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Giovedì, 17 Maggio 2012 Commenti

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Giovedì, 17 Maggio 2012 Commenti

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La Svezia ha tappezzato lo spazio del ritiro bagagli con le facce degli svedesi di cui si può vanta

Lunedì, 7 Maggio 2012 Commenti

di cultura

(Questo commento l'ho scritto su Saturno di venerdì 7 ottobre)

Immaginate che vostro padre muoia e il notaio vi comunichi che tutto quello che avrebbe dovuto spettarvi per diritto ereditario sia invece finito nelle casse di una strana casa di riposo, un luogo ameno e fuori dai tracciati che sta sul confine tra l'Italia e un'altra nazione. Se il vecchio genitore in quella casa non è mai stato ospite, forse anche al figlio più distaccato potrebbe venire voglia di andare a scoprire cosa c'è dietro quel lascito incomprensibile.

Sembra un giallo e forse in qualche modo lo è questo Antartide di Laura Pugno appena uscito per Minimum Fax. Non perché si serva di meccanismi propri del poliziesco tradizionale, ma perché fonda tutta la struttura narrativa su un'assenza non dichiarata, benché messa in scena di continuo. Sin dall'inizio, prima ancora che comincino a succedersi in sequenza gli eventi della vicenda, il protagonista del romanzo sembra sospeso dentro un'attesa, vittima consapevole di una distanza dal tempo e dallo spazio degli altri che finisce per farlo sembrare estraneo anche a sé stesso. Nella vita di quest'uomo tutto è già trascorso, tutto è ex: suo padre morto, che aveva una vita dove lui da anni non era più compreso; sua moglie, che da tempo è diventata la donna di un altro; persino sua figlia, una creatura misteriosa con la quale l'estraneità è tale che diventa cosa fisica. La casa di riposo dove andranno per ragioni diverse è il luogo dove si annidano tutti i misteri della vicenda, ma è anche il luogo simbolico della risoluzione di ogni loro relazione e di quella degli altri protagonisti della vicenda, tutti complici e tutti testimoni di ciò che in silenzio avviene tra le mura di quello strano residence.

Nei romanzi di Laura Pugno appare come dato costante almeno un elemento narrativo di non-realismo che porta le sue storie a sfiorare i confini del fantastico. Antartide non non fa eccezione, anzi porta questa scelta di stile alla massima potenza. La tensione verso l'inatteso non abbandona mai la pagina, ma anziché giocarsi esplicitamente come era avvenuto nei suoi precedenti romanzi (Sirene e Quando verrai), si risolve tutta dentro ai personaggi femminili, ciascuno a suo modo fantastico e inquietante. Laura Pugno ama descrivere le donne, sia le vecchie che le bambine, come creature pericolose, misteriose, incomprensibili e destabilizzanti, figure che vorresti accanto solo quando sei ben sveglio. Allo stesso tempo i suoi personaggi maschili tendono a somigliarsi tutti, con poche sfumature di carattere: introversi, con tanti segreti, taciturni, consapevoli e robusti d'animo, soprattutto quando questa loro silenziosa forza deve esercitarsi per rendere possibile il cedimento della debolezza altrui.

È una scrittrice che scrive poco, Laura Pugno, ma quello che scrive ha la particolarità di restare appiccicato alle dita con cui poi toccherai tutto il resto.

Questo commento è uscito domenica 2 ottobre su Repubblica.

Quando ho iniziato a leggere l'Autobiografia erotica di Aristide Gambìa è successo che già alla terza riga mi abbia invaso un'allegria ingiustificata e una risata potente sia venuta su da sola dallo stomaco. È stato incontrare l'espressione “le furibonde esigenze del cazzo” a strapparmela, ne sono convinta. Sgombrerei il campo dal dubbio che si trattasse della risata nervosa e imbarazzata di una signora perbene che si emoziona per le parolacce: non sono quel tipo di signora; garantisco invece che era una risata sana e liberatoria, quella di chi sa benissimo che quelle che chiamiamo parolacce sono parole come le altre alle quali capita la sventura di dover portare i pesi che noi non siamo in grado da soli di reggere. Quando ti succede di incontrare qualcuno che capisce e ripara questa ingiustizia semantica, non importa come va avanti il romanzo: già gli vuoi bene. Se poi questo qualcuno è Domenico Starnone, uno scrittore tra i più raffinati e complessi dello scenario autoriale italiano, il monte di fiducia si erge senza sforzo fino alla credulità più completa. Andando in giro per le pagine di questo straordinario romanzo è facile credere che sia possibile raccontare la vita di un uomo e del suo tempo attraverso l'incontro esplicito con le donne in cui è entrato come maschio. È perfettamente possibile che la vita erotica di Aristide Gambìa appaia in grado di rivelare di lui (e del lettore che si trova a sbirciarla senza veli) più di quanto egli stesso pensa di sapere di sé. Diventa pensabile persino immaginare che il rapporto misterioso tra maschile e femminile, quel suo senso sempre inquinato dai sensi che nessuno è riuscito mai a svelare appieno, possa apparire di colpo comprensibile passando per la via genitale, ma a patto di chiamarla per nome e cognome. Non dirò che il sesso in questo libro è metafora d'altro, perché sarebbe fargli un torto. Il sesso tra queste pagine non ha bisogno di essere giustificato intellettualmente. Quello che fa l'uomo chiamato Aristide Gambìa con le sue diverse e conturbanti compagne di letto si spiega con la carne fino all'ultimo spasmo, con lo sbocco del desiderio straripante di un maschio che solo fino a un certo punto può permettersi di dare alle sue estremità dei nomi pudichi: se vuole dire la propria verità fino in fondo, il pene deve chiamarlo cazzo e la vulva delle sue donne deve chiamala fessa e pucchiacca, parole dialettali con l'innegabile vantaggio di presentarsi alla mente già piene di umori. Quando Aristide Gambìa riceve la lettera di Mariella Ruiz - una donna che non solo chiama le cose del sesso con i suoi stessi nomi e afferma di averle compiute con lui vent'anni prima, ma ha anche qualcosa di sorprendente da rivelargli – tutto cambia: quello che fino a quel momento era stato lo scorrere appena arginato della vena di un desiderio spontaneo comincia a prendere la forma di un percorso di consapevolezza a ritroso, fatto di odori e sapori inconfessabili, infanzie avide di proibito, adolescenze odorose di richiami erotici e soprattutto adultità confuse, quasi mai capaci di immaginare un godimento senza il corrispettivo di un dovere. Ad Aristide Gambìa, brutto, tenero e qualche volta stupido nella sua percezione unilaterale del mondo, ci si affeziona sin troppo presto. Credo dipenda dal fatto che più volte scorrendo la sua storia ci si rende conto che c'è qualcosa di pacificato in questo romanzo e che il senso di compiutezza e risoluzione che si avverte riguarda proprio il maschile, il femminile e la loro messa in scena letteraria, piena di compassione. Più volte tra le sue moltissime pagine mi sono sorpresa a pensare che era bello leggere finalmente un romanzo dove le donne e gli uomini non apparissero marionette ruolanti, ma creature vere, amate e credute dal loro autore a un punto tale che alla fine ci puoi credere senza timore anche tu. Proprio mentre giungevo a questa consolatoria conclusione, Domenico Starnone ha deciso che bastava così, che l'incredulità del lettore non è un bene infinito e che l'autore può sopportare che venga sospesa solo fino a un certo punto: poi bisogna assestare un calcio preciso e violento alla sedia sulla quale il lettore sta seduto e scaraventarlo a terra davanti a tutte le evidenze della finzione. Non è la prima volta che Starnone fa una cosa simile: era già successo in Via Gemito, e più ancora in Prima esecuzione e nell'ultimo romanzo, quello Spavento che così deliberatamente mischiava le carte tra protagonista e autore. In questo romanzo Starnone porta il suo processo di disvelamento fino all'estrema conseguenza, abbattendo tutte le impalcature di cartone tra realismo e realtà. L'ultima parte del romanzo è totalmente destabilizzante e sembra dire al lettore che uno scrittore – sicuramente questo scrittore - non sta raccontando niente se non esplicita di star raccontando di sé. Come a dire che non è l'efficacia narrativa che conta, nemmeno quando, come in questo libro, è alta al punto da poterla definire eccellente senza abusare del termine; conta il meccanismo che la genera e Starnone è davvero convinto che il lettore debba vederlo fino all'ultimo ingranaggio. Sono sicura che mi perdonerà se, da lettore magari un po' demodé, resto del parere che gli ingranaggi in un romanzo siano affari dell'autore.

Quando avevo sedici anni mi prese una passione folle per i sonetti di Shakespeare e li imparai a memoria quasi tutti, leggendoli decine e decine di volte da una vecchia traduzione col testo a fronte che ora non trovo più, ma che allora mi sembrava bellissima. Il più caro che avevo era il sonetto 29 e credo di essere ancora in grado di trascriverlo a mente con una certa fedeltà.

Quando genti e Fortuna mi rinnegano
io solitario rimpiango il mio esilio
e invano grido al cielo indifferente
e guardo me e il destino maledico.
Mi vorrei come questi, di speranze più ricco
o come quelli, corteggiato e bello.
Il potere di costui, d'altri le arti invidio
e ogni mia gloria più disdegno.
Ma quando quasi a spregiarmi nell'intimo son giunto
ecco, ti penso!
E come irrompe all'alba in volo l'allodola
così l'anima mia in canto al ciel s'innalza
Che se l'amor tuo dolce io ricordo
neppure con un re muterei sorte.

Presa da nostalgia e avendo perso il vecchio testo nei vari traslochi, sono andata in libreria a cercare un'altra edizione. Li ho comprati senza aprirli, dando per scontato che comunque, traduzione più, traduzione meno, i Sonetti quelli erano. Impossibile descrivere la mia delusione quando aprendo il libro scoprii che il sonetto 29 nel frattempo era diventato questa cosa qui:

Talora, venuto in odio alla Fortuna e agli uomini,
Io piango solitario sul mio triste abbandono,

E turbo il cielo sordo con le mie grida inani,
E contemplo me stesso, e maledico la sorte,
Agognandomi simile a tale più ricco di speranze,
Di più belle fattezze, di numerosi amici,
Invidiando l'ingegno di questi, il potere di un altro,
Di quel che meglio è mio maggiormente scontento;
Ma ecco che in tali pensieri quasi spregiando me stesso,
La tua immagine appare, e allora muto stato,
E quale lodola, al romper del giorno, si innalza
Dalla terra cupa, lancio inni alle soglie del cielo:
Poiché il ricordo del dolce tuo amore porta seco
Tali ricchezze, che non vorrei scambiarle con un regno.

Davanti all'evidenza del margine di distanza che poteva crearsi tra un testo e le sue diversissime versioni, confesso che mi è preso il panico. La casa editrice Wagenbach si accingeva a tradurre Accabadora in Germania e io non sapevo abbastanza il tedesco per poter verificare che non mi accadesse un simile travisamento. Per mia buona sorte, Julika Brandestini mi ha tradotta con tale impegno che per quella versione ha addirittura vinto un premio, riuscendo a preservare persino la differenza linguistica tra la parte ambientata in Sardegna e quella torinese.

Non sempre però si viene capiti fino in fondo, neanche dai migliori.
Durante il mio recente viaggio ad Hamburg ho assistito a un reading di Altre Madri in tedesco.
E' uno dei testi che mi sono più cari, l'ho sempre sentito come un manifesto politico e amo leggerlo soprattutto in Sardegna, dove tutti i riferimenti storici e geografici che contiene possono essere colti per intero.

Uno dei passaggi recita:

Sarà una musica l'identità
e ci canteremo sopra la storia che non abbiamo visto
mentre ci accadeva come cosa straniera
quando la benda divenne bandiera
e dimenticammo di essere state regine.

Palese il riferimento alla trasformazione della bandiera dei 4 mori bendati, che da simbolo del dominatore che ci aveva sconfitti è poi divenuta simbolo identitario. Evidentemente però dalla Germania non è così palese, se il testo in tedesco è stato reso in questa maniera.

Die Identität wird eine Musik sein, und ich werde dazu die Geschichte singen, die wir nich sahen, während sie uns wie eine fremde Sache geschah, als wir die sardische Flagge gegen die Trikolore tauschten und vergaßen, dass wir einmal Königinnen gewesen waren.

Fortunatamente la bandiera sarda non si è ancora trasformata in tricolore e mi auguro che non lo faccia mai. Conto sul fatto che alla prima ristampa la traduzione - frutto non certo di imperizia, ma di semplice non conoscenza della specifica realtà storica sarda - sarà reintegrata nel suo vero senso. Fino ad allora valga questo come errata corrige.


Per me, che i miei libri siano tradotti è un grande dolore. So bene che tutte le traduzioni sono cattive. So che per il mondo circolano col mio nome libri che non hanno niente a che fare con quello che ho scritto.
Italo Calvino

Mi prendo una pausa lunga per scrivere e per qualche mese, fatte salve le date già fissate, non andrò in giro a presentare libri. Non significa che non farò niente altro che scrivere. Ho anzi intenzione di dedicarmi alla cosa che preferisco fare in assoluto: l'insegnamento. Nei prossimi mesi terrò due corsi distinti e di natura diversissima.

Il primo è un corso di story telling politico, dove illustrerò come si possono applicare le tecniche della narrazione alla comunicazione politica senza finire a vendere fuffa. Il corso comincerà ad ottobre, è gratuito e lo tengo nell'ambito dei percorsi di formazione interna di ProgReS, sul cui forum ci si può iscrivere. Chi vuole cogliere la scusa del corso per curiosare meglio come si lavora in ProgReS è benvenuto. Chi vuole cogliere la scusa di curiosare ProgReS per fare il corso di story telling è benvenuto comunque. Per ragioni di gestione non accetto più di 10 iscritti esterni e darò la precedenza ai sardi. Le lezioni saranno prevalentemente on line con video streaming. Conto sul fatto che l'Ordine degli Story Tellers non si indigni.

Il secondo è un corso stanziale che terrò all'Università di Aristan per quanti vogliano conseguire il fondamentale titolo di  laurea in Teoria e Pratiche di Salvezza dell'Umanità. La mia materia - insegnerò Odio - è considerata propedeutica al conseguimento del titolo. Mi pregierò di Marco Presta come co-docente d'eccezione. Dopo Un calcio in bocca fa miracoli non potevo scegliere altri che lui per darmi una mano a insegnare Odio. A novembre saranno resi noti dai vertici dell'Università i tempi, i luoghi e le modalità di iscrizione. Fino a quel momento mi eserciterò odiando, dato che il mondo mi sta dando ottime motivazioni. Sono sicura che l'Ordine degli Haters cercherà di causarmi un qualche tipo di danno per questa mia pretesa di insegnare Odio senza averne titolo apparente. Avranno modo di ricredersi.
Sul titolo, intendo.

Questo racconto inedito l'ho scritto ispirata dall'immagine che lo accompagna. Si tratta di una foto della fine dell'800 rielaborata con estro e stoffe dallo stilista Antonio Marras nell'ambito del progetto "Le sedie vestite", realizzato quest'anno per Cabudanne de sos poetas.

marras

L'avresti detto mai, o Babbo, che sarei diventato quello che sono?
Secondo me no, e a vedermi oggi ci sarai anche rimasto male.

Tu avevi già le idee decise per me: farmi studiare tanto, bene e proficuamente, come Gramsci, come Asproni, come studia la gente ricca, che fa i figli dottori e le figlie professoresse contro l'invidia del paese e contro il destino rigido dei figli dei pastori. Non importa se gli altri bambini portavano i pantaloni corti fino a dodici anni: tu a me facevi già mettere quelli lunghi dei grandi, di velluto a righe e stretti in fondo, anche se costavano di più. Mi avevi fatto fotografare con quelli addosso, in piedi vicino alla sedia del salotto, quella dove in trent'anni si saranno sedute sei persone in tutto. Io lo so perché mi hai fatto prendere quella fotografia, Babbo: in piedi vicino al fotografo tu mi vedevi già seduto lì, un impiegato di concetto in pectore, un anticipo di quello che avresti voluto che diventassi.
Tuo figlio, certo.
Ma anche uno studiato, uno che si guadagna il pane tenendo il culo appoggiato a uno scranno. Dottore, avvocato, ragioniere, geometra, comunque signore. Non come te, con la schiena rotta dalla zappa all'oliveto e in vigna. Non come te, con la pelle rigata dal sole preso appresso al bestiame al monte.

I tuoi vicini credevano che tu fossi scemo, babbo.
Chi ha un figlio solo non lo manda a scuola, sennò a seguire il bestiame e il terreno chi ci resta? I vecchi muoiono, ma le pecore restano e qualcuno di casa per loro deve esserci. Non sono le pecore l'eredità dei figli, ma i figli l'eredità delle pecore: questa è la regola da sempre e guai a chi si crede l'eccezione. Non ho mai capito il perché tu avessi deciso che l'eccezione dovessi essere io. Non hai mai letto un libro in vita tua, Babbo, e certo non eri un uomo che avesse mai desiderato essere più di quel che era. Eppure per me hai voluto sognare l'impossibile: libri, banchi, maestri, diplomi, denaro e titoli, tutto quello che nella tua testa voleva dire rispetto, rispetto vero. “Le vigne le incendiano, le pecore le rubano, se hai suscitato invidia te le sgarrettano, ma un dottore è dottore comunque”. Questo credevi e questo ho voluto credere anche io davanti ai tuoi occhi fiduciosi di me. Per anni ce l'ho messa tutta, Babbo. Per anni non ti ho detto mai niente e del resto che senso avrebbe avuto? Le tue orecchie non mi hanno ascoltato mai. Tu avevi già deciso tutto ed era un'offerta così ricca, così onerosa, che nessun altro figlio avrebbe rifiutato. Avessi almeno avuto un fratello addosso a cui scaricare quella tua ansia di vedermi signore! Invece c'ero solo io, un acrobata senza rete che cammina sul filo dei sogni di un altro. Mamma l'aveva capito che non volevo studiare, ma lei era l'unica persona al mondo che ti temeva più di me e così stemmo zitti in due. Ho studiato, Babbo, proprio come volevi tu. Mungevi le pecore alle 4 di notte, tosavi aiutato dai figli dei vicini e mentre facevi il formaggio andavi dicendo che tuo figlio studiava da avvocato; ti prendevano per matto, Babbo, perché è una ricchezza che non suona quella della conoscenza. Tu per qualche motivo misterioso l'avevi capito, ma nessuno dei tuoi vicini poteva fare altrettanto, perché è gente che la distanza tra un povero e un ricco l'ha sempre misurata in pecore. Io invece stavo a Cagliari con la testa china sui libri di diritto civile e penale, e l'ho fatto per anni, tutti quelli che servivano. Alla fine sono diventato avvocato davvero, Babbo, e quel giorno avrei voluto dirti che avevi ragione tu, che studiare serve, ma tu non c'eri più da un anno e mezzo quando io mi sono laureato.

È un peccato, Babbo. La vita a volte ti fa scherzi brutti.
Lo pensavo l'altro giorno camminando verso il monte con il gregge.
So che gli altri ridono e pensano: hai visto il figlio di Bissenti, laureato per finire appresso alle bestie! Non sanno che chi ha imparato a riconoscere il confine silenzioso tra la giustizia e la legge conosce anche la distanza che c'è tra gli uomini e quello che li determina. Non hanno scienza né coscienza. La loro vita è già condanna sufficiente per il reato di essere nati. I figli dei tuoi amici fanno l'unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore. Io invece faccio l'unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.


 

Alcuni diritti riservati. Questo racconto è pubblicato on line sotto Licenza Creative Commons Attribuzione Non-Commerciale-Non opere derivate.

 

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1 Jan 1970
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