Parzialmente nuvoloso

Cabras

5°C

Parzialmente nuvoloso

bioetica

Questa è la prefazione che ho scritto alla Carta dei diritti del Lettore che verrà presentata al salone del libro di Torino giovedì 12 maggio alle 18 nello spazio Terra Madre.

progres2Attenti.
Quello che state pensando vi si legge in faccia.
In un momento in cui gli operai della Fiat perdono il diritto di fare una pausa dalla catena di montaggio, in cui essere stranieri lascia senza dignità davanti alle esigenze più elementari, in cui alle donne vengono progressivamente sottratte le conquiste paritarie ottenute in anni di lotte civili e in cui i giovani perdono il diritto a sperare in un futuro, non sembra affatto una priorità chiedere il riconoscimento di una Carta dei Diritti del Lettore.  
Lo conosco questo pensiero, e so di cosa è figlio.
Discende dalla constatazione che in Italia leggere è l’hobby di chi ha già fatto tutte le altre cose importanti, quelle che contano davvero per la vita. I lettori sono gente che ha già pagato le rate, tutti quelli che si possono permettere di sprecare il proprio tempo in qualcosa che non fa guadagnare denaro. In fondo, sono dei privilegiati. Magari pure intellettuali, una parola che ha smesso da tempo di evocare rispetto agli occhi dei più. Partendo da questa convinzione, chi può considerare prioritario difendere il diritto di una comunità di hobbisti, peraltro non molto nutrita rispetto ad altri paesi europei?
C’è prima tutto il resto, poi se avanza tempo verranno anche i diritti del lettore.

Non offendetevi, ma se pensate questo siete come cantine, mansarde, piccole case basse di soffitto.  
Lo dico da lettrice, ma pure da cittadina.
Chi pensa che leggere, e leggere a precise condizioni di garanzia, libertà e accesso ai testi, sia un diritto minore rispetto a quello di curarsi, studiare, lavorare, riposarsi o migrare, non ha capito una verità elementare del nostro stare insieme come persone civili.
Quella verità – nota ad ogni lettore - insegna che noi abbiamo più di un domicilio a questo mondo. Non abitiamo solo questo paese, questa terra e questa cultura, non siamo cittadini solo di uno stato.
Noi tutti, uomini e donne, vecchi e bambini, anche quelli che non leggono (forse soprattutto loro) abitiamo anche le storie di noi stessi che ci vengono narrate.

E’ in base a quelle storie che immaginiamo il mondo che siamo chiamati a costruire, con le sue pause, i suoi lavori, le sue cure, le sue migrazioni e anche i suoi diritti. Che ci piaccia o meno, siamo tutti figli di una narrazione, di una storia letta o sentita raccontare, anche quando non sappiamo più ricordare dove e da chi. Se ci sembra di essere personaggi in cerca di autore è perché stiamo dentro una trama che ci consente certi movimenti, ma ce ne nega molti altri; e più la trama è povera e banale, meno riusciamo a fare la differenza sulla storia complessiva di cui siamo parte insieme agli altri.
Rivendicare un diritto alla lettura significa allora rivendicare il diritto di pensarsi qui come fosse altrove, di immaginarsi altro per poter davvero restare sé stessi, di chiedere alternative al mondo che abbiamo e di legittimare la diversità di narrazione, qualunque narrazione, come ulteriore possibilità per crescerci dentro.
Se ci fossero più lettori, e lettori con più garanzie di accesso alla lettura, questo sarebbe già un paese migliore, perché abitato da un numero maggiore di persone in grado di sovvertirne i limiti e fare la differenza. Ogni lettore è un cittadino consapevole, critico, uno che davanti a ogni narrazione di sé limitata, avvilente o falsa è in grado di organizzare un controcanto, opponendo alla realtà impoverita che vogliono imporgli la forza sovversiva di tutte le narrazioni che da lettore ha abitato, diventandone cittadino e rimanendo allo stesso tempo migrante.
Lottare per il diritto dei lettori significa lottare per un paese che può cambiare la sua storia.
Dietro a questo diritto stanno tutti gli altri, perché questo è un diritto alla consapevolezza. Senza quella non esistono garanzie di nulla per nessuno, perché di tutti i diritti che pensiamo di avere, gli unici che in realtà possediamo sono quelli che siamo in grado di difendere.

Questa riflessione è la versione integrale dello stralcio uscito su Repubblica il 23 febbraio scorso ed è contenuta nel libro Parola di Donna, l'antologia curata da Ritanna Armeni per le edizioni Ponte delle Grazie. Nelle pagine dell'antologia si incontrano cento donne che hanno detto la loro su cento parole che hanno cambiato non solo il mondo, ma soprattutto gli spazi di mondo per le donne stesse. La riflessione che segue anticipa per temi (ma non per linguaggio) quella che uscirà a maggio in libreria nel mio saggio Ave Mary, così tante volte rimandato che in casa editrice ormai lo hanno ribattezzato "Mary per sempre".

Ho avuto la sfortuna di nascere quando il movimento delle donne non era più raggiungibile dalla mia posizione geo-anagrafica, se mai lo era stato. Negli anni ottanta l’eco delle voci femministe che invocavano rispetto e diritti si era già attenuato, mutando in discorsi complessi dentro stanze al di fuori delle quali lo si sarebbe udito in misura via via sempre minore; la mia generazione intanto cresceva altrove, in un'altra ansa del tempo, attraversando la contraddizione senza riconoscerla. Da un lato beneficiavo di cose ottenute da altre, ma quella mediazione non aveva trasportato il suo senso fino a me. Dall’altro i mostri che erano stati combattuti si erano fatti furbi, e a vent’anni io non avevo ancora gli strumenti per oppormi al travaso della vecchia etica in una nuova estetica. Confusamente capivo che c’era una scelta da fare, ma se non potevo essere più la donna-soggetto degli anni settanta, modello che mi era arrivato distorto e impraticabile, non mi interessava nemmeno essere la donna-oggetto degli anni ottanta, figlia del culto dell’apparire che in quel periodo trovava la sua massima ribalta nella nascente tv commerciale e nella dittatura della moda, mai stata così marcata. Altre donne risolsero la contraddizione facendosi protagoniste della libertà di restare graziosi oggetti. In nome di quella libertà non fu facile discutere la loro scelta; sembrava persino sensato affermarsi mutando in arma quello che fino a quel momento era stato un campo di battaglia degli interessi altrui. A chi come me non sceglieva quella strada restava solo la legittimazione professionale, idealmente vissuta dentro i punitivi tailleur pensati da una moda conservatrice che ci costringeva ad immaginarci competenti solo dentro panni d’uomo. Il modello della mater familias cadde in disuso, tant’è che proprio in quegli anni il tasso di natalità si cristallizzò. Per la prima volta da secoli il numero delle morti superò quello delle nascite, e credo fu proprio in quel momento che la morte sparì da ogni rappresentazione. L’Italia era preda di una crescita economica ubriacante, che imponeva l’equivalenza tra vita e attivismo. Aprirono le palestre, perché il culto dell’efficienza aveva bisogno delle sue chiese. La produttività professionale divenne principio di senso, sfociando in arrivismo. Il benessere smise di essere uno stato dell’anima e divenne una merce acquistabile, la gioventù e la bellezza si scoprirono valori etici e il consumo assurse al rango di scopo finale dell’orgia sociale che fu quel decennio. Quella narrazione di mondo, benché profondamente mortifera, non aveva né poteva avere modelli di rappresentazione per la morte, se non in alcuni filoni di controcultura che morirono nicchie. Il femminismo, se aveva riflettuto di morte, non ce ne aveva lasciato eredità. Restavano solo le collaudatissime traduzioni sociali degli imprinting religiosi del cattolicesimo, per i quali la morte è la conseguenza di una colpa ontologica. Una colpa, a voler essere precisi, tutta della donna.

La storia che ci era stata raccontata sin da piccole era molto chiara in merito, e non faceva sconti: venivamo da un mondo perfetto, eravamo stati creati integri e integre, senza dolore, incapaci di morire e privi di ogni urgenza, in uno stato di benedizione perenne. Non importava il motivo per cui le condizioni erano cambiate, in fondo a chi mai è importato il perché la donna cadde in tentazione e vi indusse l’uomo? Contava solo che da quel momento la morte era entrata far parte del creato, insieme al sudore della fronte e alle doglie del parto. Ci insegnarono che Eva, l’unico nome che bestemmiare è stato sempre veniale, significa sì madre dei viventi, ma anche e soprattutto madre dei morenti, principio imperfetto di una nuova generazione costretta per colpa sua a misurarsi con lo sconosciuto concetto di limite. In quel racconto non c’era solo la cosmogonia con cui siamo stati da sempre spiegati e spiegate, almeno da questa parte di mondo. Per la donna c’era anche un’esplicita condanna a vita, alla vita, quella altrui a costo della propria, in una riproduzione compulsiva senza risparmio né possibilità di scelta. È stato così per secoli, finché le lotte femministe non hanno fatto a pezzi l’icona della donna fattrice. Gli anni ottanta tradussero questo risultato civile in una rinuncia alla riproduzione tout court, perché la manutenzione ossessiva di sé sembrava già più che sufficiente. Non fu un caso se in quegli anni la chirurgia estetica fece capolino nell’immaginario e ci restò.

Il debito ancestrale femminile non si può tuttavia eludere così. Aver stabilito che il dare la vita è una scelta e non un obbligo non cancella la colpa: la donna che non dà la vita resta in ogni caso un’addetta obbligata ai suoi aspetti problematici, quelli che più strettamente confinano con la morte: la malattia, la vecchiaia, la fatica e il dolore. È la natura femminile prendersi cura, dice la vulgata dell’unico paese d’Europa dove la donna è un ammortizzatore sociale; ma è solo un altro modo per ribadire che i difetti della vita sono i confini stessi della nostra colpa ontologica, l’unica che non sarà dimenticata in una civiltà che dell’oblio di sé ha saputo far cultura. Se dunque non vogliamo dare acriticamente la vita, occuparci del suo limite non solo è oblazione dovuta, ma va vissuta con l’aggravante paradosso di “non poter morire” a nostra volta, giacché non ci è permesso consumarci con dignità mostrando il nostro tempo. Non possiamo neanche invecchiare. Per questo di una donna che non nasconde i suoi anni si dice che sia “poco curata”, rivelando come la “cura” in un mondo come il nostro non sia altro che la negazione del limite. L’uomo, il maschio, muore e lo sa; lo ha imparato da secoli di narrazioni che lo vogliono laicamente eroe, o religiosamente martire. La sua morte è bella da vedere e da raccontare, è un luogo immaginario vivibile, perché tutti abitiamo i racconti che di noi stessi ci sono stati fatti. Ma per la donna la morte non è un luogo vivibile in prima persona, perché è ancora lo spazio della cura di qualcun altro. Nessuno ci ha raccontato che moriremo, ma solo che vedremo morire tutti. Dalla madre del crocifisso all’ultima delle vedove algerine, l’unica morte frequentabile è quella altrui, ai cui piedi piangere dolorose. Dopo aver lottato per non farci obbligare alla vita, la prossima battaglia sarà riprenderci la morte, la nostra.

Sa Filonzana - figura tradizionale del carnevale sardo che rappresenta Atropo, la parca che recide la vita umana
Eluana Englaro.
Ogni giorno ho guardato i tg, letto i giornali, le interviste, gli approfondimenti, le dichiarazioni e le sentenze. Ho comprato perfino il libro di Beppino, per capire. Ma non ho detto mai una parola su Eluana, non sono andata con Ferrara a bottigliare il Duomo, nè ho aderito alle isteriche petizioni qui e per fare di questa vicenda una battaglia ideologica o istituzionale. Adesso che Eluana è all’atto finale della sua vicenda, una riflessione mi si impone. Dal suo punto di vista Beppino Englaro ha fatto la cosa che riteneva giusta. Non lo giudico per questo,  ma sono convinta che l’ambito su cui si può sospendere il giudizio debba finire nel punto esatto in cui il suo dramma diventa paradigma del nostro.
Non mi è sfuggito il dibattito (chiamiamolo così per benevolenza) suscitato dall'ultimo intervento che mons. Betori ha pronunciato come segretario generale della Cei. Uno dei passaggi, e le sconcertanti considerazioni che poi Betori ha aggiunto ai microfoni di Repubblica, riguardava il caso Englaro e la smentita di qualunque posizione di apertura in merito.
Fin qui niente di nuovo, la notizia sarebbe nel contrario.
Ma la parte rilevante è che Betori a Repubblica dichiara per la prima volta in modo esplicito che "l'ultima scelta non spetta al malato", casomai al medico, perché la Chiesa "non riconosce il principio di autodeterminazione".

Queste affermazioni sono interessanti perchè teorizzano una cosa inedita: l'illegittimità sostanziale dell'autodeterminazione. Intendiamoci, non che non ci abbiano mai provato a formulare la negazione della coscienza come spazio ultimo della scelta; ma questo orientamento a considerare in ultima istanza l'uomo come minorenne non è mai divenuto dottrina esplicita. Anzi, è successo proprio il contrario: il catechismo ufficiale, al numero 1778, afferma che "la coscienza è il primo dei vicari di Cristo", sia benedetto in eterno il cardinale John Henry Newman che ispirò quel passaggio.

(scritto per Sorelle d'Italia)
Ho aspettato molto prima di scrivere su questo argomento. 
Sarà perchè sulla 194 mi rendo conto di essere qui dentro una voce marcatamente fuori dal coro, e cantare in controtempo è una performance che si preferirebbe far sostenere a quelli bravi. Per di più sono credente, e anche se non l’ho mai nascosto, quando si parla di aborto spesso questa è stata per gli altri una discriminante decisiva perché le cose che esprimevo venissero lette con il sospetto con cui si guarda il fanatico delirante, nonostante a me piaccia pensare che il fanatismo al mio modo di essere cristiana non sia – almeno consapevolmente - mai appartenuto. Per questo mi sento lontana dalla demenzialità (im)morale binettiana quanto dall’orbita di Alpha Centauri, e in questo discorso mi dispiacerebbe come poche altre volte se la mia fede diventasse chiave di lettura, perché la verità è che c’entra poco.

È come donna che sento stonata la rivendicazione sull’aborto come diritto, la presunzione sull’utero assoluto e qualsiasi gerarchia di importanza tra una vita e l’altra, a meno che non entrino in gioco drammi umanissimi di sopravvivenza fisica: non è in un rapporto di forza o simbiosi parassitaria che penso a una mia ipotetica gravidanza. Sarà che prima di diventare madri si è tutte figlie, e io figlia lo sono stata improvvisa, casuale e quanto mai inopportuna.

Twitter non risponde in questo momento
Twit twit... ops! Qualcosa è andato storto, prova più tardi!
1 Jan 1970
1 Jan 1970
Crea Blog Gratis

"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

Per ricevere via email le news scrivi il tuo indirizzo: