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Persone che dovresti con

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(Questo articolo l'ho scritto per il Messaggero di Sant'Antonio) “Questa non è una casa per matti

Giovedì, 17 Maggio 2012 Commenti

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Questi due frammenti di diario sono contenuti in "Presente", il diario collettivo del 2011 che ho sc

Giovedì, 17 Maggio 2012 Commenti

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Sabato, 7 Aprile 2012 Commenti

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La Svezia ha tappezzato lo spazio del ritiro bagagli con le facce degli svedesi di cui si può vanta

Lunedì, 7 Maggio 2012 Commenti

di cultura

faccio già fatica a tenermi in equilibrio con le mie contraddizioniDue giorni fa ho fatto una lunga conversazione telefonica con un giornalista che si chiama Dario Pappalardo a proposito del manifesto TQ. Le cose dette, massicciamente sintetizzate con più di una semplificazione, sono comparse a grandi linee ieri sulle pagine culturali di Repubblica.

Il titolo dell'articolo era: MICHELA MURGIA CONTRO I TQ. Non ricordo di aver mai detto di essere "contro", ma per il codice tranchant del giornalismo immagino che tutto quello di cui non si fa parte rientri automaticamente nella categoria dell'antagonista. Ecco l'articolo, al quale segue la replica che mi ha rivolto con molto garbo Daniela Brogi dal sito dei TQ.


«Cari TQ, io non ci sto». Michela Murgia non firma il manifesto degli intellettuali trenta-quarantenni presentato nei giorni scorsi perché «è impossibile ridurre l'impegno a una questione anagrafica e poi le rigidità ideologiche sono troppe». Ieri, il quotidiano Sardegna 24 ha riportato il no della scrittrice, accompagnato da quello di altri autori sardi, tra cui Francesco Abate e Flavio Soriga. Per quest'ultimo si tratta di un'uscita dal gruppo. Dopo la partecipazione alle prime assemblee, ci ha ripensato, motivando secco: «Troppa teoria, convention logorroiche e poco chiare».

Ma è l'autrice di Accabadora a ribadire oggi forte e chiaro il suo dissenso. «Premetto che guardo gli sviluppi delle loro iniziative con molto interesse. Mi è stato chiesto di aderire dall'inizio, ma la prima perplessità riguardava la limitazione anagrafica. In un manifesto politico, il criterio generazionale è un elemento contraddittorio. La nostra generazione ha gli spazi per dire le cose.

Il problema semmai è che, spesso, non abbiamo avuto molto da dire. Gli stessi TQ non sono degli esclusi, ma persone che fanno parte di un sistema. Insomma, Nicola Lagioia, tra i primi promotori dei TQ, ha potuto stroncare, e coraggiosamente pure, il romanzo di Franzen sul Sole 24 Ore. Non si può dire che non abbia un luogo dove dire la sua».

Murgia non condivide nemmeno il richiamo del manifesto dei trenta-quarantenni alla promozione di un'editoria di qualità. Il problema del "bollino Chiquita", lo chiama lei. «La pretesa di diventare un ente certificatore della qualità altrui la rifiuto categoricamente. Come ci si può arrogare il diritto di attribuire un timbro di bontà ai libri?».

Un'altra questione dibattuta è quella dell'osservatorio delle "buone pratiche" in campo editoriale. I TQ invitano a denunciare pubblicamente le case editrici responsabili di campagne pubblicitarie "scorrette" con recensioni straniere a pagamento o strategie di marketing che puntano su bestseller troppo facili. «Ma molti TQ sono editor o autori di quelle stesse case editrici! Cosa faranno? Rilasceranno interviste autodenunciandosi? Prendere alla lettera il manifesto significa uscire dal "sistema". Allora bisogna che ci licenziamo tutti e fondiamo una casa editrice ex novo». Dove magari ci sia più spazio per la questione femminile. «Mi pare un argomento fondamentale, ma un po' emarginato dai TQ. Non auspico quote rosa, ma di donne tra i firmatari ne ho contate solo quindici. Forse c'è un po' di emarginazione. Perché le autrici della cosiddetta chick lit, la letteratura leggera al femminile, non dovrebbero essere considerate degne? Ma in definitiva non trovo necessaria l'idea stessa di manifesto. Si aderisce e ci si schiera spontaneamente e trasversalmente su questioni concrete.

Come è stato per denunciare la legge bavaglio o gli assessori veneti che volevano censurare alcuni libri. Il criterio deve essere sempre la libertà. Soffro un po' delle gabbie ideologiche e delle visioni troppo rigide di mondo».

Dario Pappalardo, Repubblica del 5 agosto 2011


A pagina 44 della Repubblica del 5 agosto 2011, in un articolo intitolato Murgia contro i TQ “Troppa ideologia” e firmato da Dario Pappalardo, due mezze colonne riportano i motivi per cui la scrittrice Michela Murgia ha scelto di non aderire a TQ. Piuttosto che trovare delle ragioni articolate, ci si imbatte in un’esecuzione sommaria, che in rapida sintesi pronuncia una distanza ferma dal movimento TQ.

L’articolo non è firmato dalla scrittrice, né si tratta di un’intervista: è giusto dunque ipotizzare che il dissenso di Murgia possa essere stato accentato o riformulato con intenzioni liquidatorie che non coincidono con quelle che potrebbero essere dichiarate in prima persona da Murgia.

Detto questo però, mi interessa, ho a cuore tanto in senso sentimentale quanto intellettuale, tentare una replica.

Lo faccio prima di tutto perché Michela Murgia è un’autrice seria, di qualità per l’appunto: può piacere o non piacere, può convincere o non convincere, ma ciò che conta è che si legge sempre volentieri, perché la sua scrittura proviene da un io che si prende sul serio e prende sul serio chi legge.

E poi tento una replica perché sia come sia l’articolo Murgia contro i TQ “Troppa ideologia” delinea, più o meno consapevolmente, intercetta questioni che sembrano sempre più diventare argomenti assodati delle posizioni contrarie a TQ, come se si stesse formando un senso comune, una nube di idee ormai nell’aria: sempre meno intaccate dal dubbio, sempre più riprodotte e solidificate da un pericoloso automatismo per cui il sentito dire attraverso il passaparola diventa poco a poco verità accettata («In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea si ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste; vale a dire peste sì, ma in certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto; ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro»: abbiate pazienza: sono anche una studiosa dei Promessi sposi).

Può darsi, certo, che di celebre delirio, se di tale si trattasse, si possa parlare tra un po’ di tempo a proposito di TQ; ma può pure darsi che il timore di febbri pestilenziali possa rischiare di contagiare chi guardasse a TQ soltanto attraverso punti di vista recepiti piuttosto che davvero considerati. È qui allora che io, io che spesso ho taciuto al contrario di tante e tanti che si sono spesi con una generosità, con una passione e con un lavoro che non avete idea per TQ, non ci sto più; e provo a buttare degli anticorpi.

Prima però occorre un’ulteriore precisazione: i tre manifesti elaborati ad oggi sono effettivamente il frutto di molte discussioni, ma non sono testi sacri da assumere come verità rivelata: sono un punto di partenza.

I capi d’accusa fissati dall’articolo Murgia contro i TQ e che fissano molto bene una maniera sempre più diffusa di stroncare TQ sono essenzialmente cinque e cioè: la questione dell’ideologia; la questione generazionale; la questione degli spazi; la questione della qualità; la questione dei generi. Provo a replicare con semplicità su questi cinque punti (accennando solo, per questione di spazi, che ognuno di essi è materia aperta di discussione e confronto in una mailing list quotidianamente aggiornata da nuove voci). Cerco di farlo con semplicità: di parole, di risorse e di intenti. Speriamo di riuscirci almeno un po’.

Punto primo: la questione dell’ideologia: la scelta di TQ di dichiarare una posizione teorica e politica di partenza ha creato molti sospetti, anzi, in tanti casi, molto spavento (magari più elegantemente proposto sotto le vesti del sarcasmo). Sì può entrare nel merito dei contenuti: è giusto farlo, è stato fatto e si continuerà a fare, ma quel che conta dire, qui, è altro: l’esplicitazione di una prima – provvisoria – piattaforma di idee è un gesto di onestà intellettuale. Precisamente lo stesso compiuto da Michela Murgia nel suo ultimo libro, Ave Mary, quando in più occasioni ricorda di aver fatto parte dell’Azione Cattolica e di elaborare idee sul rapporto tra la Chiesa e le donne anche a partire da quell’esperienza. Ho letto con molto interesse Ave Mary proprio perché l’autrice non gioca a nascondino, non bleffa: ha il coraggio e la gioia di dire la (sua) verità e proprio per questo anche una lettrice laica o di altra religione può essere particolarmente interessata, non tanto e non solo dalla tesi di fondo, ma dal modo in cui quelle ragioni son state discusse. L’ideologia, insomma, almeno quando la si intenda e la si dialogizzi in maniera interessante e intelligente, non è un capo d’abbigliamento da indossare a seconda della stagione o dei gusti, ma qualcosa che c’è comunque, anche se vai in giro nudo. È qualcosa che c’è comunque. È un po’ (come) il corpo. Ciò che fa la differenza semmai è stabilire se tutto questo va taciuto o no. TQ sta cercando di discutere attorno ai modi in cui la cultura può ridare orgoglio civile a questo gesto.

Punto secondo: la questione generazionale: anche la scelta di ritagliare un target generazionale non è anagrafica, ma civile. Non è, malgrado tutto, esclusiva, ma inclusiva. Uso un’altra espressione: è una questione di umanità. Non si tratta cioè di buttare giù chi è troppo piccolo o troppo grande, ma di tentare di riappriopriarsi dell’importanza, della serietà e pure della gioia di una condizione umana pressoché estinta, sterminata dagli ultimi decenni, ovvero la condizione della vita adulta. Si tratta di farlo in un’epoca e soprattutto in un paese (perché in questo caso l’Italia è davvero un caso abbastanza isolato dall’Europa) dove non esistono più se non eterni o finti giovani: possono avere 18 come 50 anni, sempre giovani sono. Ecco: sembra paradossale ma non lo è: la sigla TQ prova allora a rimettere in discussione, usando una definizione icastica, anche l’idea che avere trent’anni– sia per chi li avrà tra dieci, cinque anni, sia per chi li ha già – può significare quello che ha sempre significato per le generazioni precedenti e che a un certo punto invece si è inceppato: essere adulti, avere diritto a essere presi sul serio (materialmente, culturalmente, economicamente). E averne quaranta (tra poco, da poco, da un po’) significa a maggior ragione avere il diritto di non fare più la parte dei ragazzini (lo dico più seccamente: basta, al massimo dopo i trent’anni, coi giovani studiosi, i giovani stagisti, i giovani poeti, i giovani editori). Significa avere diritto di non volere essere più precari (come la maggior parte dei TQ), desiderare di appartenere a una comunità che non pensi più soltanto ai nostri nonni, che pure sono importanti, ma alle nostre sorelle e fratelli più piccoli: non solo perché saranno anche più fragili di noi ma anche perché – visto che TQ è prima di tutto un movimento di lavoratori della cultura – le buone idee senza disciplina, studio, lavoro, anche umiltà vanno da poche parti, ma un cervello di venticinque, trent’anni, spesso ha idee molto molto buone: che non è detto che siano acerbe giusto perché non si ha ancora mezzo secolo. Significa cessare di sfiduciare tutti e sfiduciarsi. Come? Appunto: come? Anche per tutto questo dare credito a TQ può significare dare sostanza di vita a parole desuete come intellettuale, fiducia, impegno, responsabilità, insieme, qualità, competenza, etica, indignazione.

Punto terzo: gli spazi, o meglio: la polemica contro autori di TQ che rivendicano visibilità pur avendone già molta (sui giornali, nelle radio, nelle case editrici, nelle università, on line, eccetera). Anche qui non la quantità ma la qualità può fare la differenza: il senso dello stare insieme. Se ridotto a demagogia sarà fallimentare, è vero. Se ripensato in senso civile, nel senso dell’umanità, sarebbe davvero un peccato non averci provato.

Punto quarto: la qualità. L’ente certificatore di un bollino di qualità – per usare la battuta ironica attribuita a Murgia – naturalmente fa ridere. Come farebbe ridere qualcuno che volesse consumare un piatto di alta cucina in un fast food. Come chi volesse vendere fast food spacciandolo per alta cucina. E via dicendo: se ne potrebbero inventare di battute. Ma ridendo e scherzando l’Italia che davvero potrebbe vivere – non parlo di valori spirituali ma anzitutto economici – soltanto di cultura (perché c’è poco da girarci intorno: l’Italia è il posto del mondo più ricco di risorse culturali), l’Italia è diventato anche il paese dove più regna l’inciviltà, l’arroganza ignorante, il precariato intellettuale, il razzismo, la violenza. L’Italia è il paese dove una città come l’Aquila sparisce senza che questo faccia problema. Dove i nostri studenti non sanno più parlare e scrivere, né sanno usare, al primo anno di università, il linguaggio con la ricchezza che possedevano i nostri nonni col diploma di prima elementare e questo non fa problema. Ridiscutere della qualità non significa discutere di argomenti ameni, ma della qualità del pensiero, di civiltà, di umanita. Di libertà. Può significare anche, per esempio, tornare a ripensare la cultura come patrimonio comune, non più soltanto come evento a cui assistere.

Punto quinto: i generi, ovvero la mancata attenzione alla questione femminile. Le donne che hanno aderito a TQ sono, in percentuale, un numero nettamente inferiore a quello maschile. È vero. Ma questo non è un problema di TQ: è un problema dell’Italia, dove ancora le donne – ma non sono le sole – fanno molta più fatica degli uomini a stare dentro ruoli e funzioni pubbliche. E certamente le quote rosa – ha ragione Murgia – non possono bastare a risolvere il problema. Piuttosto può servire, potrebbe servire, una nuova cultura davvero laica. Ci proveremo: già da un paio di mesi si discute attorno a un gruppo TQ GENERE. Sarebbe bello provarci insieme.

Daniela Brogi

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Questo l'ho scritto per Saturno del 29 luglio 2011

Dimenticatevi la Scandinavia: non è Jo Nesbo il re delle storie misteriose, ma un sacerdote alto e prestante venuto dall’est Europa che si chiamava Karol Wojtyla. Per convincersi che questa non è un’iperbole basta osservare il gran numero di testi saggistici e di inchieste giornalistiche che da diversi anni invade le librerie nel tentativo di portare ai lettori qualche lume in più sulla vita dell’uomo che divenne il più grande papa del Novecento col nome di Giovanni Paolo II. Spesso si tratta di testi con un intento critico e per questo bisogna dare atto agli autori di un certo coraggio: non è facile parlare di Wojtyla in maniera non agiografica. Il papa polacco è stato una figura di tale spessore religioso, politico e umano da essersi guadagnato ben al di fuori degli ambienti ecclesiali un’autorevolezza trasversalmente riconosciuta e un rispetto personale del tutto distinto da quello che per formalità si tributa al ruolo pontificale. Non significa che la sua vicenda sia al di fuori di ogni analisi, ma Wojtyla è un gigante della storia e i giganti per convenzione non si criticano, a meno di voler rischiare di esserne schiacciati. Gli autori che pubblicano testi di inchiesta su di lui non sembrano avere di queste sudditanze psicologiche, forti del fatto che sulla vita di questo eccezionale pontefice brilla una luce così forte che non può non aver proiettato dell’ombra da qualche parte. A parlare di queste ombre Filippo Gentiloni ci provò già nel 1996 con il suo Karol Wojtyla, nel segno della contraddizione (Dalai editore), ma a pontificato non ancora concluso il tabù su Giovanni Paolo II era ancora inviolabile. Oggi ci riprovano Roberto Monteforte con il suo Popestar (Editori Internazionali Riuniti) e soprattutto Giacomo Galeazzi e Ferruccio Pinotti con il bel saggio Wojtyla segreto, uscito pochi mesi fa per i tipi di Chiarelettere. Quest’ultimo è un’inchiesta ben documentata che indaga l’uomo Wojtyla prima ancora che il papa, e inquadra con chiarezza gli anni oscuri in cui la vicenda della Polonia, terreno di battaglia di tutti i totalitarismi del Novecento, si è intrecciata con la storia personale del giovane Karol, chiave di volta indispensabile per comprendere i terremoti che segnarono l’assetto mondiale durante il suo pontificato. L’inchiesta diventa più dura – ma sempre documentatissima - sugli intrecci economici tra lo Ior e Solidarnosc, sull’appoggio ai movimenti religiosi integralisti e sull’amicizia imbarazzante che Wojtyla ebbe con Marcial Maciel, il discusso fondatore dei Legionari di Cristo. Considerata la fama di papa moderno e aperto di cui gode Giovanni Paolo II, la parte più interessante del libro resta quella che analizza invece la sua opera di restaurazione interna alla Chiesa. Una lettura pacata e equilibrata che non ha la pretesa di negare la grandezza dell’uomo, ma di restituircelo nella sua autenticità. 

atrapaloQuella di Atrapalo è per me la migliore campagna pubblicitaria di sempre.

Tutta giocata sull'equivoco fantascientifico, l'azienda propone un fantomatico impianto di ricordi meravigliosi che rimanda furbamente alla trama di Total Recall.
Inquietante, se non fosse un'agenzia di viaggi.
E' davvero geniale, ma poiché non c'è neanche un culo di donna né una "originale provocazione" di Toscani temo che molti in Italia non capiranno che si tratta di una campagna pubblicitaria.

Questa mail l'ho mandata a Giulio Mozzi come integrazione al commento che ho scritto la settimana scorsa su Saturno a proposito del libro 10 buoni motivi per essere cattolici (Laurana), scritto da Mozzi stesso con Valter Binaghi. Lo posto per maggior notifica, ma la discussione si sta svolgendo sul sito di Vibrisse.


giuliomozzi_webCaro Giulio,
come promesso ti scrivo meglio che tipo di riflessione ho fatto leggendo il vostro libro; ti autorizzo a renderla pubblica dove ritieni.
Nel parlare di 10 buoni motivi per essere cattolici su Saturno (qui) ho utilizzato l’aggettivo “apologetico” come se si trattasse di una critica, ma per capire in che senso lo è mi sembra necessaria una premessa. La letteratura cristiana apologetica è un discorso fecondo e ininterrotto che parte da Giustino di Nablus e arriva – fate le debite proporzioni – fino a testi contemporanei come Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori. La sua caratteristica è quella di identificare degli avversari e articolare razionalmente un discorso contro le loro tesi. Nella storia dell’apologetica cristiana di rado gli avversari sono stati esterni al cristianesimo, anzi; spesso si è trattato di altri cristiani dalle idee percepite come eretiche. Non è importante che qualche apologeta si sia fatto prendere dallo zelo dell’argomentazione e nel gioco delle accuse sia poi morto eretico a sua volta: quello che conta è che l’apologia, partendo da un presunto dato di ortodossia, è sempre adversus qualcosa o qualcuno. Amo questo approccio solo quando identifica i suoi avversari, isola le loro tesi e le attacca con le armi di cui teologicamente e razionalmente dispone. Ho invece moltissime perplessità (anche teologiche) quando l’apologia diventa una dimensione essenziale e fondativa dell’essere cristiani, perché allora tutto il mondo diventa avversario e l’unica posizione argomentativa assumibile è la difesa a oltranza. Non della fede però, ma di sé stessi in quanto cristiani, che è cosa piuttosto diversa. Viene dritta da questa concezione la teoria di don Giussani secondo la quale il cristianesimo “per porsi deve opporsi”, un’ermeneutica che agisce sempre supponendo il cristiano come naturale antagonista del mondo in cui si trova. Non nego che in certi casi opporsi sia una dimensione senz’altro necessaria, ma non sono affatto certa che si tratti di una conseguenza ontologica dell’essere di Cristo. Da questo punto di vista, benché non siano molte le differenze teologiche tra il papato di Giovanni Paolo II e quello di Benedetto XVI, almeno una c’è: Wojtyla con il suo stentoreo “Non abbiate paura” ha scelto sin da subito di rinunciare simbolicamente alla sindrome della trincea di cui invece la teologia di Ratzinger è del tutto vittima. Ogni volta che mi trovo davanti a un testo, un sito internet, un discorso o un articolo di giornale che descrive i cristiani come gente minacciata che vive (anche solo culturalmente) in un fortino assediato con livello di allerta a DefCon 1 non solo mi sento infastidita come cristiana, ma non posso fare a meno di interrogarmi sulle conseguenze pratiche di questo approccio, tanto più alla luce della recentissima cronaca.

Leggi la scheda del libro nel sito dell'editoreIl titolo del libro, non te lo nego, ha acceso quella spia d’allarme. La dicitura “cattolici” è troppo specifica per non ricordare immediatamente a chi lo legge che il cristianesimo è ridotto in pezzi dagli scismi. Chi legge il titolo 10 buoni motivi per essere cattolici è autorizzato a pensare che l’adversus del libro possano essere gli altri soggetti storici riconducibili a Cristo allo stesso modo in cui 10 buoni motivi per essere cristiani avrebbe fatto pensare all’adversus “Islam” o “Indu” e 10 buoni motivi per essere credenti avrebbe fatto pensare agli atei. Poiché in realtà non è questo il bersaglio logico del libro – lo dice il suo contenuto e me lo hai confermato tu – allora forse si tratta davvero di un titolo fuorviante.

Il fatto che l’antagonista del vostro discorso non siano le altre varianti del cristianesimo non significa però che antagonista non ci sia. Infatti, benché nella prefazione del vostro libro venga scritto esplicitamente che l’intento non è la polemica, c’è una parte del libro in cui la sagoma dell’avversario, anche quando non esplicitamente nominato, è ben distinguibile. Per forza di cose si tratta della parte filosofica che sviluppa Valter Binaghi. I tuoi interventi sono infatti esegetici nel senso più popolare del termine e sono naturale conseguenza della constatazione fondatissima che i cristiani italiani, anche quando si autodefiniscono tali, del cuore della Rivelazione siano spesso infarinati poco e male. L’adversus si sostanzierebbe quindi nell’ignoranza di Cristo di cui sono vittima i cristiani stessi, ma in questa logica i tuoi interventi appaiono più sapienziali e catechetici che apologetici, risultando la parte del testo senz’altro più conforme allo scopo dichiarato nell’introduzione.

Gli interventi di Valter Binaghi sono però di altra natura e generano un’incongruenza – o se vogliamo, una ulteriore complessità – nel discorso che fate insieme. L’adversus nelle parti scritte da lui è spesso esplicito, ma mai definito una volta per tutte. Lungi dall’essere evocati nel discorso i destinatari naturali del testo, cioè i “cattolici per cultura”, vi compaiono invece i teo-con e i radical chic (diciture mai specificate), l’umanesimo ateo (pag.59) e i deliri di onniscienza di marca scientista (pag. 60), i teologi o cristiani percepiti come critici (Vito Mancuso), il Modernismo come sintesi di tutte le eresie e la cosiddetta ideologia democratica in nome della quale si rifiuta l’esistenza e l’autorità del Magistero ecclesiale. Un discorso con così tanti nemici è destinato inesorabilmente a rivelare sulla mappa dialettica la posizione inconfondibile di un fortino assediato. La critica di apologia – che se il libro avesse avuto un altro scopo dichiarato non avrei posto come tale – è rivolta quindi all’argomento difensivo come connotazione specifica del discorso di Binaghi, che fa a pugni con la quarta di copertina tratta dalla prefazione di Avoledo, dove è scritto che “qualcuno cerca di ingannarci, di farci credere che non siamo cristiani. Perché? Perché un cristiano non ha paura. E questo mondo è dominato dalla paura”. Se il cristiano non ha paura, perché mai sta sempre sulla difensiva? Il cattolico come vittima inerme di un mondo malvagio, ignorante e strutturalmente nemico è una narrazione dickensiana difficile da sostenere in un paese in cui l’omelia domenicale del pontefice è una notizia del tg, la Lega pretende l’obbligo di esposizione del crocefisso negli edifici statali e le leggi su questioni di diritti e di coscienza sono pesantemente influenzate da esplicite indicazioni ecclesiali. I singoli cattolici pagano non certo l’adesione a Cristo, ma la crisi di credibilità dovuta all’appartenenza a un soggetto la cui natura mistica è difficilmente coniugabile con le brutture umane di cui spesso si rende protagonista o partecipe. Magari fosse vero che la frattura di cui siamo portatori è quella della croce. Invece, volendo sorvolare sui casi di cronaca con protagonisti bambini o bonifici fiscalmente paradisiaci, lo scandalo di cui siamo chiamati a dare ragione è l’arroccamento su presunte non negoziabilità, il rifiuto di considerarci dentro a un processo storico che pone domande nuove, la distruzione pezzo a pezzo dell’idea di comunità cristiana come collegialità cristocentrica, l’incapacità di vivere la Tradizione come “trasporto da un punto a un altro”, quindi moto, viaggio, tappa su tappa, il contrario della staticità. È l’inadeguatezza davanti alla storia quello che ci rende attaccabili, non certo la fede. È sterile in questo scenario far finta che, al di là dei molti buoni motivi per essere genericamente cristiani, questo non rappresenti un ottimo motivo per smettere di essere specificamente cattolici, dato che la questione della continuità apostolica della Tradizione e quella del primato papale (quindi della linea gerarchica come presunta dimensione strutturale dell’essere Chiesa) rappresentano proprio la nostra peculiarità. Da un libro che dichiara nel titolo di voler dare ragioni per essere cattolici (piuttosto che essere qualcos’altro) è lecito attendersi che questi punti non siano elusi, ma anzi considerati come fondativi del discorso. Invece ci si arriva solo nel capitolo 9 e li si affronta in modo non diretto. Nell’economia del testo questa sembra una carenza ascrivibile alla parte filosofica, dato che sul piano esegetico sono almeno 40 anni che giustificare il primato papale e la visione sclerotica della Tradizione non riesce più a nessuno.

Affermare che tutto il discorso del libro, per quanto valido e argomentato, lascia le cose sostanzialmente come le ha trovate, dal mio punto di vista significa rilevare che lo specifico “cattolico” evocato dal titolo non è stato in realtà affrontato. Nemmeno Maria nel capitolo 7 rappresenta una differenza rilevante: le chiese della Riforma e i fratelli ortodossi contestano i dogmi dell’Immacolata e dell’Assunta perché per i primi sono privi di fondamento biblico (e mica per nulla ci è voluta la forzatura dell’infallibilità papale per poterli definire) e per i secondi rappresentano una lesione ulteriore della “comunione dei beni”, perché incarnano la tentazione cattolico-romana di “fare verità” senza le parti mancanti del corpo ecclesiale. È utile ricordare che però nessuno dei due dogmi fa parte del patrimonio di fede originario sintetizzato nel simbolo di Nicea. Cercare uno specifico in questo è il più fragile degli argomenti.

Ecco perché La mia impressione è che un interlocutore – credente o non credente – che abbia nozioni superficiali o confuse non avrebbe motivo di convincersi di alcuna specificità cattolica dottrinale nel cristianesimo leggendo questo libro. Il che per quanto mi riguarda non rappresenta un difetto in un ipotetico ragionare ecumenico, ma immagino che possa invece esserlo in ordine allo scopo annunciato dal titolo.

Scusa se ti ho risposto solo ora, sono davvero sovraccarica.
Un caro saluto

Michela

Inge con Ernest HemingwayInge Feltrinelli per me è un mito e lo dico nel senso non abusato del termine. Sono cresciuta in braccio a una madre sessantottina che aveva per Giangiacomo Feltrinelli il rispetto che le truppe tributano ai capitani coraggiosi. Feltrinelli allora in Sardegna era già più che un semplice editore. La sua libreria milanese era per mia madre, emigrata e giovanissima, una casa lontano da casa. Ci si infilava dentro con me già nella pancia ed è per questo che a 13 anni le mie compagne leggevano Cioè e io già sapevo chi era Pinelli.

Conoscere Inge è stato come afferrare l'ultimo filo della trama storica che ti ha generato. Forte, solare, determinata e lucida, questa donna quando ci siamo viste per la prima volta mi ha abbracciata come se mi avesse riconosciuta. Solo davanti a Klaus Wagenbach, che non a caso le è amico e coetaneo, ho provato la stessa sensazione: guardare in faccia l'origine del mio presente con tutti i suoi chiaroscuri, capire il tempo complesso di cui non sono stata cittadina, ma dove per tanti motivi mi trovo a ritornare da clandestina.

Inge non mi ha mai nascosto di stimarmi come autrice e io non le ho mai nascosto di avere di lei il più alto dei concetti, come donna e come editrice. Il mio rapporto editoriale con Einaudi è basato su relazioni personali forti e fuori discussione, in nome delle quali ho accettato di vivere anche la non facile contraddizione berlusconiana. Ma so da dove vengo ed è quella consapevolezza che mi fa sorridere quando leggo interviste come quella di ieri all'Unione Sarda dove Inge, quando Celestino Tabasso le chiede se come editore ha dei rimpianti, dichiara candidamente "..sì. Mi dispiace non avere Michela Murgia in catalogo. E' brava e brillante e anche impertinente, come ero io alla sua età."

Chissà se mia madre nel 1971 si sarebbe immaginata mai una chiusura del cerchio come questa.

(nella foto Inge è con Ernest Hemingway in un autoscatto)

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1 Jan 1970
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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