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Poiché in Sardegna siamo orfani di una storia a misura di popolo che dia un senso coerente ai tesori che continuano ad emergere dal suolo, molti disperati finiscono per consolarsi col bricolage. Geografia Mitologica, Epigrafia Complottista, Elementi di Ufologia Nuragica, Fantascienza Rupestre, Storia delle Catastrofi Immaginarie: queste ed altre le materie insegnate all'università della Confusione Storica, dove gli incauti finiscono come pesci in una paranza, privi di un contradditorio accessibile.

Capita così che nascano balzanità come quella appena arrivata dai Riformatori Sardi, che hanno deciso di presentare una proposta di legge per chiedere alla regione Sardegna di finanziare la nascita di una "fiaba mediatica" che associ la civiltà nuragica al mito di Atlantide, idea già lanciata dal giornalista Sergio Frau in un fortunato libro. L'assessore regionale al turismo Sebastiano Sannitu sostiene la proposta di questi suoi compagni di partito. 

Pare che costoro chiedano la creazione di un istituto che dovrebbe chiamarsi NurAt (Nuraghe+Atlantide), che diverrebbe strumento interno alla Regione per "canalizzare importanti risorse economiche indirizzate allo studio delle antiche civilta' sarde, a ricerche delle conferme sul mito di Atlantide, alla creazione di un network di prodotti sardi e al sostegno di tutte le attivita' di promozione, pubblicizzazione, marketing, legate alla diffusione della nuova immagine della nostra isola".

Davvero mitico. Anzichè soldi all'archeologia per sapere come è andata veramente, la regione dovrebbe spendere "importanti risorse" per cercare conferme del mito di Atlantide. I Giganti di Monti Prama ovviamente non reggono il confronto. Geniale è poi il ragionamento - lo riporto perché le parole sono importanti - che sta alla base della richiesta (i grassetti sono miei):

Se noi riuscissimo a costruire una fiaba mediatica sulla nostra storia, sull'isola di Atlantide e sul popolo dei nuragici e se riuscissimo a legare l'idea di Sardegna alla rappresentazione del sogno immateriale della sua storia antica, avremmo probabilmente fatto bingo. Tutti conoscono l'isola di Pasqua per le grandiose statue Mohai, Stonehnge per le sue pietre, Inverness per il mostro di Loch Ness (che non esiste). Se anche la Sardegna avesse il suo mito (supportato da molte conferme scientifiche che lo rendono assai piu' reale di tante altre rappresentazioni), tutto cio' che e' sardo acquisirebbe un valore e un fascino in grado di trasformarsi in un formidabile plusvalore.

Questa cosa è firmata da Pierpaolo Vargiu, Michele Cossa, Attilio Dedoni, Pietrino Fois, Franco Meloni e Franco Mula, lo dico come promemoria perché l'idea di base stava già nel loro programma elettorale, quindi qualcuno li avrà votati per realizzarla; ma dando per certo che la giunta regionale non cadrà prima che i consiglieri abbiano maturato le rendite permanenti di anzianità, questa idiozia rischia di fare in tempo ad essere persino discussa, perché è perfettamente in linea con la politica di comunicazione turistica che la regione sta tenendo da mesi. 

Non ci credete? Date una occhiata al pluripremiato e patinatissimo spot istituzionale varato per promuovere l'immagine dell'isola all'estero. Il video è di grande suggestione e narrativamente molto efficace. Non conosco nessun sardo, anche indipendentista, che abbia resistito alla sua retorica o manifestato perplessità nel vederlo, neppure tra quelli che adesso ridono della proposta dei Riformatori.

Ecco perché vale la pena analizzarlo un attimo sul piano narrativo.

L'inquadratura iniziale è una carta geografica antichizzata che si focalizza sulla Sardegna. Il richiamo tolkeniano alla Terra di Mezzo è enfatizzato dalla profondità caricaturale di una voce fuori campo che mormora: "On the other side of the strait called Eracle's Columns, there is an island..." La citazione è tratta dai Dialoghi di Platone e si riferisce ad Atlantide, stabilendo un parallelo immediato tra il continente scomparso e la Sardegna. Con buona pace dei Riformatori, la fiaba mediatica ce la stanno quindi già raccontando.

Le inquadrature sono volutamente realizzate con il registro enfatico della vista in volo dall'alto, espediente che regala allo spettatore la medesima prospettiva di Dio sul paradiso terrestre: boschi vergini, spiagge intonse, fenicotteri in volo, rovine di varie epoche riprese con tramonto o alba sullo sfondo, cavalli lanciati al galoppo e laghi immensi che riflettono cieli di lapislazzuolo... la Sardegna è un Eden fuori dal tempo. In accordo con la dimensione mitica manca infatti ogni riferimento temporale attraverso il quale lo spettatore possa capire se queste immagini sono girate ieri o cinquant'anni fa; una epurazione non facile, ma riuscita.

A proposito di epurazione, interessante dal punto di vista narrativo è che in questo video non ci siano persone. L'isola narrata è completamente disabitata, né viene inquadrato un pur minimo segno di antropizzazione: non ci sono città, ma neanche paesi o strade. Le uniche costruzioni sono nuragiche, puniche o rimasugli di archeologia industriale ottocentesca, comunque passato. I pochissimi esseri umani che compaiono sono significativamente vestiti in costume sardo, e l'ignaro spettatore estero ne deduce che siano i sardi. Rischia di restarci molto male nel venire qui e trovare adolescenti in tanga a vista sul cavallo basso al posto di ordinati ginecei di fanciulle velate, e normalissimi impiegati di banca invece di prodi cavalieri mascherati che infilzano stelle al volo. Ma vuoi mettere il mito?

La creatura femminea che si aggira per i boschi non è una donna, è uno spirito. E' Morgana di Avalon, è Galadriel di Lòrien, è una ninfa alseide che attraversa l'isola a piedi per raggiungere il mare e abbracciarlo mentre il claim finale dichiara l'intento iniziale senza più veli: Sardinia: a myth in the mediterranean sea

Macché storia. Siamo un mito.
Parola della regione autonoma di Atlantide.

p.s. aggiunto l'11 agosto

Ulteriori riflessioni sulla sottotraccia narrativa dello spot si trovano al commento 17.

Sono lontani i tempi in cui il vecchio claim degli anni settanta faceva canticchiare agli italiani che “con Nelsen piatti li vuol lavare lui”, stupendoli col paradosso di un maschio che si proponeva nientemeno che di fare faccende, femminili per definizione. Per capire come i tempi siano cambiati, basterebbe osservare gli ultimi anni di spot di Dixan con Fabio De Luigi. Prima l’hanno costretto a interpretare lo spot storico della marca, il famoso cambio del fustino alla casalinga ossessionata dal candore;  nell’ultimo spot invece è diventato lui il target - imbranato come si conviene a chi da generazioni trova le camicie inamidate già nell’armadio - e si consuma sul dilemma di come sbiancarsi dopo un bagno di sugo tipo accoltellamento al ventre. Se la pubblicità non è avanguardia, ma registra la realtà a cambiamento avvenuto, l’esistenza di questo spot è segno certo che chini dinanzi alla lavatrice ci sono adesso un bel po’ di uomini. Imbranati forse. Però ci sono. E per chi pensa che una rondine non faccia primavera, l’altra sera ho beccato uno spot analogo, ma ancora più “sovversivo”, di un’altra marca di cui non ho fatto in tempo a segnare il nome: lui e lei al cinema, filmone da pianto greco, lei che cerca la consolazione della sua spalla maschia, lui che esita interrogandosi se il fondotinta si possa tirar via dalla camicia. Ma poi gli sovviene provvidente il ricordo del suo detersivo che tutto cancella, e via di abbracci confortanti. Lo ammetto, mi sono commossa anche io a vedere un lui non imbranato al pensiero di avviare un ciclo di lavaggio, e una lei che del lavoro domestico è causa, non comoda soluzione. Certo, di stirare e lavare per terra per gli uomini degli spot ancora non se ne parla. Magari qualche moglie di pubblicitario potrebbe provare a darsi malata per un po’, hai visto mai.

 

Scritto per Giudizio Universale

Siamo all’inizio dell’anno e già sembra urgente elargire riconoscimenti. Come non assegnare infatti la Medaglia Faccia Tosta d’oro alla pubblicità dell’Eni? A meno che Fabrizio Corona non diventi testimonial di una campagna ministeriale per il diritto alla privacy, difficilmente qualche altro spot nel corso dell’anno potrà far meglio di questo in ipocrisia. Per realizzarlo la multinazionale ha prezzolato Ilana Yahav, famosa performer che lavora con la sabbia, perché interpretasse a modo suo le tre parole chiave della filosofia dell’azienda. A parte il cinismo di scegliere la sabbia per glorificare un colosso che sventra montagne di sabbia alla ricerca di idrocarburi, la parte più sconcertante risiedenelle tre parole chiave in cui Eni identifica la sua mission aziendale: Internazionalità, Ricerca e Rispetto. Come è noto, l’internazionalità per Eni si declina nello sfruttamento delle risorse di altre nazioni, come quello discutibilissimo che interessa le sabbie bituminose del Congo Brazzaville e l’uso dei suoi terreni fertili per produrre bio-combustibili, con un impatto ambientale stimato a doppio zero. Altrettanto conosciuto è il fatto che la ricerca di marca Eni conduca sovente a cause legali per disastro ambientale, tentata strage e altre piacevolezze, talvolta culminate in pesanti condanne, come quella emessa dal tribunale di Torino nel 2008 per aver riempito di DDT il Lago Maggiore. Il rispetto secondo Eni è stabilire cartelli con altre aziende per fare monopolio dei prezzi, o cercare di impedire ad altri soggetti lo sfruttamento delle risorse energetiche su cui riesce a mettere le mani, come il gas algerino su cui l’Antitrust nel 2008 l’ha riconosciuta colpevole di abuso di posizione dominante. Non basta far cantare ai Fleetwood Mac “Don’t stop thinking about tomorrow” per lavarsi la faccia da questo nero.

Scritto per Giudizio Universale
Italianità è stata per anni una parola usata con pudore, perché indicava il cocktail di stereotipi che costituiva la carta d’identità dell’italiano medio all’estero; per intenderci, cose tipo mamma, spaghetti, mafia, gesticolare compulsivamente e strillare come al mercato. Quando è scoppiato il caso Alitalia, l’italianità è stata risemantizzata perché potesse passare da elemento di imbarazzo internazionale a questione di prestigio nazionale. Così adesso la parola vuol dire mamma, spaghetti, mafia, gesticolare compulsivamente, strillare come al mercato e comprare l’attivo di una compagnia aerea lasciando i debiti allo Stato, più brevemente detto “cordata”.
Non paga di questo, lo spot televisivo con cui l’Alitalia sta cercando di rilanciarsi agli occhi del popolo aggiunge al calderone l’ulteriore stereotipo della donna ideale vista dall’italiano: la docile serva. Per trenta secondi ammiriamo infatti Raoul Bova che, dopo aver impartito otto richieste consecutive a una hostess capace di dire solo “sì, certo, come desidera, signore”, confida soddisfatto al compagno del sedile accanto di sentirsi in aereo meglio che a casa sua. Poco importa che la hostess sia anche sua moglie, perché a casa l’infingarda non si comporta affatto così, cioè non lo serve come una geisha soddisfacendo acriticamente ogni minima necessità del suo signore e padrone. Decretato pertanto che la moglie dei sogni nazionalpopolari è una creatura servile, decorativa, obbediente e priva di volontà propria, l’italianità è ora davvero completa. Poi uno dice, perché non viaggi Alitalia.


Qualche mese fa ricevetti una telefonata da uno degli autori di una trasmissione chiamata Malpensa Italia, un'insulsaggine che aspirava a fare il verso alla storica trasmissione di Lerner e che andava in onda su Rai Due; non stupitevi se non l'avete mai sentita nominare, nemmeno io sapevo cosa fosse quanto mi chiamarono, anche perché è stata un flop assoluto, chiusa in anticipo per ascolti zero. L'autore mi aveva chiamata per invitarmi a intervenire in trasmissione a fronte del ministro Sacconi e di altri esponenti di governo per parlare di lavoro precario da un altro punto di vista. In un primo momento ho dato disponibilità - non mi pareva vero di dirne quattro a Sacconi - ma poi nel corso della telefonata mi è stato incautamente rivelato che il conduttore della trasmissione sarebbe stato Gianluigi Paragone. Ex direttore della Padania, ex vicedirettore di Libero, attualmente vicedirettore di Rai Uno, Paragone è un leghista tra i più beceri e folcloristici, di quelli che non vorrei incrociare per caso nemmeno sul marciapiede, figuriamoci davanti a una telecamera. Al solo sentirne il nome ritirai immediatamente la disponibilità a partecipare, e mentre l'autore si affannava a garantirmi che avrei potuto dire tutto quello che volevo e nessuno mi avrebbe censurato, io ricordo di avergli replicato che non aveva nessuna importanza cosa mi lasciavano dire: allo spettatore sarei comunque apparsa in video mentre legittimavo un compare di Borghezio e Gentilini come mio interlocutore, e questo era più che sufficiente a farmi stare a casa a cucinare per gli amici. Non ci andai, e agli amici servii risotto ai porcini.

Oggi scopro che l'Era Glaciale, il programma di Daria Bignardi che avrebbe dovuto ricominciare da gennaio in prima serata e dove già in seconda faceva il 10% di share, è stato appena spostato in tarda per fare posto ad un talk show condotto proprio dal già provatamente mediocre Paragone. Dopo aver fatto il regalo di Natale all'uomo che prende lo stipendio proprio da quel canone RAI che fino a pochi mesi fa invitava sguaiatamente a boicottare, qualcuno nel PdL ha ancora lezioni da dare sulla meritocrazia? La mia solidarietà a Daria, alla quale qualche tempo fa chiesi in una intervista se avesse mai subito pressioni politiche sulle sue trasmissioni, o fosse stata penalizzata per qualcosa relativo ai contenuti. Lei mi disse che se uno fa bene il suo lavoro e il pubblico lo sostiene, questo tipo di problemi non si presenta. E' stata ottimista.

Ringrazio tutti per i complimenti ricevuti per il premio Campiello. Tornerò a scrivere sul sito appena mi sarà possibile. Michela

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