Questa riflessione è la versione integrale dello stralcio uscito su Repubblica il 23 febbraio scorso ed è contenuta nel libro Parola di Donna, l'antologia curata da Ritanna Armeni per le edizioni Ponte delle Grazie. Nelle pagine dell'antologia si incontrano cento donne che hanno detto la loro su cento parole che hanno cambiato non solo il mondo, ma soprattutto gli spazi di mondo per le donne stesse. La riflessione che segue anticipa per temi (ma non per linguaggio) quella che uscirà a maggio in libreria nel mio saggio Ave Mary, così tante volte rimandato che in casa editrice ormai lo hanno ribattezzato "Mary per sempre".

Ho avuto la sfortuna di nascere quando il movimento delle donne non era più raggiungibile dalla mia posizione geo-anagrafica, se mai lo era stato. Negli anni ottanta l’eco delle voci femministe che invocavano rispetto e diritti si era già attenuato, mutando in discorsi complessi dentro stanze al di fuori delle quali lo si sarebbe udito in misura via via sempre minore; la mia generazione intanto cresceva altrove, in un'altra ansa del tempo, attraversando la contraddizione senza riconoscerla. Da un lato beneficiavo di cose ottenute da altre, ma quella mediazione non aveva trasportato il suo senso fino a me. Dall’altro i mostri che erano stati combattuti si erano fatti furbi, e a vent’anni io non avevo ancora gli strumenti per oppormi al travaso della vecchia etica in una nuova estetica. Confusamente capivo che c’era una scelta da fare, ma se non potevo essere più la donna-soggetto degli anni settanta, modello che mi era arrivato distorto e impraticabile, non mi interessava nemmeno essere la donna-oggetto degli anni ottanta, figlia del culto dell’apparire che in quel periodo trovava la sua massima ribalta nella nascente tv commerciale e nella dittatura della moda, mai stata così marcata. Altre donne risolsero la contraddizione facendosi protagoniste della libertà di restare graziosi oggetti. In nome di quella libertà non fu facile discutere la loro scelta; sembrava persino sensato affermarsi mutando in arma quello che fino a quel momento era stato un campo di battaglia degli interessi altrui. A chi come me non sceglieva quella strada restava solo la legittimazione professionale, idealmente vissuta dentro i punitivi tailleur pensati da una moda conservatrice che ci costringeva ad immaginarci competenti solo dentro panni d’uomo. Il modello della mater familias cadde in disuso, tant’è che proprio in quegli anni il tasso di natalità si cristallizzò. Per la prima volta da secoli il numero delle morti superò quello delle nascite, e credo fu proprio in quel momento che la morte sparì da ogni rappresentazione. L’Italia era preda di una crescita economica ubriacante, che imponeva l’equivalenza tra vita e attivismo. Aprirono le palestre, perché il culto dell’efficienza aveva bisogno delle sue chiese. La produttività professionale divenne principio di senso, sfociando in arrivismo. Il benessere smise di essere uno stato dell’anima e divenne una merce acquistabile, la gioventù e la bellezza si scoprirono valori etici e il consumo assurse al rango di scopo finale dell’orgia sociale che fu quel decennio. Quella narrazione di mondo, benché profondamente mortifera, non aveva né poteva avere modelli di rappresentazione per la morte, se non in alcuni filoni di controcultura che morirono nicchie. Il femminismo, se aveva riflettuto di morte, non ce ne aveva lasciato eredità. Restavano solo le collaudatissime traduzioni sociali degli imprinting religiosi del cattolicesimo, per i quali la morte è la conseguenza di una colpa ontologica. Una colpa, a voler essere precisi, tutta della donna.

La storia che ci era stata raccontata sin da piccole era molto chiara in merito, e non faceva sconti: venivamo da un mondo perfetto, eravamo stati creati integri e integre, senza dolore, incapaci di morire e privi di ogni urgenza, in uno stato di benedizione perenne. Non importava il motivo per cui le condizioni erano cambiate, in fondo a chi mai è importato il perché la donna cadde in tentazione e vi indusse l’uomo? Contava solo che da quel momento la morte era entrata far parte del creato, insieme al sudore della fronte e alle doglie del parto. Ci insegnarono che Eva, l’unico nome che bestemmiare è stato sempre veniale, significa sì madre dei viventi, ma anche e soprattutto madre dei morenti, principio imperfetto di una nuova generazione costretta per colpa sua a misurarsi con lo sconosciuto concetto di limite. In quel racconto non c’era solo la cosmogonia con cui siamo stati da sempre spiegati e spiegate, almeno da questa parte di mondo. Per la donna c’era anche un’esplicita condanna a vita, alla vita, quella altrui a costo della propria, in una riproduzione compulsiva senza risparmio né possibilità di scelta. È stato così per secoli, finché le lotte femministe non hanno fatto a pezzi l’icona della donna fattrice. Gli anni ottanta tradussero questo risultato civile in una rinuncia alla riproduzione tout court, perché la manutenzione ossessiva di sé sembrava già più che sufficiente. Non fu un caso se in quegli anni la chirurgia estetica fece capolino nell’immaginario e ci restò.

Il debito ancestrale femminile non si può tuttavia eludere così. Aver stabilito che il dare la vita è una scelta e non un obbligo non cancella la colpa: la donna che non dà la vita resta in ogni caso un’addetta obbligata ai suoi aspetti problematici, quelli che più strettamente confinano con la morte: la malattia, la vecchiaia, la fatica e il dolore. È la natura femminile prendersi cura, dice la vulgata dell’unico paese d’Europa dove la donna è un ammortizzatore sociale; ma è solo un altro modo per ribadire che i difetti della vita sono i confini stessi della nostra colpa ontologica, l’unica che non sarà dimenticata in una civiltà che dell’oblio di sé ha saputo far cultura. Se dunque non vogliamo dare acriticamente la vita, occuparci del suo limite non solo è oblazione dovuta, ma va vissuta con l’aggravante paradosso di “non poter morire” a nostra volta, giacché non ci è permesso consumarci con dignità mostrando il nostro tempo. Non possiamo neanche invecchiare. Per questo di una donna che non nasconde i suoi anni si dice che sia “poco curata”, rivelando come la “cura” in un mondo come il nostro non sia altro che la negazione del limite. L’uomo, il maschio, muore e lo sa; lo ha imparato da secoli di narrazioni che lo vogliono laicamente eroe, o religiosamente martire. La sua morte è bella da vedere e da raccontare, è un luogo immaginario vivibile, perché tutti abitiamo i racconti che di noi stessi ci sono stati fatti. Ma per la donna la morte non è un luogo vivibile in prima persona, perché è ancora lo spazio della cura di qualcun altro. Nessuno ci ha raccontato che moriremo, ma solo che vedremo morire tutti. Dalla madre del crocifisso all’ultima delle vedove algerine, l’unica morte frequentabile è quella altrui, ai cui piedi piangere dolorose. Dopo aver lottato per non farci obbligare alla vita, la prossima battaglia sarà riprenderci la morte, la nostra.

Commenti  

 
#1 Nicola Larosa 2011-02-28 16:31
Chiaro, illuminante e pienamente condivisibile. Grazie.
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#2 rosanna 2011-03-08 11:18
Ho Scoperto Michela Murgia da poco , è e sarà INDIMENTICABILE .

è una di quelle dee anima vita e morte , cosi importanti per me , che lascio scritto questo pensiero solo per ringraziare di quanto e come l' arricchimento che mi ha dato l'essere autentico di questa lettrice delle cose della vita e della morte , di tutto quanto ci hanno rubato dalla vita e quindi anche la morte , cosi lettrice di queste tracce da saperne esserne cosi potente scrittrice .

mi sta dando tanto conoscerti Michela, ovviamente connoscerti leggendoti per il piu ampio conoscere ed essere coscienti nel profondo ..

nell'attesa di leggere la tua " Mary per sempre " :-), mando i miei piu auguri per questo 8 marzo a te, alle donne e agli uomini che passano da questo web
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#3 FIORANGELA 2011-05-09 13:30
E' molto condivisibile il pensiero che permea l'articolo. Ma non vorrei dimenticare di dire che tra i sommi santi della Chiesa Romana si annoverano proprio delle donne. E che donne!!!!, e quante!!!!!!!!! E che onori ai loro altari. Direi in ogni caso che l'articolo si taglia bene alla donna oggi piu' sottomessa e piu' triste che possa nascere: quella islamica. Si, è un pensiero validissimo oggi per le donne islamiche, uteri a senso unico, interdette dall'essere ciò che sono e quindi omologate coi loro diabolici veli che ne fanno la raffigurazione anticipata della morte. Quindi oggi la morte delle donne è rappresentata a milioni nell'slam e quindi direi di non lamentarci in Occidente. O no?????
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#4 manuel 2011-05-11 08:28
in un certo Islam la donna è la negazione di se stessa e per quanto riguarda la morte ne é protagonista di solito come vittima di lapidazione (e stupro), quindi direi che da lamentarsi ce ne sarebbe...
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#5 eric 2011-12-31 13:16
L'onore post mortem dedicato alle sante non mi pare un segno del superiore rispetto che la Chiesa Romana avrebbe tributato al genere femminile rispetto ad altre religioni, la mia impressione è che si tratti di onori strumentali a figure che in vita spesso hanno anche causato problemi alla dottrina 'ufficiale' ma, essendo effettivamente personaggi di grande spessore, da morte sono tornate utili come 'campioni' della fede (dopo averne ricondotto i lati più imbarazzanti a dimensioni accettabili). L'integralismo di matrice islamica cui si fa riferimento in realtà andrebbe legato al contesto in cui esso si manifesta e valutato come espressione di codici 'tribali': evidenti nei microaggregati sociali e più diluiti nelle metropoli, salvo nel caso degli immigrati i quali riproducono per autodifesa ed emarginazione la mentalità di provenienza esasperata fino alle estreme conseguenze (anche gli emigranti italiani si comportavano così all'estero, e gli eventi di cronaca recente ci mostrano quanto persistenti siano certi condizionamenti). La donna cristiana viene messa sugli altari dopo avergliene fatte passare di tutti i colori e con la motivazione che 'ha sopportato tutto senza un gemito', insomma perché non si è permessa di mettere in discussione il proprio destino ma, anzi, ha ringraziato per esso. Una che in sintesi 'porge sempre l'altra guancia', mentre altrove si trovano parecchi esempi, letterari e non, di donne capaci di ribellarsi al fato beffando l'uomo non solo col fascino ma anche con l'astuzia e talora perfino la violenza - a tal proposito le nostre 'fiabe italiane' sono zeppe di edificanti assassine! - Presso l'Islam stesso esse sono custodi rispettate di storie e memorie e pur ufficialmente sottomesse all'uomo ne viene non di rado evidenziata l'implicita indipendenza e, perché no?, superiorità intellettuale. La donna cristiana può essere intelligente, colta, ardita, forte ma alla fine il motivo per cui viene esaltata è sempre lo stesso: ella ha donato la vita per difendere i Valori, oppure si è consacrata a quei valori stessi, spesso incarnati dalla FAMIGLIA, orizzonte ultimo e invalicabile. E' un controllo subliminale che prescinde dalla situazione contingente: anche in assenza di restrizioni sociali esplicite esso continua a lavorare, a suggerire sottovoce a uomini e donne quale sia il loro compito NATURALE, e risvegliando un congenito e destabilizzante senso di colpa qualora le proprie ambizioni individuali portassero in altre direzioni.
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#6 Esenonoraquando 2012-02-28 19:17
Ciao Michela. Sono Elena di Pisa e, dacche' ho visto il video di Altre Madri (grazie a Sarah, amica tua, o conoscente non so bene) seguo quello che pubblichi (nelle librerie) e ogni tanto i tuoi articoli qui.
Questo sulla nostra morte e sulla cura autentica delle nostre vite l'ho letto gia' una volta e ora ritorno perche', visitando un museo aperto, oggi, a Pisa, un museo sempre vuoto ma che ho scoperto ricco e capace di donare forti suggestioni, mi sono segnata qualche nome per ricordare di cercare poi le immagini .. Uno e' quello di un pittore che ritrae Maria piangente e il figlio morto; lei ha uno sguardo penetrante che ne fa il centro della tavola (a me e' sembrato cosi') e' vecchia, ha i capelli bianchi sotto il velo e le rughe di una donna vecchia.
Questo e' il solo lavoro suo che trovo in internet art.findartinfo.com/images/artwork/2006/8/a000925027-001.jpg con la deposizione per tema; qui sono tutti vecchi, quindi forse non fa alcuna differenza che lo sia anche lei. Pero' davvero, l'altro dipinto, dopo aver letto Ave May e vivendo oggi, qui dove viviamo, da' una bella sensazione.

Le tante Madonne rinascmentali che ho incontrato avevano poi (qualche volta) i capelli sciolti dal velo, e le vesti sgargianti o punteggiate d fiori come le dame del tempo.

Il Museo si chiama San Matteo, e' lungo l'Arno, non fuori delle mura cittadine.
Con stima, buon lavoro!
Elena d'Amore
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#7 Esenonoraquando 2012-02-28 19:33
Ah, ecco: l'opera s'intitola CRISTO IN PIETA' TRA SANTA CATERINA D'ALESSANDRIA E SANTA LUCIA, SAN GEGORIO MAGNO E SANTA MARIA MADDALENA, SANTA MARGHERITA D'ANTIOCHIA E SANT'AGOSTINO

Google ne da' un'anteprima, dal sito di una fondazione bolognese, ma e' in bianco e nero, credo poco nitida e non sono riuscita ad aprirla.
Ciao.
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#8 Maria 2012-03-25 15:35
Qualcuno ha avuto modo (purtroppo) di sentire l'affermazione di Giletti nel suo programma l'Arena. C'era l'intervista in esterna ai genitori del povero Luca Rosi, ennesima vittima di brutali delinquenti nella propri casa a Perugia.Ebbene il signor Giletti ha chiesto, come domanda finale alla sorella di Luca, se la ragazza di Luca si sentiva in COLPA per quanto accaduto :eek: ...... sono sconcertata.
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