Giovedì 24 Dicembre 2009 00:22
Italianità è stata per anni una parola usata con pudore, perché indicava il cocktail di stereotipi che costituiva la carta d’identità dell’italiano medio all’estero; per intenderci, cose tipo mamma, spaghetti, mafia, gesticolare compulsivamente e strillare come al mercato. Quando è scoppiato il caso Alitalia, l’italianità è stata risemantizzata perché potesse passare da elemento di imbarazzo internazionale a questione di prestigio nazionale. Così adesso la parola vuol dire mamma, spaghetti, mafia, gesticolare compulsivamente, strillare come al mercato e comprare l’attivo di una compagnia aerea lasciando i debiti allo Stato, più brevemente detto “cordata”.
Non paga di questo,
lo spot televisivo con cui l’Alitalia sta cercando di rilanciarsi agli occhi del popolo aggiunge al calderone l’ulteriore stereotipo della donna ideale vista dall’italiano: la docile serva. Per trenta secondi ammiriamo infatti Raoul Bova che, dopo aver impartito otto richieste consecutive a una hostess capace di dire solo “sì, certo, come desidera, signore”, confida soddisfatto al compagno del sedile accanto di sentirsi in aereo meglio che a casa sua. Poco importa che la hostess sia anche sua moglie, perché a casa l’infingarda non si comporta affatto così, cioè non lo serve come una geisha soddisfacendo acriticamente ogni minima necessità del suo signore e padrone. Decretato pertanto che la moglie dei sogni nazionalpopolari è una creatura servile, decorativa, obbediente e priva di volontà propria, l’italianità è ora davvero completa. Poi uno dice, perché non viaggi Alitalia.
Aggiungi commento