di cultura

Edit

Amount of short articles:

Amount of articles links:

You can order sections with dragging on list bellow:

  • di cultura
Salva
Cancella
Reset

altre voci

Persone che dovresti con

Image - Persone che dovresti con

(Questo articolo l'ho scritto per il Messaggero di Sant'Antonio) “Questa non è una casa per matti

Giovedì, 17 Maggio 2012 Commenti

libri

Il presente è un luogo c

Image - Il presente è un luogo c

Questi due frammenti di diario sono contenuti in "Presente", il diario collettivo del 2011 che ho sc

Giovedì, 17 Maggio 2012 Commenti

melting pop

Quando la voce era un lu

Image - Quando la voce era un lu

(Questo l'ho scritto per Repubblica di oggi, che ha dedicato uno speciale al fenomeno del ritorno

Sabato, 7 Aprile 2012 Commenti

tv & spot

Presto, Svezia!

Image - Presto, Svezia!

La Svezia ha tappezzato lo spazio del ritiro bagagli con le facce degli svedesi di cui si può vanta

Lunedì, 7 Maggio 2012 Commenti

di cultura

Questo intervento è comparso oggi sul sito dei Wu Ming.
[L'ultima volta che abbiamo riflettuto in pubblico sulla "questione Mondadori" è stata nell'aprile scorso. L'occasione era lo scambio epistolare Saviano - Marina Berlusconi.
Quel post e la discussione in calce sono tuttora il miglior compendio della nostra posizione.
Pensavamo di non aggiungere altro, anche quando la lettera del teologo Mancuso a Repubblica ha riattizzato la querelle. Sono anni che discutiamo, rispondiamo, spieghiamo, e forse la nostra disponibilità a farlo è servita ai colleghi scrittori per evitare di esprimersi. Vadano pure avanti i Wu Ming.
Poi abbiamo ricevuto una telefonata da un "fantasma del passato": Luca Casarini. Non lo sentivamo dall'ormai lontano 2002. Scazzi pesanti nella fase post-Genova, fine di ogni rapporto politico e personale. All'improvviso si rifà vivo: "Solo per dirvi che ho scritto una cosetta sulla questione Mondadori. Leggetela, se vi va". L'abbiamo letta, e tocca dire che non è male. E' pure divertente. Succede anche questo.
Nel frattempo, alcuni lanciavano in rete campagne di boicottaggio, "Mondadori no grazie", "Convinci un autore ad abbandonare Einaudi" e altre populistiche amenità. La rete, al solito, si riempiva di ciarpame, obiezioni prive di senso, induzioni e deduzioni strampalate. Un sacco di gente ci tirava in ballo a sproposito, contestando affermazioni spacciate per nostre ma inventate ad hoc.
Una pulce è entrata nell'orecchio: ci siamo resi conto che molte nostre osservazioni e risposte erano sepolte in discussioni chilometriche su questo o altri blog, oramai irrintracciabili o quasi. Le abbiamo raccolte, risistemate, ne abbiamo tratto un nuovo testo che integra e aggiorna quello di aprile.
Non ci illudiamo, non sarà la mitologica "volta per tutte": la volta per tutte non esiste.
Esiste però la "volta per molte".
Buona lettura.]
.

1. Serve a qualcosa porre ossessivamente la stessa questione, come se il problema fosse “farci aprire gli occhi”, “farci ragionare”? E’ tanto difficile rendersi conto che sulla «Questione Mondadori», nodo strategico che riguarda direttamente il nostro lavoro e il nostro stesso esistere, noi abbiamo ragionato, ragioniamo e continueremo a ragionare molto più di qualunque nostro interlocutore? Ed è tanto difficile accettare il fatto che abbiamo tratto conclusioni 1) chiare e 2) diverse da quelle di chi vorrebbe il boicottaggio?

2. Sì, a quanto pare è difficile. E’ più facile (e comodo) pensare che siamo… disinformati, che non abbiamo riflettuto abbastanza, che non ci rendiamo conto. Ecco quindi che si tenta di convincerci, di “aprirci gli occhi”, come se i Boycott Boys avessero la Verità in saccoccia e noi fossimo anime erranti nel Grande Errore.
La differenza tra noi e loro è che noi abbiamo dubbi, perché stare nella contraddizione riconoscendola come tale implica il dubbio (altrimenti non la vivremmo come contraddizione); loro invece dichiarano solo certezze: dobbiamo – fare – come – dicono – loro.

3. Le nostre valutazioni sono, appunto, le nostre valutazioni. Lo abbiamo sempre detto: le nostre scelte e strategie potrebbero essere sbagliate. Se concludessimo di avere sbagliato, lo riconosceremmo come sempre abbiamo riconosciuto i nostri errori (anche gravi e drammatici, come quelli compiuti nei mesi precedenti il G8 di Genova).
Ci stranisce la sicumera, l’approccio fideistico di chi è sicuro che deprivare l’Einaudi di tutti gli autori che non la pensano come Berlusconi sarebbe un colpo inferto a quest’ultimo etc. Sinceramente, di simili certezze non abbiamo affatto invidia e ci fanno anche un po’ spavento.

4. Da anni gli apostoli del boicottaggio ci inoltrano le stesse richieste, ci pongono le stesse questioni, ci mandano mail tutte uguali nel tentativo di “convertirci”. Quando non ci riescono, alcuni saltano all’ovvia conclusione: “Se non si convertono benché la Verità sia evidente, allora sono cattivi. Sono intenzionalmente organici al regime. Sono nemici anche loro.” E oplà! Il salto logico è fatto. Ragion per cui: dal tentativo di conversione si passa all’anatema.

5. Immancabilmente, l’anatema rivela una totale ignoranza dei meccanismi basilari dell’editoria. Ad esempio, in rete veniamo descritti come “stipendiati da Berlusconi”, si fa riferimento ai “soldi di Berlusconi” etc. Si ignora del tutto che uno scrittore è un lavoratore autonomo e il suo reddito proviene direttamente dai lettori che comprano i suoi libri. Le royalties sono una percentuale del prezzo di copertina del libro. Tolta la percentuale dell’autore, il resto viene diviso tra libraio, distributore e casa editrice. Sono dunque i lettori a “stipendiarci”. Noi accordiamo all’editore l’uso commerciale esclusivo e limitato nel tempo delle nostre opere, di cui siamo proprietari.

6. La «Annosa questione Mondadori» (espressione coniata nel 2002 dal collega Alessandro Bertante) va avanti da almeno un decennio, da quando Giorgio Bocca troncò i suoi rapporti con Segrate.
Nel corso degli anni, tutte le posizioni sono state sviscerate.
La nostra non piace, non convince? Sbagliamo?
Beh, chi lo pensa ha il dovere della coerenza. Chi pensa che sbagliamo a non boicottare, ci boicotti a sua volta. Ma lo faccia subito, senza ulteriori tentennamenti, basta coi parolai! In fondo è semplice: basta non comprare i nostri libri. Non comprateli più, è un vostro diritto e lo esercita già molta gente. Siate coerenti e boicottateci. L’importante è che non ci rompiate più le balle.
Chi poi volesse boicottare l’Einaudi senza boicottare noi, può scaricare i nostri libri gratis e non dare un ghello all’Einaudi. E’ una possibilità che diamo da oltre dieci anni. Lo rammentiamo nel caso qualcuno se lo fosse scordato.

7. Quello che più irrita: la deresponsabilizzazione legata alla trasformazione dell’autore in simbolo. In altre parole: la “delega morale”. Chi da anni ci chiede a gran voce (e spesso ci intima) di “abbandonare l’Einaudi” per motivi di “coerenza”, e ci chiede di farlo anche se lì riusciamo a lavorare bene e ottenere risultati, intende pulirsi la coscienza con un’azione compiuta da altri, rischiando pochissimo in proprio. Chiede a noi un lavacro purificatore. Vuole che lo togliamo dall’incomodo e dall’onta (signora mia!) di acquistare libri con il logo dello Struzzo.
Noi invece intendiamo fare i conti ogni giorno con la nostra coscienza “sporca”, con le nostre mani “sporche”. Non vogliamo sollievo, niente facili rilasci di endorfine. Anzi, noi crediamo che la contraddizione debba acuirsi, per questo seguiteremo a lavorare con l’Einaudi, finché questo sarà possibile. Noi apparteniamo alla medesima tradizione a cui faceva riferimento Alberto Asor Rosa qualche giorno fa: «Una tradizione che preferisce essere cacciata, piuttosto che rinunciare spontaneamente alla battaglia culturale [...] Ci sono case editrici che per tradizione e libertà delle persone hanno resistito alla proprietà. Bisogna resistere con loro, aiutarli anziché complicare le cose.»
“Uscire” sarebbe una scappatoia, equivarrebbe a rimuovere la contraddizione, o quantomeno a sdilinquirla, a farla passare in secondo piano. Da anni noi adottiamo la strategia opposta: non perdiamo un’occasione per sottolineare la contraddizione, per dire che esiste ed è stridente, che questa posizione non è per nulla confortevole e a un certo livello ci lacera, ma crediamo ne valga la pena.

8. Sì, in questi anni pubblicare con Einaudi è stata la condotta più facile da additare e biasimare, la strategia più impopolare. Qualunque mentecatto ha avuto buon gioco ad attaccarci “da sinistra”. Chiunque di noi “reprobi” ha vissuto esperienze simili a quella riportata da Sandrone Dazieri sul suo blog:

«…se fosse solo una questione di soldi… bé, dalla Mondadori sarei andato via da un pezzo. Sai quante rotture di palle in meno? Tutte le volte che presento, ci sono quelli che mi guardano e si aspettano che chieda scusa perché pubblico a Segrate. e poi mi dicono “Tu sei simpatico, ma la tua casa editrice…” “Guarda, mi tocca rispondergli, a me di essere simpatico non mi frega un cazzo. Mi frega che tu legga quello che scrivo e che ti piaccia”. Ecco, quello che succede. Mi ricordo che a Ischia c’era ‘sto tizio, chiaramente un villeggiante granosissimo firmato anche nelle ciabatte, che mi ha dato del venduto. Tu che eri dei Centri Sociali, mi ha detto, come se lui ci avesse mai messo piede in vita sua. O avesse mai letto un mio libro. E chissà che fa lui nella vita? Il pastore valdese?»

9. Ad ogni modo, tutto serve. Da questa postazione (ripetiamo: scomoda ed esposta a fuoco amico) abbiamo visto molte cose che altrimenti non avremmo visto, pensato molte cose che altrimenti non avremmo pensato, imparato molte cose che altrimenti non avremmo imparato. Una delle quali è che noi non vogliamo né dobbiamo confortare nessuno. Per quello, per sgravare le coscienze altrui, ci sono i preti. Quanto alle battaglie vicarie, al giorno d’oggi esistono raffinatissimi videogiochi.

10. Lasciare armi e bagagli l’Einaudi per accasarsi con Feltrinelli – anche ipotizzando che sia possibile far adottare le nostre pratiche a Feltrinelli (e non lo è) – o col gruppo RCS – con il quale pure lavoriamo – non ci farebbe sentire meglio nemmeno per un minuto. Mandare all’aria oltre dieci anni di lavoro e di posizioni guadagnate (non concesse) dentro l’Einaudi per divenire facili paladini del boicottaggio contro Berlusconi, gioverebbe forse alla considerazione di Wu Ming presso il «Popolo Viola» o i «comitati BoBi» o qualunque altro network del controberlusconismo, ma molto più di questo non accadrebbe. In soldoni, significherebbe soltanto mettersi sotto l’ala protettrice di un’altra famiglia della grande borghesia italiana, o magari di un altro partito-azienda, esistente o in fieri.

11. Smettere di collaborare con l’Einaudi non è un tabù. Chi sente di avere ragioni per farlo lo faccia. Ma è una scelta da valutare in modo laico, come dovrebbe essere per tutte le scelte. Invece le polemiche dei Boycott Boys la stanno trasformando nella Scelta (altrui) per eccellenza, quella che divide il mondo tra Bene e Male.
Negli ultimi anni alcuni autori italiani hanno troncato i rapporti con l’Einaudi, e lo hanno fatto per i loro buoni motivi, laddove “buoni” non esiste senza “loro” (e viceversa). C’è stata una crisi del loro rapporto con l’editore. Questo è diverso dal boicottare. Anche noi abbiamo sempre detto che, se cambierà la situazione, faremo la nostra scelta senza titubanze. Ce ne andremo quando ci sarà reso impossibile lavorare. Resistere un minuto più del padrone.

12. Resistere un minuto più del padrone significa essere in Einaudi (ribadiamo: se sarà possibile) il giorno in cui cambierà proprietà.
E sia chiaro che non è il nostro padrone: noi non siamo dipendenti della casa editrice. Resistere un minuto più del proprietario della casa editrice, questa è la scommessa. O essere cacciati prima.

13. L’Einaudi non è un luogo dove tutto va bene, bensì un campo di battaglia. E’ così che l’abbiamo sempre descritta, e non è un’espressione scelta a caso: è in corso una guerra. Lì dentro c’è chi combatte ogni giorno per difendere degli spazi, per difendere il proprio lavoro. E noi vogliamo continuare a dare un contributo. Conosciamo la casa editrice, da anni la viviamo nella sua complessità (benché a relativa distanza), conosciamo le pressioni che vengono fatte e subite, conosciamo i conflitti interni, i contrasti, le difficoltà, sappiamo quali errori vengono commessi e perché, sappiamo quali tendenze intervengono a compensare alcuni di questi errori, abbiamo un’idea di massima ma abbastanza buona dei “paletti” e degli sconfinamenti. Sappiamo anche che alcuni “scandali” degli ultimi anni e mesi erano poco più che montature mediatiche, ma su questo non intendiamo dilungarci. Ci sono interessi di bottega. C’è gente che ha il dentino avvelenato contro la casa editrice. Insomma, le cose non sono semplici come vengono descritte.

14. Una cosa che ci si rifiuta ostinatamente di capire è che per noi, in qualunque momento, andarcene dall’Einaudi sulla base di un imperativo morale (peraltro facile da spiegare, e che avrebbe pungolato applausi) sarebbe stato vantaggioso, tanto in termini economici quanto in termini di risonanza della scelta. Il Gran Rifiuto. Le beau geste. Anticipi alti. Congratulazioni. Pacche sulle spalle. Plauso per la nostra scelta “difficile” e in realtà facilissima (= populistica).
E si continua a sorvolare sul fatto che noi pubblichiamo già
con altri grossi editori, es. Rizzoli e Bompiani, entrambi del gruppo RCS. Se abbiamo continuato a lavorare con l’Einaudi, non è per la “stazza” dell’editore che garantisce successo e gratifiche. Lavoriamo già con altri editori e “stazze” paragonabili a quella dell’Einaudi. Se abbiamo continuato a lavorare con l’Einaudi è perché pensiamo sia differente, sotto molti punti di vista, lavorare con via Biancamano o non lavorarci più, perché l’Einaudi non è un editore qualsiasi, e i motivi li abbiamo spiegati fin troppe volte.

15. In rete pullulano caricature della nostra posizione, frasi virgolettate che non abbiamo mai detto né scritto (“Fottere il potere dall’interno” etc.) Ci si rinfaccia di voler fare i rivoluzionari “coi soldi di Berlusconi” (e su questo abbiamo già detto).
Noi facciamo quel che sentiamo giusto. Sì,  una decina d’anni fa eravamo più arroganti, pensavamo effettivamente di avere un ruolo di un certo tipo, ma ci siamo resi conto di avere torto e abbiamo fatto un’autocritica pubblica che non è stata meno lacerante dello stare nella contraddizione.
A ben vedere, noi Wu Ming veniamo da una pesante sequela di fallimenti. C’è forse un altro modo di descriverli? Undici anni dopo il nostro esordio, siamo ancora una “bizzarria”. Nessuna nostra prassi è diventata esempio contagioso. La scrittura collettiva resta una bestia rara. Il copyleft è fermo ai blocchi di partenza. La carta riciclata l’adottano in pochissimi. La letteratura italiana è ancora in gran parte fatta da scorreggioni. La grande maggioranza degli «addetti ai lavori» ci detesta e passa sotto silenzio il nostro lavoro. A conti fatti, abbiamo “inciso” molto, molto meno di quanto avremmo voluto.
Il nostro rimanere in Einaudi non ha nulla di “universale”, né stiamo indicando la Via (o dando la linea) ad alcuno. Non siamo apostoli né “cavalli di Troia” per niente e per nessuno. Facciamo, nella nostra singolarità, ciò che riteniamo giusto, punto. Se c’è chi, al contrario, lo ritiene ingiusto, vale il punto 6 di questo stesso testo.
Boicotta Wu Ming.
That’s the message for today and tomorrow
.

Questo pezzo di Marcello Fois è uscito il 28 agosto 2010 su La Nuova Sardegna.


Ci voleva poco per pacificare l’inquietudine del dottor Mancuso. Poco per modo di dire, perché una risposta di Eugenio Scalfari non è certo robetta da nulla. 
Riassumendo: il teologo Vito Mancuso, autore di Mondadori, qualche mattina fa, leggendo un articolo di Giannini su La Repubblica, scopre che, grazie a un decereto convertito in legge appena varata dal governo in carica, il debito fiscale della suddetta Casa Editrice milanese, proprietà dell’attuale capo del governo, viene, se paga subito, decurtato da 35 milioni a 8,5 milioni di euro. Una forma di accordo che è valsa a suo tempo per persone fisiche del calibro di Valentino Rossi o Luciano Pavarotti e che ora viene applicata ad aziende che devono, però, aver superato incolumi almeno due gradi di giudizio. La Mondadori, casualmente, è un’azienda che ha superato incolume due gradi di giudizio e funge, volente o nolente, da paradigma per questo “rivoluzionario” condono che troppi giudicano “in malafede”, ad aziendam. Comunque ritornando al dottor Mancuso, è lì che fa la sua colazione legge il giornale su cui collabora da anni e trasecola. Quella Casa editrice così spudoratamente favorita dal Governo in carica è la stessa sulla quale scrive lui, e con lui anche un’upper class di intellettuali importantissimi! Ma c’è di più: del gruppo Mondadori fa parte anche l’Einaudi! C’è da cadere dalla sedia. Immaginate il subbuglio di capire all’improvviso che dopo 17 anni di proprietà, dopo un numero imprecisato di udienze per stabilire se realmente siano stati corrotti dei giudici e unti funzionari vari per acquisire Mondadori, dopo un tentativo, neanche tanto celato di varare una legge che impedisca non solo la libera circolazione della cultura, ma anche quella dell’informazione, si arriva persino al condono fiscale! La coscienza a questo punto di ribella. Quando è troppo è troppo: passino anni di proteste ignorate, anni di appelli disattesi, anni di sentenze rimandate, ma lo sconto fiscale davvero no! Per tutti questi anni i corridoi di Segrate sembravano al dottor Mancuso un’appendice della sua casa, familiarissimi, e ora d’improvviso gli appaiono estranei e ostili.

Non resta che mettersi al computer.
L’appello che ne consegue è certamente retorico, non è che il dottor Mancuso ignora le verità contenute nell’articolo di Gannini sullo scivolo tributario concesso a Mondadori, ma tuttavia si sente di chiamare alle armi “quelli che contano” all’interno della sua Casa editrice e anche della sua sorella torinese, perché finalmente si rompa quello che lui percepisce come “un fragoroso silenzio” da parte di autori autorevoli che vivano il suo stesso rovello interiore. Roberto Saviano compreso, del quale si può dire tutto, ma non che sia stato zitto nemmeno in questo frangente. Tuttavia, da gentiluomo qual è, Eugenio Scalfari gli risponde e gli ribadisce quello che, gran parte dei colleghi mondadoriani ed einaudiani, anche quelli meno autorevoli, del dottor  Mancuso vanno ribadendo da anni:
1) che l’inserimento della leggina che consente il condono tributario alle aziende è surrettizio;
2) che il problema dei problemi resta quello del “gigantesco conflitto di interessi del capo del Governo in carica"; 
3) che quel conflitto di interessi ammorba la nostra vita pubblica fin dal 1993;
4) che finché Einaudi (Scalfari scrive per Einaudi) mantiene l’attuale autonomia rispetto alla proprietà, lui, Scalfari, e con lui tanti altri resteranno a Torino;
5) che se ne andrà quando queste condizioni non siano più in essere.
Ora, questa risposta, logica, netta, elementare, data da Eugenio Scalfari ha un peso specifico ben superiore alla stessa data da una caterva di autori qualunque, ma questo non significa che, a differenza, di quanto finge di pensare il dottor Mancuso, questi autori qualunque abbiano scelto, in questi anni, la strada del silenzio. Anzi.

Questo articolo a firma di Ferdinando Camon è comparso su Avvenire del 25 agosto 2010.

Il teologo Vito Mancuso non vuol più dare i suoi libri alla Mondadori, perché sulla Mondadori grava il sospetto che evada il fisco per una grossa somma, usando una legge varata da un governo di cui è capo il padrone della Mondadori stessa. Mancuso si rivolge agli altri autori della Mondadori (e della Einaudi, stesso padrone), perché seguano il suo esempio. Dunque il problema è: bisogna abbandonare una casa editrice se il suo padrone è disonesto? La mia risposta è: no. L’unico, vero, grave problema che pesa su un autore, quando dà i suoi libri a un editore, è il catalogo. Non il padrone. Il problema di una dignità del catalogo non esiste per editori antichi, ben diretti, di sapiente gestione, come Mondadori e Einaudi. Non parlo pro domo mea, non sono nel loro catalogo, ma dico: essere in quei cataloghi è un onore. Il problema del catalogo si fa atroce quando i tuoi libri vengono tradotti all’estero, da editori che non conosci e quindi non puoi giudicare, oppure li conosci e non li approvi. In questo caso il problema è: come faccio io a raggiungere i lettori di questo paese straniero, se non entro nel catalogo di questo editore? La risposta è: non li raggiungi. Se hai un messaggio per loro, loro non potranno mai leggerlo. E allora, è bene rifiutare l’editore dal-catalogo-che-non-ti­piace? No, è un atto che nessun autore deve compiere mai. Quando c’era l’Unione Sovietica, l’enorme massa umana che nello sterminato impero leggeva libri (stampati bene e a prezzo irrisorio), la raggiungevi solo se venivi tradotto dal mastodontico editore ufficiale, che era l’editore delle opere di Stalin. Ti si rivoltava lo stomaco? Rifiutavi e non venivi pubblicato. Chiudevi un occhio e dicevi: «Io rispondo dei miei libri, Stalin risponderà dei suoi»? Venivi pubblicato, andavi là, facevi conferenze, conoscevi gente e la gente ti conosceva. Lo scrittore non fa la prima scelta, non rifiuta l’editore unico degli imperi del male. Fa la seconda scelta: sta con i suoi libri. Se i suoi libri contengono idee che contrastano il male, in questo modo lui combatte l’impero. È l’unico modo che ha. Un editore è un buon editore se diffonde bene i libri. Einaudi e Mondadori non sono buoni, sono eccellenti. Ce ne sono altri tre­quattro in Italia, non di più. Non si lascia il loro catalogo, comunque si comporti, da padre o da marito o da cittadino, il loro padrone. Se il loro padrone commette un delitto, si chiede che venga condannato. Sto pensando in particolare a due autori Mondadori in crisi. Da Mondadori vendono molte migliaia di copie, e prevedono che, con un altro editore, ne venderebbero di meno. In tal caso, danneggerebbero se stessi. Sarebbero cattivi autori. L’autore che quest’anno ha vinto lo Strega, Antonio Pennacchi, era stato rifiutato da altri editori: pubblicandolo, la Mondadori è diventata sua madre. Non può andare in cerca di un’altra madre, perché sua madre è quella. Ci sono stati editori-persona, case editrici che erano l’incarnazione della cultura, dell’idea politica, del gusto estetico del padrone: ma oggi non è così. Le collane, anche in Einaudi e Mondadori, nascono dal confronto e dalla discussione tra direttori, non dall’imposizione del padrone. Se è vero, com’è vero, che le opere degli otto-dieci autori di Einaudi-Mondadori in crisi di coscienza sono improntate alla morale, alla democrazia, all’onestà, e se quegli autori hanno il sospetto che il loro padrone non pratichi quelle virtù, il massimo che possono fare è continuare con quelle opere e pubblicarle in quel catalogo, in modo da raggiungere il pubblico che li aspetta: cambiando catalogo, e perdendo lettori, magari pochi, danneggiano il proprio messaggio, lo indeboliscono. È una contraddizione del capitalismo: fa affari con tutte le merci, anche con le merci per lui tossiche, che lo avvelenano.

gregge1_hdr

Anche oggi mi è arrivato un sms che diceva "se fossi al tuo posto io me ne andrei".
Non è una novità: ogni volta che succede una cosa come quella che ha appena fatto succedere Vito Mancuso con la sua lettera a Repubblica, io mi scopro circondata da gente che non vedrebbe l'ora di non pubblicare per Einaudi.

Intendiamoci, io ho grande rispetto per lo scrupolo di Vito Mancuso, ci mancherebbe.
Sono anch'io cattolica e quindi per contratto battesimale ho almeno una crisi di coscienza alla settimana, anche se di solito in fase di discernimento non mi capita di confondere il direttore spirituale con quello di Repubblica. In effetti la specifica crisi di coscienza di pubblicare per Berlusconi - uomo che detesto, politico che disprezzo e modello antropologico contro il quale resisto - l'ho affrontata prima di tutto confrontandomi con persone stimate che fanno il mio mestiere con il medesimo editore. Ce n'è tante di persone così in Einaudi, gente che ha fatto la storia e l'identità di questa casa editrice e che adesso si trova suo malgrado a contribuire con il proprio lavoro sia al patrimonio culturale italiano che a quello di un uomo per cui non ha nessuna stima.
Alcune di queste persone quando hanno ritenuto di doverlo fare se ne sono andate, ma per decidere non hanno avuto bisogno di sapere prima cosa avrebbero fatto Saviano, Zagrebelsky e Augias. Altre hanno invece scelto di rimanere, assumendosi un doppio onere: dover vivere questa contraddizione e doverla continuamente giustificare dagli assalti feroci dei seguaci dell'etica transitiva, quella secondo la quale, essendo Berlusconi un disonesto, tutto quello che ha a che fare con lui diventa intrinsecamente disonesto, non importa che sia l’ultimo dei correttori di bozze in Mondadori. E’ questa una visione morale che ha molto successo tra gli amanti della realtà in bianco e nero, e non ha nessuna importanza il fatto che applicarla alla lettera dia seri problemi di pendant anche nel rapporto con altri soggetti editoriali, ritenuti eticamente sostenibili solo perché non sono di Berlusconi. Perché, va detto, il parametro morale dell’etica transitiva resta sempre e comunque quello.
E dunque, come si esce da questo impasse?
La prima scelta è andarsene. Tanti saluti, io qui non posso starci, la mia coscienza non mi consente alternative, è stato bello, ma adesso stop. Non è difficile per chi ha un potere contrattuale che apre strade in ogni dove, e si fa oltrettutto una bellissima figura, anche se è prevedibile che comunque arriveranno sms tipo "io al tuo posto sarei rimasto". Del resto conosco gente che se ne è persino andata dall'Italia pur di non stare in un paese governato da Berlusconi, perché le scelte forti sono anche più belle quando sono radicali, no?  
La seconda opzione è quella di non andarsene, ed è la mia. I motivi sono chiari da tempo, li ho già esposti in numerose occasioni, ma la mole di sollecitazioni degli ultimi tre giorni mi fa pensare che ci sia ancora da ripeterli. Lo faccio adesso, sia per chi si è perso i dibattiti degli ultimi mesi (no, non abbiamo aspettato Vito Mancuso per farci domande e neanche per dare risposte) che per chi eventualmente fosse afflitto da risvegli di coscienza last minute.
Pazienti invece chi non ama i deja-vu.

Einaudi non è solo una casa editrice con una storia in cui umilmente voglio riconoscermi, ma è piena di persone competenti della cui professionalità e umanità non ho alcuna intenzione di privarmi solo perché gli avvocati della famiglia Berlusconi hanno pagato un giudice per appropriarsi di Mondadori. Se c’è qualcuno che eticamente è fuori posto in Einaudi, costui è Silvio Berlusconi e tutta la sua prole, non io o chi come me rivendica il diritto di starci a condizioni di libertà. Trovo inquietante che qualcuno possa considerare un traguardo democratico vedere Einaudi diventare un ghetto berlusconiano dove abbiano diritto di cittadinanza solo gli scrittori (e gli addetti ai lavori) non antagonisti.
Agli amici che mi dicono: "ma gli fai guadagnare dei soldi" dico che hanno ragione, e non farò finta che questo non sia un problema, visto che i soldi sono parte significativa della sua forza. Ma  lo scopo del mio impegno civico non può essere quello di diminuire il patrimonio di Berlusconi: a me se Berlusconi fa più soldi con i miei libri non importa niente. Il mio obiettivo resta quello di dire quello che penso a più gente possibile nel modo più efficace, con la speranza che, unitamente alla voce di altri, questo possa contribuire a offrire più strumenti di dissenso a chi ne sta cercando. Questo per me è fare cultura. E se è vero che questo si può fare in molte altre case editrici, resto convinta che in Einaudi ci siano per me le condizioni per farlo meglio che altrove: per tradizione consolidata, per qualità di relazione, per livello di professionalità, per potenzialità di diffusione e dunque per efficacia.

Queste valutazioni hanno pesato più di altre in ogni circostanza in cui il conflitto si è fatto più evidente, e fino a quando sarà così io non andrò via da Einaudi.
"Ma stavolta è diverso", leggo da qualche parte.
In cosa esattamente sarebbe diverso? In che modo questa legge ad personam dovrebbe scuotere la mia coscienza più di quanto non abbiano già fatto la cancellazione del reato di falso in bilancio, la legge Cirami, il lodo Alfano, il decreto salva Rete4, i condoni edilizi nelle aree protette, l'impedimento sulle rogatorie internazionali, il rientro agevolato dei capitali dall'estero, la proposta della legge bavaglio e varie ed eventuali che qui mi sfuggono? In che modo essere scrittore per una casa editrice che approfitta di un condono fiscale è peggio che essere cittadino di un paese dove il presidente del Consiglio si fa continua beffa del principio di legalità, piegandolo ai suoi interessi, compresi quelli fiscali?
Il problema per me non è che Mondadori benefici di un condono di cui qualunque azienda avrebbe approfittato (e molte altre infatti lo faranno), ma che Silvio Berlusconi governi questo paese. E poiché anche se io me ne andassi da Einaudi Silvio Berlusconi continuerebbe ad essere il presidente del Consiglio, forse non ha molto senso chiedersi se andare o restare, ma piuttosto dov'è che posso io fare una pur minima differenza con le mie competenze.
La risposta per me è restare in Einaudi, e rivendico di starlo facendo non nonostante Berlusconi, ma proprio perché Berlusconi è il proprietario. Cercare di fare continuità con le scelte che hanno fatto di questa casa editrice un riferimento culturale per intere generazioni resta per me l'unico modo valido per partecipare dell'esistenza (e della resistenza) di una proprietà morale in Einaudi, rappresentata dagli autori e dai professionisti che l'identità di questa casa editrice l'hanno costruita in anni di lavoro, e che continua ad esistere a prescindere da chi detiene le quote finanziarie. Se necessario, non ho dubbi che saprà essergli anche antagonista.
A molti certo non basterà, e per stimare di più me e gli altri autori Einaudi avrebbero preferito che facessimo tutti insieme l'inutile beau geste.
In quello magari li accontenterà il dottor Mancuso, non appena finirà l'ennesimo tentativo di giocare allo psicodramma collettivo dalle pagine di Repubblica.

Special guests (in continuo aggiornamento)

Marco Travaglio
Le stesse domande scaturiscono dalla lettura delle geremiadi del teologo Vito Mancuso, il quale ha scoperto con notevole tempismo di chi è la Mondadori che pubblica i suoi libri: pare addirittura che sia di B., che l’ha recentemente favorita con la quarantesima legge ad personam della sua nutrita collezione. Figurarsi come reagirà Mancuso quando scoprirà che B. la Mondadori l’ha pure sfilata vent’anni fa a De Benedetti grazie a una sentenza comprata da Previti con soldi suoi. Potrebbe persino venirgli una punta di acidità di stomaco. Per ora il teologo ritardatario s’è limitato a scrivere due articoli su Repubblica. Inerpicandosi sulla sua prosa, il lettore si attende da un momento all’altro il grande annuncio: “…E pertanto ho deciso di abbandonare Mondadori e di pubblicare i miei libri con un altro editore”. Invece no: si arriva in fondo, non senza una certa fatica, e si constata, non senza un certo disappunto, che l’annuncio non arriva. Mancuso voleva solo aprire il dibattito con gli altri autori Mondadori di provata fede antiberlusconiana (“aspetto le reazioni”). E vedere l’effetto che fa. “Che famo, se n’annamo o restamo? Fateme sape’”. Perché o se ne va tutta la comitiva, o forse resta anche lui. Soffrendo molto, ma forse resta. Poteva chiamarli uno a uno al telefono e risparmiarsi un po’ di ridicolo, ma erano troppi. Così ha scritto due articoli. Per risparmiare sulla bolletta.

Eugenio Scalfari
Da quanto ho capito, questa risposta sta particolarmente a cuore a Mancuso il quale è sull’orlo di una decisione ma, ch’io sappia, ancora non l’ha presa. E da me che cosa ti aspetti, caro Vito? Che io t’incoraggi a cercare nuovi lidi editoriali dove magari seguirti o ti convinca a restare dove sei e dove dici di trovarti bene, se non fosse per un rovello etico che ti rode dentro da quando hai letto sul nostro giornale, cui tu collabori, lo scandalo della legge “ad aziendam” imposta dal premier-editore per consentire alla sua Mondadori di saldare un debito fiscale presuntivamente accertato in 350 milioni di euro pagandone in tutto 8,6?

Nando Dalla Chiesa
Mancuso invece, come lui stesso racconta, è entrato in Mondadori come consulente editoriale nel 1997 e da allora ha prestato la sua opera non di autore ma di direttore di una collana per la casa editrice. Ci è entrato nel 1997, non come Pietro Citati (che vorrebbe coinvolgere alla pari nello scrupolo morale) che ci è entrato nel 1965. Ha fatto cioè una scelta. Nel ’97 dei rapporti tra Mondadori e Berlusconi sapevamo ormai tutto. E anche di come Berlusconi usava Mondadori, a partire da “Panorama”. Già erano iniziate le leggi ad aziendam.. Per queste ragioni un autore come Corrado Stajano, non l’unico, aveva fatto la scelta radicale di cambiare casa editrice. Mancuso invece fa il percorso inverso, entra. Ripeto: non a fare l’autore, ma a far parte della “macchina”, di cui infatti nel suo articolo descrive bene modi e luoghi. E ci resta dopo la quantità industriale di leggi di cui beneficia l’impero editorial-mediatico di cui fa parte. Anche quando esplode la questione del lodo Mondadori. Ricordate? L’ipotesi di corruzione in atti giudiziari, che poi sarebbe diventata verità giudiziaria Né recentemente si ribella platealmente (ad esempio con un editoriale su Repubblica) quando la sua casa editrice non firma l’appello contro la legge bavaglio, che per la libertà degli scrittori è forse la cosa più minacciosa. Finché, di fronte al nuovo scandalo, non solo esprime il suo disagio, più che comprensibile. Ma, dimentico della sua specificità, si rivolge agli altri autori, li accomuna al suo caso e pone loro il pubblico problema di lasciare Mondadori. Di più: fa una specie di chiamata di correo anche nei confronti degli autori Einaudi (essantocielo, bisogna essere conseguenti, anche loro sono “di proprietà”) e tira in ballo Zagrebelsky, Scalfari, Prosperi e ce ne possiamo mettere a decine. Perché non andarsene tutti per coerenza? Il fatto è che è ben diversa la storia di Einaudi e del suo marchio, non acquisito, fra l’altro, grazie alla corruzione dei giudici. E il fatto è che c’è gente, come Zagrebelsky, che l’identità culturale di quella casa l’ha costruita molto più di Berlusconi, del quale invece la Mondadori è un simbolo. Anzi “il simbolo”, almeno nell’editoria. Per queste ragioni l’idea che Vito Mancuso possa oggi diventare un esempio di radicalità intellettuale non mi convince. Anche se, per lo scrupolo personale, è naturalmente il benvenuto.

Ferdinando Camon su Avvenire

Il teologo Vito Mancuso non vuol più dare i suoi libri alla Mondadori, perché sulla Mondadori grava il sospetto che evada il fisco per una grossa somma, usando una legge varata da un governo di cui è capo il padrone della Mondadori stessa. Mancuso si rivolge agli altri autori della Mondadori (e della Einaudi, stesso padrone), perché seguano il suo esempio. Dunque il problema è: bisogna abbandonare una casa editrice se il suo padrone è disonesto? La mia risposta è: no. L’unico, vero, grave problema che pesa su un autore, quando dà i suoi libri a un editore, è il catalogo. Non il padrone. Il problema di una dignità del catalogo non esiste per editori antichi, ben diretti, di sapiente gestione, come Mondadori e Einaudi. Non parlo pro domo mea, non sono nel loro catalogo, ma dico: essere in quei cataloghi è un onore. Il problema del catalogo si fa atroce quando i tuoi libri vengono tradotti all’estero, da editori che non conosci e quindi non puoi giudicare, oppure li conosci e non li approvi. In questo caso il problema è: come faccio io a raggiungere i lettori di questo paese straniero, se non entro nel catalogo di questo editore? La risposta è: non li raggiungi. Se hai un messaggio per loro, loro non potranno mai leggerlo. E allora, è bene rifiutare l’editore dal-catalogo-che-non-ti­piace? No, è un atto che nessun autore deve compiere mai. Quando c’era l’Unione Sovietica, l’enorme massa umana che nello sterminato impero leggeva libri (stampati bene e a prezzo irrisorio), la raggiungevi solo se venivi tradotto dal mastodontico editore ufficiale, che era l’editore delle opere di Stalin. Ti si rivoltava lo stomaco? Rifiutavi e non venivi pubblicato. Chiudevi un occhio e dicevi: «Io rispondo dei miei libri, Stalin risponderà dei suoi»? Venivi pubblicato, andavi là, facevi conferenze, conoscevi gente e la gente ti conosceva. Lo scrittore non fa la prima scelta, non rifiuta l’editore unico degli imperi del male. Fa la seconda scelta: sta con i suoi libri. Se i suoi libri contengono idee che contrastano il male, in questo modo lui combatte l’impero. È l’unico modo che ha. Un editore è un buon editore se diffonde bene i libri. Einaudi e Mondadori non sono buoni, sono eccellenti. Ce ne sono altri tre­quattro in Italia, non di più. Non si lascia il loro catalogo, comunque si comporti, da padre o da marito o da cittadino, il loro padrone. Se il loro padrone commette un delitto, si chiede che venga condannato. Sto pensando in particolare a due autori Mondadori in crisi. Da Mondadori vendono molte migliaia di copie, e prevedono che, con un altro editore, ne venderebbero di meno. In tal caso, danneggerebbero se stessi. Sarebbero cattivi autori. L’autore che quest’anno ha vinto lo Strega, Antonio Pennacchi, era stato rifiutato da altri editori: pubblicandolo, la Mondadori è diventata sua madre. Non può andare in cerca di un’altra madre, perché sua madre è quella. Ci sono stati editori-persona, case editrici che erano l’incarnazione della cultura, dell’idea politica, del gusto estetico del padrone: ma oggi non è così. Le collane, anche in Einaudi e Mondadori, nascono dal confronto e dalla discussione tra direttori, non dall’imposizione del padrone. Se è vero, com’è vero, che le opere degli otto-dieci autori di Einaudi-Mondadori in crisi di coscienza sono improntate alla morale, alla democrazia, all’onestà, e se quegli autori hanno il sospetto che il loro padrone non pratichi quelle virtù, il massimo che possono fare è continuare con quelle opere e pubblicarle in quel catalogo, in modo da raggiungere il pubblico che li aspetta: cambiando catalogo, e perdendo lettori, magari pochi, danneggiano il proprio messaggio, lo indeboliscono. È una contraddizione del capitalismo: fa affari con tutte le merci, anche con le merci per lui tossiche, che lo avvelenano.

Giulio Mozzi

http://vibrisse.wordpress.com/2010/08/29/mondadori-le-tasse-e-la-leggina-ad-hoc/

Giulia Blasi

http://www.saitenereunsegreto.com/index.php/1931/chi-fa-la-rivoluzione/

Questo articolo del romanziere americano Eli Gottlieb è apparso su IlSole24ore domenica 22 agosto, e parla della sua esperienza al festival di Gavoi. Spero che basti citare la fonte per poterlo riprodurre, ma in caso non fosse così, lo rimuoverò (peccato, fa felice un paese). Le prime righe potrebbero avere qualche differenza rispetto all'articolo originale, perché la scannerizzazione di cui disponevo era leggermente tagliata sul margine.

Caro lettore, prova a immaginare un miracolo nella vita di un romanziere americano. Dico americano, ma la nazionalità è irrilevante. Il miracolo avviene così: lo scrittore prende un aereo con un sentimento comune alla maggior parte degli autori di fiction, quello di non essere apprezzato nè capito, di sentirsi negletto, e magari ha pure un brutto raffreddore. Dopo settimane dall'uscita, i suoi libri sono usati per lo più come sostegni o fermaporta. I premi letterari, dove per un breve e memorabile momento lo scrittore si trova al centro di qualcosa di diverso dalla propria autocommiserazione sono un ricordo lontano. Ha superato il termine di consegna del suo prossimo romanzo, riceve mail velatamente minacciose dal suo editore e l'anticipo, che prima sembrava così cospicuo e promettente, è stato spalmato su diversi anni riducendo il suo guadagno orario a quello di un mezzadro. Oltretutto, nessuno - nemmeno sua moglie, i suoi figli o la sua famiglia allargata - capisce quanto sia dura scrivere romanzi. E come se non bastasse, a volte è lui per primo a chiedersi perché mai dovrebbe farlo. A parte i pochi lettori di fiction seria rimasti, che imbiancano e si assottigliano come calotte polari, c'è ancora qualcuno a cui importa un accidente? Per tutta la durata del volo viene assalito da tutti questi dubbi e pensieri deprimenti. Ma quando scende, si rende conto di essere entrato in un buco spazio-temporale per ritrovarsi in una terra fertile e profumata dove tutti amano i libri.
E non solo i libri tour court. No. Anche i suoi libri.
Pare che tutti gli abitanti di quel luogo prodigioso stiano leggendo il suo romanzo. Il portiere dell'albergo, il padrone della casa dove va a posare per le fotografie di rito, la gente sulle panchine al parco.

Ora, se questo scrittore fosse Stephen King o Tom Clancy, ci sarebbe più abituato e prenderebbe tutto con una sorta di signorile indifferenza, snobbandolo come facesse parte del suo destino privilegiato. Ma lo scrittore in questione non è Stephen King. Con mia felice sorpresa, sono io. Il Festival della letteratura a cui sono invitato si svolge da otto anni in Sardegna, nella splendida enclave di sinistra di Gavoi. E in questo lasso di tempo il suo fondatore (un mago della scrittura di nome Marcello Fois) e il suo staff, insieme alla cittadinanza locale, hanno fatto di questo festival una delle più alte celebrazioni civiche di alfabetizzazione che io abbia mai visto. Viene curato ogni minimo dettaglio, e la città gode non solo dell'afflusso di euro, ma - incredibilmente - anche di quell'arte di leggere i libri che sembra passata di moda.

«Americano?» mi chiede un commerciante di Gavoi, un affabile marcantonio che ha una bancarella di miele e torrone tipici. In America un uomo nella sua posizione probabilmente farebbe il pieno di football e birra e si addormenterebbe presto davanti alla tivù a tutto volume. «Che ne pensa di David Foster Wallace?» mi interroga.
Forse non mi sono spiegato bene.
Un venditore di miele, in una piccola cittadina della provincia sarda, che mi chiede cosa ne penso di David Foster Wallace. Sono entrato in un universo parallelo o è realmente accaduto? Ebbene sì. Evidentemente, come si dice, le vie del Signore sono misteriose. Mi hanno invitato al Festival di Gavoi dopo che era uscito un mio articolo (intitolato «Scrittori, quanta invidia!» sul Domenicale del Sole 24 Ore) nel quale redarguivo i lettori italiani per le loro abitudini retrograde, noti come sono per leggere meno di tutti gli altri europei. Chiamavo in causa l'editoria italiana, rea di non sostenere abbastanza i suoi autori, e la cultura italiana per la sua mancanza di un dibattito animato - a livello di recensioni e blogosfera - sulle qualità di ogni singolo libro. E a Gavoi sono stato bellamente e sistematicamente smentito, in tutto e per tutto. Io e mia moglie abbiamo gustato la meravigliosa cucina del posto, la squisita ospitalità dello staff organizzatore che, cito, «ti tratta come se fossi il loro migliore amico» e la sensazione che ogni cosa - dalla prima all'ultima - sia stata in un certo senso predisposta per valorizzare, dare importanza e credito a quell'arte perduta di scrivere e leggere i libri. Gli autori sono delle celebrità. Svolti l'angolo e affisso su un muro in
mattoni c'è un bel ritratto a colori di uno scrittore che non avevi mai sentito nominare prima (o magari anche si). E guardando la gente per strada hai la netta sensazione che approvi il fatto che tu passi migliaia di ore della tua vita davanti a un foglio bianco, ostaggio della tua immaginazione e afflitto da ragioni comprese a malapena. Loro sì che hanno capito! Hanno sentito il tuo dolore! Hanno capito che è solo grazie ai tuoi eroici sforzi solitali se questo pianeta votato alla distruzione può salvarsi! E via discorrendo.
Proprio così, e durante l'intero festival mi è sembrato davvero tutto troppo bello per essere vero. Eppure lo è stato, e quando è venuto il mio turno di parlare in pubblico, l'incantesimo non si è spezzato. Ora, in genere a una lettura in America uno scrittore del mio livello può aspettarsi da un massimo di duecento persone a un minimo di due, come quella volta a Oakland, in California, dove c'erano solo la sorella di una mia ex e un tipo che lei aveva conosciuto in un bar. A Gavoi? All'incontro ce ne saranno state un migliaio che applaudivano educate per il mio italiano arrugginito. E vogliamo parlare della qualità dell'intervista? Di solito, in America, chi ti intervista non ha nemmeno letto il tuo libro e ti fa domande insulse. A Gavoi, Invece, l'arguta e appassionata Alessandra Casella non solo si era letta il mio romanzo (con tanto di sottolineature e annotazioni), ma mi ha rivolto alcune delle domande più pregnanti e mordaci che mi siano mai state fatte. In genere l'autore legge e parla per una ventina di minuti, io sono rimasto sul palco per un'ora buona, seguita da qualcosa come 150 autografi.
Ma niente dura per sempre.
L'incantesimo si è rotto non appena è finito il festival e il mio volo Meridiana ha avuto due ore di ritardo, i bagagli ci hanno messo una vita ad arrivare, l'autobus che dovevo prendere per Perugia era partito da un pezzo e mi sono ritrovato all'istante in balia degli imprevedibili e seccanti disservizi del Belpaese. Ma soffermiamoci per unmomento sul lato positivo della cosa. Non dimentichiamo che sono uno scrittore ebreo-americano, figlio di un collezionista di libri rari nonché cartaio e legatore e che sono cresciuto respirando l'odore dei libri, oltre alle emozioni che sprigionano. E così c'è poco da stupirsi se per il breve e meraviglioso spazio di qualche giorno nella Barbagia sarda, ho pensato di essere morto e rinato in Paradiso.
(Traduzione di Francesco Novajra)

Twitter non risponde in questo momento
Twit twit... ops! Qualcosa è andato storto, prova più tardi!
1 Jan 1970
1 Jan 1970
Crea Blog Gratis

"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

Per ricevere via email le news scrivi il tuo indirizzo: