Premetto che ieri mi ha scritto Massimo D’Alema.
Nell’incontro sulla letteratura sarda a Festa Manna feci notare che su IBS - il sito di vendita di libri on line più usato in Italia – se acquisti un libro di narrativa scritto da un sardo le statistiche interne ti informano che chi ha comprato quel libro ha preso anche un certo numero di libri degli altri autori sardi: chi legge Agus compra anche Niffoi, chi compra Fois legge anche Giacobbe, chi acquista Abate lo accompagna a Todde, chi compra Murgia ci aggiunge pure Angioni, chi sceglie Soriga ordina anche Capitta. Non ho modo di sapere con certezza se gli acquirenti che determinano questa statistica siano tutti sardi, ma è il buon senso che me lo suggerisce, perché questo elenco di nomi non è legato a un genere, né a una ambientazione simile, non é della stessa casa editrice, tantomeno della medesima generazione o popolarità mediatica. Le cose che scrivono i sardi presenti su IBS non hanno in comune molto altro che essere appunto scritte da sardi, quindi forse non è peregrino immaginare che chi li compra in blocco lo faccia essenzialmente per questo motivo.
Questo è un dato importante per chi si sta ponendo domande sui processi di identificazione nazionale legati alla letteratura sarda, perché suggerisce l’esistenza di un popolo che ha eletto da sè la sua narrazione e la segue con costanza, passando senza soluzione di continuità da Fraus al call center Kirby, da Abbacrasta al Poetto, da Cagliari a Nuoro. Non importa che gli scrittori abbiano o meno questo intento di rappresentatività tra i sardi, anzi posso dire con certezza che alcuni non ce l’hanno per niente e sarebbero molto felici se si desse meno importanza possibile alla loro provenienza geografica. Del resto Kerouak non pensava alla beat generation mentre scriveva On the road, Atzeni in Passavamo sulla terra leggeri non aveva in mente gli indipendentisti e sicuramente Tolkien non scriveva il Signore degli Anelli per accattivarsi le simpatie della gioventù di destra. Sono i popoli che si scelgono i narratori, e i sardi – che evidentemente si sentono narrati - lo stanno facendo attraverso un processo che considera gli scrittori sardi come un insieme coerente al di là delle differenze e organizza i titoli delle librerie sarde con una precisa logica polifonica. Questo avviene da tempo e sarebbe ora che oltre agli uffici marketing delle case editrici se ne accorgesse anche qualcun altro.
Cosa c’entra tutto questo con il fatto che ieri mi ha scritto Massimo D’Alema?
C’entra, perché Massimo D’alema presiede una cosa chiamata ItalianiEuropei, cioè una corrente politica interna al PD camuffata da fondazione, che oggi nel panorama politico italiano se non ci hai una fondazione non sei nessuno. Questa specifica fondazione sta progettando un numero speciale della sua rivista dedicato alla riscoperta del valore dell’unità d’Italia in occasione del suo 150° anniversario. La lettera mi invita a collaborare scrivendo sul tema dell’identità nazionale italiana perché Massimo D’Alema ritiene che “in questa riscoperta di noi stessi un ruolo di estrema importanza possa essere svolto dalla letteratura, dalla narrazione dell’identità di un paese che ad essa compete.” Badate alla scelta dei termini: secondo D’Alema alla letteratura compete la narrazione dell’identità di un paese.
Questo episodio fa riflettere, perché l’Italia una narrazione di sé attualmente non ce l’ha. Non sto parlando di libri o di scrittori – il Sole24ore ci ha appena informati che quelli ci sono - ma dell’assenza di quel processo di riconoscimento che invece i lettori sardi stanno affermando verso i propri narratori. Non si può dire che in Italia esista adesso un’epica letteraria davvero popolare; ci sono periodici flussi di interesse che si muovono da un target o intorno a un genere, ma manca del tutto l’immedesimazione in una narrazione dell’esperienza comune. Nessun romanzo sul fascismo è entrato nel cuore della gente, nessun racconto sugli anni di piombo ha fatto il botto sotto agli ombrelloni, nessuna storia d’amore all’epoca del boom economico ha scalfito l’immaginario italiano. Non c’è un’epica delle grandi opere e dei grandi luoghi: dighe, miniere, autostrade, porti, città. Manca un’epica della migrazione, sia interna che esterna. Ci sono (invero non molti) i libri che provano a farla, ma la gente non li compra in quantità e costanza tale da poter affermare che alla base di quella scelta ci sia un atto di riconoscimento al plurale. Non sembra che gli italiani scelgano i romanzi per cercarsi come popolo, anzi a guardare i grandi numeri delle vendite si potrebbe quasi dire che siano un popolo senza trama.
Le uniche eccezioni a questo ragionamento sono il noir e Gomorra, e se fossi un politico lungimirante prima di mettermi a celebrare narrativamente l’unità d’Italia io rifletterei molto sul perché l’identificazione popolare si muova verso questo tipo di narrazione.
Com'è finita con D'Alema?
Gentilissimo,
pur ringraziandola di avermi voluto includere nel numero di coloro chiamati a scrivere dell'identità nazionale italiana, mi vedo costretta a declinare per due ragioni. La prima è che la mia scelta politica è da tempo dichiaratamente rivolta al percorso indipendentista sardo nella sua accezione più moderna e democratica, una posizione in chiara contraddizione con la natura della vostra richiesta. La seconda - ed è il motivo per cui avrei rifiutato comunque - è che sono convinta che la competenza della letteratura non sia quella di fare "la narrazione dell'identità nazionale di un paese", materia invero più propagandistica che letteraria.
Cordiali saluti
Se invece stai dicendo che IBS li classifica come sardi a prescindere dalle vendite, non saprei spiegarmi come mai per alcuni narratori sardi questo principio non vale (vai a leggere le statistiche di Abate, per esempio...)
10.02.2012 11:00 -
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Data privata
11.02.2012 18:30 -
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Nurachi - Ananti de sa ziminera
18.02.2012 16:00 -
17:00
Bologna - Assemblea Generale Progres Disterru
19.02.2012 16:00 -
21:00
Bologna - laboratorio di storytelling politico
27.02.2012 21:00 - 28.02.2012
22:00
Torino