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bioetica

Carta dei diritti della

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Questa è la prefazione che ho scritto alla Carta dei diritti del Lettore che verrà presentata al sal

Martedì, 10 Maggio 2011 Commenti

generi

La sindrome di Grimilde

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Molti mesi fa ho rilasciato una breve intervista al Corriere della Sera (che però è uscita adesso)

Venerdì, 3 Febbraio 2012 Commenti

lgbt

Scagli la prima pietra

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Ho un problema. A differenza di molti miei amici non mi sembra né vigliacco né inutile che sia stato

Venerdì, 23 Settembre 2011 Commenti

di diritti

Molti mesi fa ho rilasciato una breve intervista al Corriere della Sera (che però è uscita adesso) a proposito degli stereotipi femminili veicolati nelle fiabe e negli altri atti narrativi rivolti all'infanzia. Ave Mary era uscito da poco e il tema della demistificazione dell'immaginario era caldo anche socialmente, sull'onda lunga di Se non ora quando e del lavoro capillare nelle scuole e sul web di Lorella Zanardo, Loredana Lipperini, Michela Marzano e decine di altre blogger, giornaliste e intellettuali impegnate sul tema. Lo spunto dell'intervista era apparentemente superficiale - l'annuncio dell'uscita di due rivisitazioni cinematografiche su Biancaneve - ma proprio per questo ho risposto volentieri. Esiste un immaginario che diventa doppiamente efficace quando trova scarse resistenze critiche, magari figlie proprio dell'equivoco sulla presunta innocenza del tema. Elena Gianini Belotti ha già dimostrato a sufficienza che il simbolico rivolto all'infanzia non è mai innocente e Biancaneve dell'immaginario infantile è un pilastro evergreen troppo evidente per potersi permettere di ignorarla, specialmente quando esce al cinema con il volto di Kristen Stewart, l'eroina-vittima della saga vampiresca più famosa del mondo: la sua Biancaneve la vedranno milioni di ragazze e ragazzi. L'intervista verteva sulle presunte differenze tra la versione di Lily Collins, molto dolce e tradizionale, e quella dove compare appunto la giovane attrice di Twilight, che obbedisce invece a una sceneggiatura da film d'azione, con una Biancaneve guerriera in armatura e spadone che sembra mandare in frantumi l'immagine passiva e vittimistica proposta dalla fiaba classica. 
Sembra, appunto.

Il trailer in inglese - quello italiano ancora non c'è - mostra una fanciulla pallida e scialba che solo la finzione narrativa potrebbe cercare di venderci come più bella della sua matrigna, una folgorante Charlize Theron. Biancaneve/Stewart però è una combattente agile che, addestrata proprio dal guardiacaccia mandato a strapparle il cuore, affronterà la sua nemica senza per questo rinunciare a vivere anche elementi della trama tradizionale, come la mela, il bacio del principe e il risveglio. Molte delle domande dell'intervista sottintendevano che la Biancaneve guerresca fosse più emancipata rispetto alla fanciulla in crinoline dell'altro film, come se l'introduzione di elementi narrativi associati al maschile - spada, vendetta e battaglia - strappasse la protagonista allo sfondo degli stereotipi disneyani. Alcune domande tendevano poi a ridefinire il ruolo di Biancaneve solo in ordine al suo rapporto con le figure maschili, guardiacaccia e principe, perché le anticipazioni davano ad intendere che la dinamica della salvezza con il primo e dell'innamoramento con il secondo fosse meno passiva e scontata che nella fiaba.

In attesa di vedere se è vero, rimane però l'impressione di una visione parziale che trascura del tutto il fatto che la distruttività della storia di Biancaneve derivi prima di tutto dal rapporto tra i personaggi femminili. Lo schema generale della favola rimane identico: una donna matura, ma comunque molto avvenente, odia un'altra donna perché è più giovane e più bella. Non è un caso che Loredana Lipperini in Non è un paese per vecchie abbia chiamato "sindrome di Grimilde" la declinazione reale di questo meccanismo di trama. Gli uomini nella storia sono interruttori narrativi funzionali (uccidere/salvare) e confermano la logica vittoriosa della maggiore bellezza di Biancaneve: il primo la risparmia e il secondo se ne innamora. Il femminile viene presentato dentro un rapporto antagonista, violento e competitivo sul piano dell'aspetto fisico, che nel trailer del film con la Stewart assume connotazioni magiche e metafisiche ("Beauty is my power"). Proprio questo film, che nelle intenzioni si vorrebbe presentare come più emancipatorio (perché propone un'eroina armata), finisce per radicalizzare lo scontro tra i personaggi femminili, aggiungendo elementi di ulteriore violenza laddove la fiaba originale aveva solo un lieto fine matrimoniale.

Non esiste alcuna coesistenza tra generazioni in questo schema: la vecchia vuole la giovane morta e la giovane per sopravvivere dovrà ammazzare la vecchia. Non ci sono armature nè correttivi al rapporto con il maschile che possano stemperare l'impatto distruttivo di questo messaggio. Le bambine che andranno a vedere il film si troveranno davanti alla narrazione di due donne per cui la bellezza implica potere e di uomini che le proteggeranno e ameranno nella misura in cui questo potere sarà più evidente. Lo specchio delle nostre brame e quello delle nostre trame si incroceranno a quel punto fino a confondersi, ma sempre di noi si sta parlando. In quella narrazione le altre donne, specialmente se più vecchie, appariranno descritte come nemiche maligne che nel migliore dei casi vorranno essere noi e nel peggiore ci vorranno morte. Poi si esce dal cinema e ovviamente alle bambine si può sempre dire che tanto è una fiaba. Davanti alle protagoniste dell'accanimento anagrafico da chirurgia plastica che sfilano in tv e sui giornali sarà però più complicato convincere anche noi stesse che la verità sia davvero quella.

(Questo pezzo, più o meno così, è uscito il 12 dicembre 2011 su Repubblica)

Una ragazzina torinese ha detto di essere stata violentata da due rom. La fiaccolata a suo sostegno però è finita in rogo ieri sera, con un campo nomadi bruciato alla periferia di Torino. Poi la ragazzina ha detto che non era vero niente, che non l'ha stuprata nessuno, tantomeno i rom. Era stata con un ragazzo italiano ed era forse la sua prima volta.
La notizia grossa è quella del pogrom, ennesimo frutto di una cultura dove si cresce imparando a temere il diverso e lo straniero, a prescindere dal fatto che sia colpevole di qualcosa. Immagino che si troverà senza difficoltà qualcuno pronto a dire che se non era vero stavolta lo sarebbe stato comunque la prossima. Il fatto che questa cultura negli ultimi vent'anni sia riuscita a generare sindaci, assessori, presidenti di provincia e di regione, europarlamentari e persino ministri a vario titolo ha aiutato molto a farla passare dal bancone del bar al senso comune. È anche grazie a questo se oggi in Italia c'è chi ha smesso di vergognarsi di essere razzista.

La notizia che invece appare come secondaria è che una ragazzina di sedici anni ha creduto che fosse meno pericoloso e grave per lei dire che era stata violentata da due “stranieri” piuttosto che ammettere di aver fatto l'amore volontariamente con un ragazzo del posto. Non voglio pensare che una ragazza dica una calunnia simile per gioco. È assai più credibile che lo abbia fatto perché avvertiva che se avesse detto la verità, cioè se avesse dichiarato di aver fatto l'amore perché voleva farlo, sarebbe stata percepita e trattata come "colpevole" di qualcosa e sarebbe andata incontro a qualche tipo di sanzione, sociale o familiare, morale o fisica. Del resto sono di questi giorni altri di casi in cui dire "sono io che lo voglio" non conviene.

Qualche articolo ieri riportava l'abitudine della famiglia a farla periodicamente controllare da un ginecologo per verificarne l'illibatezza, un uso tribale che, se confermato, direbbe molte cose sul clima in cui la ragazzina deve aver concepito la sua irresponsabile e protettiva bugia. Ma è marginale. Resta comunque l'immagine di una ragazzina che nell'Italia del 2011 fatica di più ad ammettere di essere stata consenziente che a farsi passare per vittima di stupro indicando il primo colpevole credibile, magari quello la cui etnia è già in sé una sentenza: rom.

Quella ragazza non poteva prevedere che molti nel quartiere avrebbero strumentalizzato la sua falsa condizione di vittima come innesco della loro rabbia e dell'antica voglia razzista di dar fuoco ai campi rom di ogni latitudine. L'incendio dell'accampamento non è in nessun modo colpa sua. Ma è accaduto e i vigili del fuoco si sono trovati davanti non solo le fiamme, ma anche una folla decisa a impedire che l'incendio venisse spento prima di aver bruciato tutto. Qualcuno, solidale con chi ha appiccato il fuoco a prescindere dalle responsabilità nello stupro, mi ha scritto su Facebook che era ora, che gli abitanti del quartiere sono spaventati e che se anche adesso non gli è passata la paura di uscire di casa in mezzo a tutti quegli zingari, almeno la rabbia si è sfogata.

Davanti alla cenere e alle bugie ora si parlerà di razzismo, ed è sacrosanto che avvenga. Ci si chiederà pure cosa sta succedendo nella civile e solidale Torino, ed è giusto che ce lo si chieda. Ma spero che qualcuno si faccia domande anche su quale tipo di italianissima cultura è quello che induce una giovane donna a credere che la condizione di stuprata sia per lei socialmente più vivibile di quella di chi fa l'amore perché lo ha scelto.

Ho un problema.
A differenza di molti miei amici non mi sembra né vigliacco né inutile che sia stato pubblicato l'elenco dei parlamentari omofobi che in privato nasconderebbero di essere gay.

Intendiamoci: è vigliacco di sicuro, ma esclusivamente perché nessuna di quelle attribuzioni è supportata da prove; ed è inutile senza dubbio alcuno, ma solo perchè nessuno di loro diventerà meno omofobo dopo l'outing.

Tuttavia resta legittimo e necessario su un altro piano: quello che riguarda il modo in cui questi soggetti hanno costruito la propria immagine pubblica. Ognuno di loro ha un profilo immaginario più o meno definito, nella maggior parte dei casi machista o moralista, ancorato a presunti valori e altrettanto presunte tradizioni, spesso corroborato da un linguaggio violento verso le differenze e giudicante verso i comportamenti altrui. Molti di loro non si sono accontentati di parlare contro i diritti ai gay, ma di frequente hanno assunto posizioni di disprezzo verso l'omosessualità in quanto tale, contribuendo a definirla pubblicamente come un comportamento anormale, socialmente deviante, immorale e pericoloso. Il loro agire istituzionale ha fortificato e legittimato le posizioni di molti cittadini omofobi, assecondando una convinzione di impunibilità in chi volesse passare dalle parole ai fatti. Questo registro di comunicazione pubblica ha raggiunto il consenso di una precisa fetta di elettorato che in quel linguaggio e in quel quadro di valori si riconosce e si sente rappresentato. Quegli uomini sono stati votati anche per questo. L'omofobia fa parte del loro profilo politico ed è un elemento rilevante della loro credibilità presso l'elettorato cattolico-conservatore.

In questo senso forzare l'outing non è una vigliaccata, ma un'azione di lotta politica del tutto legittima. Non è una vigliaccata pubblicare l'elenco dei parlamentari proibizionisti che fanno uso privato di droga, anche tenendo presente che drogarsi in Italia non è reato. Troverei assolutamente normale pubblicare l'elenco di chi va a prostitute se gli uomini che le frequentano sono politici che hanno costruito la loro credibilità elettorale sulla famiglia tradizionale e sui valori cristiani; e questo vale a maggior ragione se andare a prostitute non è un reato.
Fare questi esempi non significa associare l'omosessualità a comportamenti socialmente disdicevoli, ma essere consapevoli del fatto che per l'elettorato conservatore quel comportamento è effettivamente disdicevole e diminuisce in modo rilevante la credibilità - e dunque il consenso politico - del parlamentare con posizioni omofobe. Gli rovina la vita? Anche le politiche omofobe rovinano la vita a molte persone e il clima omofobo - fortificato da precise scelte legislative che mai hanno voluto penalizzare l'odio verso i gay - a qualcuno la vita l'ha fatta persino perdere.

Secondo queste premesse non sempre l'outing è legittimo.

Che Silvio Sircana si sia dimesso per essere stato fotografato mentre approcciava una trans è una vigliaccata, perché Sircana non è mai stato un politico moralista o un paladino dei valori della famiglia. Che si dimettesse un Piero Marrazzo era invece doveroso: tutta la sua narrazione pubblica era giocata sui valori cattolici e sulla famiglia. Allo stesso modo fare outing sul giro di donne di Silvio Berlusconi e pubblicare tutte le intercettazioni delle sue prostitute - anche quelle senza rilevanza penale, ma con molta rilevanza sociale - è un atto legittimo e necessario, perché la costruzione dell'immagine politica di Berlusconi è cominciata da un libretto chiamato "Una storia italiana" dove lui stesso ha esposto il proprio privato edulcorato per conquistare vecchiette e mammine vendendosi come il padre, il marito e il nonno ideale. Un uomo che ha raggiunto credibilità pubblica usando la sua vita privata non può lamentarsi se poi è proprio la sua vita privata a fargliela perdere.

Non c'è alcuna violazione della privacy quando si sta rivelando l'infrazione di un patto di fiducia simbolica tra elettore e rappresentante politico. Credo sia una delle poche lezioni del giornalismo americano che possiamo apprendere senza troppe diffidenze.

Parigi è offensivamente simile alla sua rappresentazione in cartolina. La parte di città dove mi sto muovendo da giorni sembra essersi messa d'accordo per replicare con fedeltà ogni singolo stereotipo che qualunque non francese associa in automatico alla Francia. C'è tutto: baguette, bistrot, croissant e sopra ogni cosa quell'atmosfera retrò da vecchio cinematografo, unita al gusto per le cose vecchie disposte in apparente casualità sui davanzali di certe case dalla facciata di legno. Speri che la città ti risparmi almeno l'organetto e invece giri l'angolo di rue de Seine ed eccolo lì, pronto a spararti Edit Piaf tra i tonfi dei passi della gente che viene via dalla visita a Notre Dame.

Però sono le donne il vero mistero magico di Parigi. Le parigine hanno un modo di camminare talmente caratteristico che ne riconoscerei una ovunque la incontrassi. Non è tanto il movimento, ma il fatto che esprime grazia, assoluta naturalezza, sicurezza di sé e noncuranza insieme. E' il passo libero di chi non ha niente da dimostrare. Mi fanno venire in mentre quello che Antonio Gurrado scrisse due anni fa sul Foglio a proposito di certe studentesse inglesi che avevano fatto un calendario nude, commentando che le inglesi sembrano vestite anche quando si spogliano, a differenza delle francesi che camminano come se fossero nude qualunque cosa indossino. In qualche modo riconosco che questo paradosso è vero, almeno per quanto riguarda le francesi.

Ieri sera ero a cena con la mia amica Martine e gliel'ho fatto notare. Mi ha risposto che ad essere diversa non è la donna, ma lo sguardo dell'uomo francese. La serata era piovosa e un po' fredda, ma l'esterno del bistrot era riscaldato dalle lampade a infrarossi e quindi siamo rimaste a parlarne per un po'. Lei, che ha sposato un italiano e ci vive da anni per buona parte del suo tempo, è in grado di fare un confronto che a me sfugge.

Dopo qualche anno passato in Italia, Martine mi ha detto che quando è tornata in Francia in un primo momento si è sentita invisibile: nessun uomo la gratificava di uno sguardo e qualunque cosa indossasse nessuno sembrava farci caso. Bella e straniera, a Roma aveva vissuto continuamente sotto sguardi maschili molto invasivi che giorno dopo giorno erano arrivati a sembrarle la normalità. Al suo rientro ha dovuto fare i conti con altri codici e con la propria apparente scomparsa dall'orizzonte del desiderio dell'altro sesso, ma quel piccolo choc culturale le ha permesso anche di realizzare quanto debba essere terribile sentire di esistere nella misura in cui un altro ti posa gli occhi addosso.

Iaia Caputo nel suo saggio Le donne non invecchiano mai rivelò di aver capito di star invecchiando quando, entrando in una stanza con tante persone di ambo i sessi, si rese conto che nessun uomo aveva guardato nella sua direzione con un interesse anche solo vagamente sessuale. Percepì di colpo il baratro dell'inesistenza sociale determinato proprio da quello contro cui, femminista e culturalmente iperstrutturata, aveva combattuto tutta la vita: l'idea che una donna esista solo se esiste per un uomo.

Nel passo delle parigine non c'è traccia di questo dubbio. Mentre sfiorando la terra con i piedi infilati dentro le ballerine capisci con assoluta certezza che nessuna di loro in Francia ha mai avuto bisogno di essere guardata con desiderio per sapere di esserci.

Questa è la prefazione che ho scritto alla Carta dei diritti del Lettore che verrà presentata al salone del libro di Torino giovedì 12 maggio alle 18 nello spazio Terra Madre.

progres2Attenti.
Quello che state pensando vi si legge in faccia.
In un momento in cui gli operai della Fiat perdono il diritto di fare una pausa dalla catena di montaggio, in cui essere stranieri lascia senza dignità davanti alle esigenze più elementari, in cui alle donne vengono progressivamente sottratte le conquiste paritarie ottenute in anni di lotte civili e in cui i giovani perdono il diritto a sperare in un futuro, non sembra affatto una priorità chiedere il riconoscimento di una Carta dei Diritti del Lettore.  
Lo conosco questo pensiero, e so di cosa è figlio.
Discende dalla constatazione che in Italia leggere è l’hobby di chi ha già fatto tutte le altre cose importanti, quelle che contano davvero per la vita. I lettori sono gente che ha già pagato le rate, tutti quelli che si possono permettere di sprecare il proprio tempo in qualcosa che non fa guadagnare denaro. In fondo, sono dei privilegiati. Magari pure intellettuali, una parola che ha smesso da tempo di evocare rispetto agli occhi dei più. Partendo da questa convinzione, chi può considerare prioritario difendere il diritto di una comunità di hobbisti, peraltro non molto nutrita rispetto ad altri paesi europei?
C’è prima tutto il resto, poi se avanza tempo verranno anche i diritti del lettore.

Non offendetevi, ma se pensate questo siete come cantine, mansarde, piccole case basse di soffitto.  
Lo dico da lettrice, ma pure da cittadina.
Chi pensa che leggere, e leggere a precise condizioni di garanzia, libertà e accesso ai testi, sia un diritto minore rispetto a quello di curarsi, studiare, lavorare, riposarsi o migrare, non ha capito una verità elementare del nostro stare insieme come persone civili.
Quella verità – nota ad ogni lettore - insegna che noi abbiamo più di un domicilio a questo mondo. Non abitiamo solo questo paese, questa terra e questa cultura, non siamo cittadini solo di uno stato.
Noi tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, anche quelli che non leggono (forse soprattutto loro) abitiamo anche le storie di noi stessi che ci vengono narrate.

E’ in base a quelle storie che immaginiamo il mondo che siamo chiamati a costruire, con le sue pause, i suoi lavori, le sue cure, le sue migrazioni e anche i suoi diritti. Che ci piaccia o meno, siamo tutti figli di una narrazione, di una storia letta o sentita raccontare, anche quando non sappiamo più ricordare dove e da chi. Se ci sembra di essere personaggi in cerca di autore è perché stiamo dentro una trama che ci consente certi movimenti, ma ce ne nega molti altri; e più la trama è povera e banale, meno riusciamo a fare la differenza sulla storia complessiva di cui siamo parte insieme agli altri.
Rivendicare un diritto alla lettura significa allora rivendicare il diritto di pensarsi qui come fosse altrove, di immaginarsi altro per poter davvero restare sé stessi, di chiedere alternative al mondo che abbiamo e di legittimare la diversità di narrazione, qualunque narrazione, come ulteriore possibilità per crescerci dentro.
Se ci fossero più lettori, e lettori con più garanzie di accesso alla lettura, questo sarebbe già un paese migliore, perché abitato da un numero maggiore di persone in grado di sovvertirne i limiti e fare la differenza. Ogni lettore è un cittadino consapevole, critico, uno che davanti a ogni narrazione di sé limitata, avvilente o falsa è in grado di organizzare un controcanto, opponendo alla realtà impoverita che vogliono imporgli la forza sovversiva di tutte le narrazioni che da lettore ha abitato, diventandone cittadino e rimanendo allo stesso tempo migrante.
Lottare per il diritto dei lettori significa lottare per un paese che può cambiare la sua storia.
Dietro a questo diritto stanno tutti gli altri, perché questo è un diritto alla consapevolezza. Senza quella non esistono garanzie di nulla per nessuno, perché di tutti i diritti che pensiamo di avere, gli unici che in realtà possediamo sono quelli che siamo in grado di difendere.

circa 1 ora fa ahi si ti pigu, ahi ahi si ti pigu... #sardiniaconnection
circa 13 ore fa http://t.co/Na8GB979 (Sui rimpianti in punto di morte, in Inghilterra e anche in Italia. Traduzione approssimativa.)
circa 19 ore fa @FrancescoAbate @insopportabile Fill'e anima. Voleva dire fill'e anima.
circa 20 ore fa @alepallo @MelogNicoletti Mellon amin, sei un provocatore nato.
circa 20 ore fa A chi non vorrebbe mai che suo figlio vedesse bambini handicappati. http://t.co/gcOzsQsr @MelogNicoletti
circa 1 giorno fa @paolaturci "Il sud di Marcello Murru attraversa il cuore e lascia tracce calde. Lo vorrei a Gavoi." :*
circa 1 giorno fa Biancaneve e altre brutte storie di donne (al cinema e non). @LaLipperini http://t.co/QYitJT9y
circa 1 giorno fa http://t.co/lI3UyEqq Farsi del bene con Marcello Murru è un ottimo antidoto al freddo. Meraviglioso il suo sud.
circa 1 giorno fa @AntonioBachis Ti chiameranno 5 bravi ragazzi, li mando io. Avranno un'offerta che non potrai rifiutare. Non aggiungo altro.
circa 2 giorni fa Se Obama balla in tv è disinvolto e pop, se lo facesse Monti penseremo che è impazzito. L'American way certe volte va preso con le molle.
circa 2 giorni fa @R_De_Santis Io uno come Pili preferirei parlasse e basta. E' quando comincia a fare che mi preoccupo. L'elenco delle leggi che ha votato!
circa 2 giorni fa @arcanavera Il mio problema è che non mi possopiù nemmeno permettere una battutaccia su FB senza che uno di questi esca di testa. :D
circa 2 giorni fa @arcanavera Io sono senza parole. Non dico più niente, che qui è sparare sulla croce rossa.
circa 2 giorni fa @giuseppepala88 Confesso: stamattina non sto combinando niente, non riesco a smettere di ridere. Adesso esco e mi compro l'Unione sarda.
circa 3 giorni fa Svegliarsi e scoprire di essere protagonista di un combattimento interstellare. http://t.co/XUqhy3ku Grazie, onorevole Mauro Pili!
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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