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bioetica

Sa Filonzana - figura tradizionale del carnevale sardo che rappresenta Atropo, la parca che recide la vita umana
Eluana Englaro.
Ogni giorno ho guardato i tg, letto i giornali, le interviste, gli approfondimenti, le dichiarazioni e le sentenze. Ho comprato perfino il libro di Beppino, per capire. Ma non ho detto mai una parola su Eluana, non sono andata con Ferrara a bottigliare il Duomo, nè ho aderito alle isteriche petizioni qui e per fare di questa vicenda una battaglia ideologica o istituzionale. Adesso che Eluana è all’atto finale della sua vicenda, una riflessione mi si impone. Dal suo punto di vista Beppino Englaro ha fatto la cosa che riteneva giusta. Non lo giudico per questo,  ma sono convinta che l’ambito su cui si può sospendere il giudizio debba finire nel punto esatto in cui il suo dramma diventa paradigma del nostro.
Non mi è sfuggito il dibattito (chiamiamolo così per benevolenza) suscitato dall'ultimo intervento che mons. Betori ha pronunciato come segretario generale della Cei. Uno dei passaggi, e le sconcertanti considerazioni che poi Betori ha aggiunto ai microfoni di Repubblica, riguardava il caso Englaro e la smentita di qualunque posizione di apertura in merito.
Fin qui niente di nuovo, la notizia sarebbe nel contrario.
Ma la parte rilevante è che Betori a Repubblica dichiara per la prima volta in modo esplicito che "l'ultima scelta non spetta al malato", casomai al medico, perché la Chiesa "non riconosce il principio di autodeterminazione".

Queste affermazioni sono interessanti perchè teorizzano una cosa inedita: l'illegittimità sostanziale dell'autodeterminazione. Intendiamoci, non che non ci abbiano mai provato a formulare la negazione della coscienza come spazio ultimo della scelta; ma questo orientamento a considerare in ultima istanza l'uomo come minorenne non è mai divenuto dottrina esplicita. Anzi, è successo proprio il contrario: il catechismo ufficiale, al numero 1778, afferma che "la coscienza è il primo dei vicari di Cristo", sia benedetto in eterno il cardinale John Henry Newman che ispirò quel passaggio.

(scritto per Sorelle d'Italia)
Ho aspettato molto prima di scrivere su questo argomento. 
Sarà perchè sulla 194 mi rendo conto di essere qui dentro una voce marcatamente fuori dal coro, e cantare in controtempo è una performance che si preferirebbe far sostenere a quelli bravi. Per di più sono credente, e anche se non l’ho mai nascosto, quando si parla di aborto spesso questa è stata per gli altri una discriminante decisiva perché le cose che esprimevo venissero lette con il sospetto con cui si guarda il fanatico delirante, nonostante a me piaccia pensare che il fanatismo al mio modo di essere cristiana non sia – almeno consapevolmente - mai appartenuto. Per questo mi sento lontana dalla demenzialità (im)morale binettiana quanto dall’orbita di Alpha Centauri, e in questo discorso mi dispiacerebbe come poche altre volte se la mia fede diventasse chiave di lettura, perché la verità è che c’entra poco.

È come donna che sento stonata la rivendicazione sull’aborto come diritto, la presunzione sull’utero assoluto e qualsiasi gerarchia di importanza tra una vita e l’altra, a meno che non entrino in gioco drammi umanissimi di sopravvivenza fisica: non è in un rapporto di forza o simbiosi parassitaria che penso a una mia ipotetica gravidanza. Sarà che prima di diventare madri si è tutte figlie, e io figlia lo sono stata improvvisa, casuale e quanto mai inopportuna.

Ringrazio tutti per i complimenti ricevuti per il premio Campiello. Tornerò a scrivere sul sito appena mi sarà possibile. Michela

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