Sabato 20 Ottobre 2007 13:32

Se rinascessi, giuro che studierei antropologia culturale e farei la tesi sugli influssi del disegno porno giapponese sull'immaginario sessuale occidentale. Mi presenterei alla commissione con un power point pieno zeppo di tettine a mandorla e gonnelline blu, per la gioia di quelli che vanno alle discussioni delle tesi solo per sbirciare le cugine degli altri. Ma le fanciulle negli hentai non somigliano alle cugine di nessuno, non fosse altro perchè mostrano un inquietante sviluppo a macchia di leopardo che pare frutto di radiazioni: non si spiega diversamente il fatto che abbiano il petto gonfiato dall'esplosione di una marmorea quinta coppa C di seno, montata con perfetta incongruenza su vitini taglia 38. Le pupattole giapponesi dimostrano tutte tredici anni e sono tutte studentesse; oltre a incarnare il sogno dei cripto-pedofili di ogni dove, rappresentano bene il diktat estetico che vuole la squinzia magra e adolescente come unico modello aspirabile di femminilità.

Ma più che all'immaginario femminile, è il risvolto su quello maschile a interessarmi nel porno made in Japan. Tutte le protagoniste degli hentai durante l’accoppiamento hanno le bocche spalancate in un grido collettivo di disperazione, l’equivalente nipponico del nostro OSSIGNUR BENEDET CHE RANDELL. Anche in contesti dove non si evince la costrizione, l’impressione di star guardando uno stupro è indotta dal fatto che la protagonista è sempre passiva e palesemente sofferente, il che si potrebbe anche capire, perché - qualunque cosa ne pensino i maschi - nessuna donna neurostabile accetterebbe senza protestare un accoppiamento con un arnese taglia estintore. Gli uomini giapponesi hanno infatti il complesso della dimensione e per compensazione si raffigurano negli hentai con dotazioni che destabilizzerebbero le certezze dell’andrologo di John Holmes.

Sarebbe grande ignoranza culturale farsi però l’idea che ogni accoppiamento in Giappone sia frutto della violenza fisica: il rossore che appare sempre sul viso della fanciulla, lungi dal sottintendere timidezza o imbarazzo, nel linguaggio iconografico nipponico spiega che la giovane vittima non avrebbe saputo immaginare trastullo migliore per il suo pomeriggio di quella simpatica brutalizzazione, e che in realtà si stia lamentando al solo scopo di consolidare nel partner la convinz
ione di avere un Eurostar in ritardo al posto del pene. In pratica le donne orientali fingono esattamente come le occidentali, solo che mentre noi simuliamo che ci piaccia, in Giappone fanno finta che gli dispiaccia: esotismi.
Ma i meandri oscuri delle fantasie erotiche del sol levante sono davvero tanti. Solo in Giappone esiste un filone pornografico che vede donne smaniose di accoppiarsi con mostri meccanici tentacolati. I fumetti di genere prevedono creature efebiche con la gonnellina e i libri sottobraccio che vengono fatte prigioniere a scopo sessuale da un gigantesco vaporetto Polti proboscidato innestato sul telaio di una toyota Yaris; la studentessa, manco a dirlo, non vedeva l'ora di afferrare il cambio robotizzato con le timide manine, nonostante una opportunissima espressione terrorizzata. L’unica persona che conosco che potrebbe condividere questa fantasia è il tizio con la volkswagen nera metallizzata sotto casa mia, quello che ogni sabato
mattina l’accarezza teneramente con la spugna morbida, l’asciuga con il daino e poi le lucida l’alluminio delle pattane, guardando fisso nel tubo di scappamento, cavallo goloso.
Non toccherò il tema delle pur interessantissime fantasie zoofile di provenienza orientale, se non per dire che pare che il tutto trovi fondamento nella mitologia religiosa giapponese, che ha un pantheon molto simile a un caravanserraglio. Per noi sarebbe un po' come immaginare Nathan Never che fa sesso con santa Rita.
Credo però che l'enciclopedia del famolostrano all'orientale possa in qualche modo dare frutti deformi, se innestata in un contesto pornoculturale a cui mancano i codici per leggerla correttamente. Le ragioni sono diverse. La prima è che, anche senza il manga a confermarglielo, il maschio occidentale non è sempre in grado di distinguere tra una simulazione di diniego femminile e un diniego vero. La seconda è l'abbassamento dell'età della sessualizzazione delle bambine. Siamo pur sempre il paese in cui Gianni Boncompagni è stato considerato per anni un grande autore televisivo e non è facile far capire a chi è cresciuto con Non è la RAI che il fatto che le bamboline vogliose dei manga dimostrino tredici anni non significa che le tredicenni che si incontrano per via siano bamboline vogliose.


C'è poi la questione dell'estetica maschile e femminile. Mia nipote quattordicenne che legge i manga non è consapevole che il corpo degli anime giapponesi è una iperbole, e mi fa domande tipo: "zia, ma anche a me diventeranno così?". Non distruggerò precocemente le sue illusioni di adolescente rivelandole che non accadrà mai, e non le dirò neppure che non esistono maschi che hanno trivelle per estrazione petrolifera dentro i jeans, nonostante quello che gli ipodotati disegnatori di manga le hanno fatto credere.
Non voglio aprire la triste sezione "Ai miei tempi", sostenendo che gli uomini della mia età siano venuti su meglio solo perchè anzichè sui manga facevano chiropratica su Postalmarket, tanto meno le donne. Però nemmeno negli anni in cui Boy George era un sex symbol avrei mai immaginato che sarebbe venuto con furore dall'oriente qualcosa di tanto oscuro da dar vita a una generazione di genitalmente complessati che si sarebbero eccitati al pensiero di essere frullatori giganti con il pene pronti ad appostarsi all'uscita delle scuole medie nella speranza di zomparsi Mila, Shiro o Mila&Shiro insieme, mentre Hello Kitty guarda.