come Mondadori e Einaudi. Non parlo pro domo mea, non sono nel loro catalogo, ma dico: essere in quei cataloghi è un onore. Il problema del catalogo si fa atroce quando i tuoi libri vengono tradotti all’estero, da editori che non conosci e quindi non puoi giudicare, oppure li conosci e non li approvi. In questo caso il problema è: come faccio io a raggiungere i lettori di questo paese straniero, se non entro nel catalogo di questo editore? La risposta è: non li raggiungi. Se hai un messaggio per loro, loro non potranno mai leggerlo. E allora, è bene rifiutare l’editore dal-catalogo-che-non-ti­piace? No, è un atto che nessun autore deve compiere mai. Quando c’era l’Unione Sovietica, l’enorme massa umana che nello sterminato impero leggeva libri (stampati bene e a prezzo irrisorio), la raggiungevi solo se venivi tradotto dal mastodontico editore ufficiale, che era l’editore delle opere di Stalin. Ti si rivoltava lo stomaco? Rifiutavi e non venivi pubblicato. Chiudevi un occhio e dicevi: «Io rispondo dei miei libri, Stalin risponderà dei suoi»? Venivi pubblicato, andavi là, facevi conferenze, conoscevi gente e la gente ti conosceva. Lo scrittore non fa la prima scelta, non rifiuta l’editore unico degli imperi del male. Fa la seconda scelta: sta con i suoi libri. Se i suoi libri contengono idee che contrastano il male, in questo modo lui combatte l’impero. È l’unico modo che ha. Un editore è un buon editore se diffonde bene i libri. Einaudi e Mondadori non sono buoni, sono eccellenti. Ce ne sono altri tre­quattro in Italia, non di più. Non si lascia il loro catalogo, comunque si comporti, da padre o da marito o da cittadino, il loro padrone. Se il loro padrone commette un delitto, si chiede che venga condannato. Sto pensando in particolare a due autori Mondadori in crisi. Da Mondadori vendono molte migliaia di copie, e prevedono che, con un altro editore, ne venderebbero di meno. In tal caso, danneggerebbero se stessi. Sarebbero cattivi autori. L’autore che quest’anno ha vinto lo Strega, Antonio Pennacchi, era stato rifiutato da altri editori: pubblicandolo, la Mondadori è diventata sua madre. Non può andare in cerca di un’altra madre, perché sua madre è quella. Ci sono stati editori-persona, case editrici che erano l’incarnazione della cultura, dell’idea politica, del gusto estetico del padrone: ma oggi non è così. Le collane, anche in Einaudi e Mondadori, nascono dal confronto e dalla discussione tra direttori, non dall’imposizione del padrone. Se è vero, com’è vero, che le opere degli otto-dieci autori di Einaudi-Mondadori in crisi di coscienza sono improntate alla morale, alla democrazia, all’onestà, e se quegli autori hanno il sospetto che il loro padrone non pratichi quelle virtù, il massimo che possono fare è continuare con quelle opere e pubblicarle in quel catalogo, in modo da raggiungere il pubblico che li aspetta: cambiando catalogo, e perdendo lettori, magari pochi, danneggiano il proprio messaggio, lo indeboliscono. È una contraddizione del capitalismo: fa affari con tutte le merci, anche con le merci per lui tossiche, che lo avvelenano.

Giulio Mozzi

http://vibrisse.wordpress.com/2010/08/29/mondadori-le-tasse-e-la-leggina-ad-hoc/

Giulia Blasi

http://www.saitenereunsegreto.com/index.php/1931/chi-fa-la-rivoluzione/

Commenti  

 
#1 Daniela 2010-08-25 06:32
La cultura non ha padroni. E' fondamentale divulgarla e ben venga qualsiasi testata editoriale che serva a ciò.
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#2 Piero Frassino 2010-08-25 07:10
Cara michela, sono un tuo fan, mi piace leggerti spesso, ma ultimamente lo faccio meno e sentendo anche altri ho scoperto che condividono il mio parere dal quale nasce un umile consiglio: NON SCRIVERE PER EINAUDI , non è per te, continua a fare le cose che hai fatto sempre che sono più nobili , e rimanendo neutrale tutte le belle parole sono apprezzate da tutti. mentre così facendo stai deturpando le tue opere con le tue stesse mani, tra i tuoi fans appassionati ce ne saranno tanti (come me) che non ostante le pressoché quotidiane insistenze si rifiutano di scrivere per Einaudi per cui perderai molti fans, che senso ha ? almenochè la tua intensione non sia di diventare ministro alle pari opportunità di Berlusconi , be allora auguri... scusa se ti ho dato del tu e se mi sono permesso, complimenti per tutto il resto. piero
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#3 Sara 2010-08-25 07:14
Io ho comprato il tuo libro e anche molti altri libri degli autori di cui si parla in questi giorni, alcuni in "crisi di coscienza" e altri no. Li faccio leggere alle mie scolaresche perché se un'opera è valida cerchi di incrementarne la diffusione a prescindere da tutto. Avrei preferito che fossero di un'altra casa editrice però. Credo che chi di voi avesse l'opportunità di andare a lavorare presso Feltrinelli, o un'altra casa editrice valida, dovrebbe farlo come atto di protesta politico più che per un motivo morale legato alle ultime vicende di Mondadori che sono chiaramente la punta dell'iceberg rispetto all'operato di Berlusconi in questi anni.
Cordiali saluti Sara
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#4 signsoflife 2010-08-25 09:07
Le tue posizioni sono ben argomentate, ma rispetto anche i dubbi di Mancuso, che mi sembra che invece tu liquidi con molto sarcasmo, soprattutto nel finale. È giusto che gli intellettuali si interroghino su cosa fare con un padrone scomodo. Detto questo, spero che tu abbia sempre la maggior libertà di espressione possibile.
P.S.: non credo che "dejà-lu" esista... il participio passato di "leggere" in francese è "lit". Quindi si dovrebbe scrivere "dejà-lit" (se ho capito bene cosa intendevi). Buon lavoro.
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#5 Michela Murgia 2010-08-25 09:38
@Sign, è proprio un refuso, lo correggo subito!

Per il resto, se ci hai letto del sarcasmo è perché c'è. Mancuso ha fatto una azione violentissima con quella lettera, e non ho potuto fare a meno di chiedermi dove stava quest'uomo quando venivano fatte le altre leggi che elenco e che di coscienza hanno sconvolto quella di tutti. La risposta la trovi nell'articolo di Nando Dalla Chiesa: curava una collana editoriale per Mondadori. Richiamare ora a rispondere dei suoi proprio tormenti la coscienza di altre persone, alcune delle quali quelle leggi hanno alzato la voce per contrastarle di volta in volta, è surreale. Quando abbiamo firmato l'appello degli scrittori Einaudi contro la legge bavaglio, prendendo una posizione che in molti hanno interpretato come dissenziente rispetto alle posizioni della casa editrice, io la voce di Vito Mancuso non l'ho sentita levarsi.
Quindi qualche dubbio sulla credibilità di un improvviso turbamento interiore per ragioni fiscali mi viene, sì.
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#6 Alessandro 2010-08-25 09:52
Dopo aver letto questo tuo post, avrei voluto applaudirti, ma non lo avresti sentito, così ti scrivo che, il tuo ragionamento non fa una piega. Non avrebbe senso danneggiare un azienda perchè il suo proprietario non è quello che vorresti; come hai scritto, all'interno dell'azienda ci sono tante professionalità, che probabilmente non la pensano come il loro capo, ma che comuque gli permette di lavorare e di scrivere senza (spero) censure. I mezzi per combattere la stortura presente al governo sono altri, bisogna diffondere e abbeverarsi di cultura con qualsiasi mezzo. Bisogna leggere anche ciò che scrivono coloro che non la pensano come noi, ed è per questo che ogni settimana oltre all'Espresso compro anche Panorama, anche se do i miei soldi a lui. D'altronde anche l'indipendentismo non è un argomento che mi appassiona, eppure leggo ogni tua riga con grande interesse. Ciao
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#7 Lilli 2010-08-25 19:25
Ci sono due tue frasi che vorrei sottolineare con forza: "Il mio obiettivo resta quello di dire quello che penso a più gente possibile nel modo più efficace, con la speranza che, unitamente alla voce di altri, questo possa contribuire a offrire più strumenti di dissenso a chi ne sta cercando. Questo per me è fare cultura"
e la seconda
"non ha molto senso chiedersi se andare o restare, ma piuttosto dov'è che posso io fare una pur minima differenza con le mie competenze".
Condivido in pieno e non da oggi, ma dai tempi in ccui cominciarono a inveire Saviano per la stessa cosa. Io credo che chi ha qualcosa da dire che possa scuotere le coscienze ha il dovere morale di farlo nel posto che gli dia la massima risonanza.
Grazie Michela, a nome di quelli che mettono davanti il bene comune alla purezza della loro coscienza. E grazie da una lettrice di Einaudi da moltissimi anni.
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#8 benedetta 2010-08-25 20:47
Cara Michela,
tu non contribuisci solo ad arricchire Mister B., tu contribuisci all'evasione fiscale.
La tua è una presa di posizione di comodo.
Si sa che i soldi comprano tutti, anche gli scrittori.
Solo Saramago era diverso.
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#9 Daniele Addis 2010-08-25 21:48
Pro-berlusconiani acritici e lecchini e anti-berlusconiani viscerali e fanatici... tutto il loro mondo gira intorno ad una sola persona, che lo facciano per venerazione o per odio poco cambia, mi fanno tristezza entrambi.
Gli stranieri è per questo che guardano con incredulità all'Italia: c'è un governo che combina le peggiori cagate stataliste e inefficienti sotto il naso dei cittadini e dell'opposizione e quelli invece di attaccarlo nel merito si preoccupano di più di imputare al capo del governo fantasiosi complotti, stragi e così via in una sorta di furia kamikaze che vorrebbe spazzar via le sue aziende o tutto ciò che ha malauguratamente a che fare con lui, compresi coloro che lavorano onestamente a prescindere da chi sia il proprietario.

L'Italia è struttralmente sbagliata e lo rimarrà pure se le togliete Berlusconi... capisco che vi sia la tendenza a cercare un nemico per scaricare tutte le proprie frustrazioni per un qualcosa che non funziona, ma pure a quello c'è un limite.
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#10 Michela Murgia 2010-08-25 22:27
Cara Benedetta,
credo ti sfugga, sul piano squisitamente tecnico, che il processo di Mondadori per evasione fiscale fino ad ora ha messo nero su bianco due sentenze FAVOREVOLI a Segrate, cioè due giudici hanno stabilito che - in questo specifico caso e fino a quel grado di giudizio - Mondadori NON si poteva considerare un evasore fiscale.

Capisco che sia difficile da credere, ma le sentenze dei tribunali non possono essere valide solo quando riconoscono le responsabilità di Berlusconi e invece non contare nulla quando lo assolvono, perché questo modo di vedere la giustizia - forse non te ne rendi conto, ma tranquilla, non sei l'unica - risulterebbe tipicamente berlusconiano.

Ma se anche quelli di Mondadori avessero evaso fino all'ultimo centesimo supposto e non dimostrato, questo comunque non farebbe di me un evasore insieme a loro.

Poi magari un giorno mi spiegherai cosa ci vedi di comodo nel rifiutare offerte migliori altrove per restare in un posto in cui credi, e doverlo anche motivare di continuo. Ma io non credo che tu lo sappia, altrimenti non verresti qui a sputare sentenze a costo zero sulle scelte altrui, con una leggerezza che sbalordisce.
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#11 sara 2010-08-26 03:26
sono d'accordo
con Michela Murgia, Travaglio e Dalla Chiesa.
Per me decidere di andare via sarebbe come se unoperaio Fiat decidesse di andarsene dalla fabbrica per colpe del "padrone"
se costruisci armi, forse è giusto andar via, se costruisci auto magari no.
così se scrivi un libro con i "tuoi" conenuti resta, se t obbligano a cambiarli puoi andare, nella mia modesta opinione ...
la penso esattamente come Michela su B.,
però la sua eccessiva demonizzazione è anche un sintomo del sottovuoto spinto dell'Italietta ...
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#12 andrea 2010-08-26 14:36
Ormai molti anni fa, dopo la discesa in campo di B., decisi di non comprare più libri Mondadori anche se questo voleva dire privarsi di qualche buona lettura.

Ho fatto una e una sola deroga a questa mia personalissima regola, ho acquistato il tuo libro "Viaggi in Sardegna". Amo tanto la Sardegna e apprezzo tanto le tue idee che non potevo rinunciare a quel libro.
Sono contento di quella scelta, il libro è bellissimo.
Ma spero che tu mi possa capire, ora tornerò a rispettare la mia regola.
I soldi a quell'individuo così disgustoso non glieli voglio dare anche se capisco la tua scelta.
Speriamo di liberarcene tutti presto e voi di Cappellacci, e riprendetevi Soru che ama tanto la vostra terra che non può che fare bene.
Andrea
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#13 andrea 2010-08-26 14:37
ovviamente intendevo dire "Viaggio in Sardegna"
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#14 manuel 2010-08-27 00:17
io invece preferisco essere sempre libero di leggere chi voglio indipendentemente dall'editore del libro
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#15 sandrone 2010-08-27 11:23
Cara Michela, intanto ti abbraccio. Ci siamo incontrati una volta sola, ma mi sei stata subito simpatica. Adesso ancora di più visto che viviamo la stessa situazione e che la pensiamo all'incirca allo stesso modo (ne ho parlato qui [url:error]) La cosa che temo è che purtroppo il nostro argomentare serva a poco. E non si rendono conto che questo manicheismo, questo prendersela, alla fine, con chi è più vicino, anche se non se ne condividono tutte le scelte, è ciò che ha reso l'opposizione debole e Berluska forte. Che la vittoria di Berlusconi non è governare l'Italia, ma governare le menti, il tempo e lo spazio. Al punto che quando vogliamo parlare di contenuti e di libri, di quello che facciamo, ci si risponde e no, parliamo di Berlusconi! Per parafrasare indegnamente Salinger con il Giovane Holden: "Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l'autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira E DIRGLI: SEI UN VENDUTO!"
A presto.
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#16 Luca 2010-08-27 11:46
E' un bel dilemma!
No, non è un bel dilemma, secondo me chi ha la possibilità economica (intendo chi non muore di fame in quel caso sarebbe un gesto addirittura eroico) ha il dovere morale di non contribuire ad alimentare le casse di Berlusconi o di qualunque altro tiranno.
Mi viene in mente una vignetta di qualche anno fa dove un professore chiedeva agli alunni superalternativi in linea col loro tempo:

Durante l'imperialismo sareste stati pro o contro?
E gli studenti in coro:
CONTRO!

E durante il fascismo?
ANTIFASCISTI!

E durante il dilagante consumismo?
...

Insomma è troppo facile essere duri e puri quando non ci viene richiesto il minimo sacrificio.
Non è una critica personale, beninteso... conosco la tua storia e l'apprezzo e soprattutto ognuno decide o presume di decidere per se.
Tuttavia sei diventata un personaggio pubblico, come Saviano sei più di ciò che hai scritto e per molti rappresenti volente o nolente un icona di giustizia e brama di maggiore libertà.

Saluti
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#17 Luca 2010-08-27 11:51
Citazione Luca:
cut


Dimenticavo... è un dovere morale ancor più nei confronti di miti del nostro tempo come Aung San Suu Kyi e molti altri.
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#18 adnrea 2010-08-27 13:04
concordo....in tutto...

una oosa mi lascia un po' perplesso...il discorso dei soldi...arricchire B. non è cosa da poco...considerando cosa riesce a fare/muovere B. con i suoi soldi...
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#19 manuel 2010-08-27 17:55
il problema non sono i soldi di berlusconi.
il problema non sono gli autori in mondadori/einaudi ma berlusconi lì illegalmente, ma questo riguarda i giudici.
il problema è berlusconi presidente del consiglio. e chi ce l'ha messo?
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#20 Michela Murgia 2010-08-27 18:15
@ Sandrone, che te lo dico a fare? Sono d'accordo. Ti scrivo in privato.

@Luca, icona di etica non ho mai pensato di diventarlo in vita mia, ma coerente sì, e la coerenza si misura sul rapporto tra obiettivi da perseguire e mezzi a disposizione per farlo, non sulla demagogia. A cosa mi servirebbe rinunciare ai mezzi se volesse dire rinunciare all'efficacia nel perseguire gli obiettivi? A che mi servirebbe causare un ipotetico danno a Berlusconi (come se avessi questo potere) se il danno che ne viene a quello che scrivo e a chi vorrebbe leggermi è infinitamente superiore?
Come può essere considerato "lotta a Berlusconi" smettere di leggere libri, solo perché li pubblica lui? E da quando in qua il senso civico di cui ci piacerebbe essere portatori si è semplificato fino a diventare "lotta a Berlusconi"?
Io non faccio la lotta a Berlusconi, io faccio la lotta alla mentalità del condono, all'idea che le regole siano flessibili agli interessi, al culto del furbo e del forte, all'individualismo che non sa più dire "noi", al tentativo di far passare il senso critico come un disvalore sociale. I portatori di questo pensiero li ho accanto a casa, al bar dove prendo il caffè, al supermercato, nella cabina di voto. E la lotta per affermare davanti a loro un modo alternativo di essere persone in un paese civile la faccio con le idee, con le cose che scrivo, nella speranza di non tradire la tradizione della scrittura "resistente" che è nel DNA della mia casa editrice. Fare la stessa cosa fuori da Einaudi sarebbe possibile, ma non avrebbe lo stesso significato. La signora che a Venezia esponeva la bandiera italiana sul balcone davanti a cui Bossi faceva il comizio ha fatto politicamente la cosa più fastidiosa del mondo: agitare un valore alternativo esattamente sotto il naso leghista. Fare gli antiberlusconiani dal recinto protetto di Feltrinelli è comodo e politically correct. Farlo dentro la pancia della balena, e rimanerci perché con noi rimangano in essere le condizioni di libertà e critica che sono il valore-Einaudi, ha per me ben altro valore.
Le soluzioni sciacquacoscienza non mi interessano, specialmente se chi me le propone ha il palese intento di danneggiare un concorrente editoriale, e spesso altrettanti scheletri nell'armadio.
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#21 cacioman 2010-08-28 07:31
Molto bello e sentito il tuo post. Non ho nessuno intenzione di boicottarti (o pretendere che cambi editore) anzi ora che ho letto questo post mi compro un tuo libro che non ti conoscevo (e questo la dice lunga sulla mia appartenenza al popolo bue dei lettori da treno pendolari).

Provate (voi autori) a mettervi nei panni di noi lettori che ingenuamente non vi pensiamo come impiegati del catasto ma vi immaginiamo (o pretendiamo che siate) più come Cavalieri dell Zodiaco.
Alla fine noi compriamo i libri, dell'editore-politico che appesta il fare cultura e il fare politica in Italia, per poi andarci a leggere dentro le idee di autori che contrastano (o quanto meno ci provano; chi più chi meno) questo ammorbamento. Sono autori che lo fanno una riserva indiana, tabernacolo della storia editoriale del paese, che proprio il suddetto ammorbatore tiene in piedi. Ci sarebbe quasi da ringraziarlo l'ammorbatre: è veramente un editore libertario ed illuminato (come disse anche Montanelli prima di strillare poi di articolo 21 quando fu cacciato dal Giornale).

OK, provoco. Dici che l'intruso è lui. Non discuto la tua onestà intelletuale ma da fuori non vi si capisce: si sente tanto strepitare che il clima italiano fa schifo poi uno chiede agli autori di Einaudi Mondadori come va con un editore simile e quelli ti dicono: "bene, benissimo! che cavolo volete da noi !?"

Le altre risposte a Mancuso (non la tua) non mi sono piaciute: elusive e irridenti. Es. Ti svegli ora? (Travaglio, Dalla Chiesa); E l'otto per mille? (il mangiapreti da salotto Odifreddi); Che vuoi prete? (Scalfari) Hic manebimus optime, ce cacciassero loro si c'hanno er coraggio (Asor Rosa) .

Ciao
Cacioman
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#22 Michela Murgia 2010-08-28 10:42
Cacioman, se ho risposto a questa polemica è perché prendo molto sul serio il disagio di chi vede tutto dall'esterno e sente visceralmente il bisogno di un gesto liberatorio e platealmente etico. Ma la figura del capro nobilitatorio - cioè quello che si prende in carico la rappresentazione dei riscatti morali collettivi - è una figura assolutoria, non risolutoria.
Gli autori Einaudi andandosene dalla casa editrice non assolveranno l'Italia dal fatto di avere Berlusconi come presidente del consiglio. Bada, non sto dicendo che il nostro gesto non cambierebbe il fatto in sé, il che è ovvio, ma che non cambierebbe nemmeno l'evidenza che dietro quel fatto ci sia una cultura collettiva che riguarda tutti. Il tentativo di risolvere con il gesto simbolico (altrui) la propria frustrazione sociale ed elettorale è una manovra di piccolo cabotaggio, anche se ne capisco perfettamente la genuinità.

Per quanto riguarda la liberalità dell'editore, credo che avere una casa editrice non voglia dire essere un editore. Le case editrici non sono né più né meno che un'altra delle proprietà di Berlusconia, rubricate nei registri di dare e avere con lo stesso criterio con cui si catalogano le sue imprese edili e la Mediolanum.

Non è lui che "tiene in piedi" Einaudi, perché Einaudi è il suo catalogo, la sua tradizione editoriale e il suo patrimonio di professionalità, cioè chi ha scritto, chi ci scrive e chi ci lavora. Non ha merito nemmeno nella struttura, perché l'apparato è in gran parte quello che c'era quando era vivo Giulio Einaudi.
Berlusconi l'Einaudi se la è semplicemente comprata, e non sempre questo possesso è senza contraddizione per lui. Lo scatto contro Saviano ti prova che non è affatto pacifica la sua decantata liberalità in termini editoriali, e che c'è una natura intrinseca nelle sue proprietà editoriali che gli sfugge, che prescinde dal fatto che il proprietario sia lui e che addirittura lo coinvolge come antagonista. Se potesse imporlo senza fare scandalo, credi che uscirebbero mai per le sue case editrici titoli come "L'egemonia sottoculturale", "Berlusconi, ambizioni patrimoniali di una democrazia mediatica", o anche solo "Riportando tutto a casa" (che collega direttamente la china etica degli ultimi trent'anni alla sottocultura berlusconiana) o lo stesso "Gomorra" che tanto lo irrita?
Non può impedire queste pubblicazioni senza rompere il giocattolo, almeno finché il giocattolo continua a funzionare secondo un meccanismo che lui non controlla. Ecco perché molti autori Einaudi non se ne vanno, ed ecco perché non è un argomento che lui dai nostri libri guadagni un sacco di soldi: sia noi che lui si sa benissimo che pagare il lavoro non vuol dire comprare il silenzio.
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#23 Johngrady 2010-08-28 13:00
Condivido in toto lo spirito dell'articolo e sinceramente non capisco chi, intervenendo con commenti, si permetta di parlare di "etica" o magari di coerenza di fondo. A mio parere non esiste un "capitalismo buono" contrapposto a un "capitalismo cattivo". Esiste il capitalismo, e i modi che abbiamo di vivere il nostro tempo. Per questo mi fa ridere chi cita la Feltrinelli, per dire, come "esempio". Ma esempio di che? Cercate un po' su Google e vedrete come sono stati trattati, i dipendenti Feltrinelli, dal loro padrone. Einaudi è stata ed è una casa editrice importante, e lo sarà anche dopo l'uscita di scena di Berlusconi. Pubblicare con loro permette visibilità a contenuti che in altro modo sarebbero nascosti. Che altro dire? Dobbiamo darla vinta al padrone? O dobbiamo resistere "un minuto più" di lui? (cit.).
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#24 cacioman 2010-08-28 16:07
@Michela
La tua risposta mi ha rimescolato le idee. Ci penserò su.
Intanto metto a piano di non boicottare un tuo libro.
Ciao
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#25 eleonora 2010-08-30 13:07
Un autore sta con i suoi libri ha scritto uno dei tuoi special guests, Ferdinando Camon.
Credo sia giusto, anzi necessario, e apprezzo la tua posizione Michela.
Provo orgoglio, come donna - e come donna di Sardegna - per la limpidezza delle tue idee.
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