
(scritto per Sorelle d'Italia)
Ho aspettato molto prima di scrivere su questo argomento.
Sarà perchè sulla 194 mi rendo conto di essere qui dentro una voce marcatamente fuori dal coro, e cantare in controtempo è una performance che si preferirebbe far sostenere a quelli bravi. Per di più sono credente, e anche se non l’ho mai nascosto, quando si parla di aborto spesso questa è stata per gli altri una discriminante decisiva perché le cose che esprimevo venissero lette con il sospetto con cui si guarda il fanatico delirante, nonostante a me piaccia pensare che il fanatismo al mio modo di essere cristiana non sia – almeno consapevolmente - mai appartenuto. Per questo mi sento lontana dalla demenzialità (im)morale binettiana quanto dall’orbita di Alpha Centauri, e in questo discorso mi dispiacerebbe come poche altre volte se la mia fede diventasse chiave di lettura, perché la verità è che c’entra poco.
È come donna che sento stonata la rivendicazione sull’aborto come diritto, la presunzione sull’utero assoluto e qualsiasi gerarchia di importanza tra una vita e l’altra, a meno che non entrino in gioco drammi umanissimi di sopravvivenza fisica: non è in un rapporto di forza o simbiosi parassitaria che penso a una mia ipotetica gravidanza. Sarà che prima di diventare madri si è tutte figlie, e io figlia lo sono stata improvvisa, casuale e quanto mai inopportuna.
Se la mia giovane e non sposata madre mi avesse abortita, chi si sarebbe meravigliato? Noi “bambini per sbaglio” in fondo nasciamo già morti, perché nessun desiderio ci ha generati, ed abbiamo il dovere di dimostrare ogni giorno che valeva la pena, che valevo la pena, a rischio di quell’aborto da vivi che sono gli occhi freddi di tua madre, con dentro la domanda che non vorresti mai far vedere a tua figlia nei tuoi, perchè raschia dentro.
Ogni gravidanza non voluta è la violenza di un essere vivo contro un altro essere vivo, e l’aborto per molte di noi appare l’ultima possibile difesa. Che poi l’ultima lo sia davvero è un discorso che andrebbe affrontato caso per caso, ma ho sentito in bocca a troppe amiche frasi che cominciavano con “il mio ragazzo non…” e “se mio padre lo sapesse…” per credere pienamente alla dottrina dell’interruzione di gravidanza sempre come scelta libera della donna. Se autodifesa è davvero, lo è il più delle volte verso un contesto percepito come ostile, verso il proprio compagno, o i genitori, gli amici, l’ambiente professionale. Quando la decisione viene presa in un clima come questo, è un mondo intero che abortisce, non una donna e basta. Nel figlio indesiderato si uccide lo spauracchio della propria non conformità (=deformità) sociale, l’ologramma di sè stesse vilipese agli occhi altrui, che avrebbe costi emotivi pesantissimi, oltre che incombenze economiche capaci di ribaltare una vita: dire che queste cose non contano sarebbe da ipocriti, come è da ipocriti non vedere che la necessità di abortire si presenta in misura inversamente proporzionale alla posizione sociale della donna. Fino a quando una di noi che resta incinta continuerà a rischiare il licenziamento o il declassamento professionale, l’abbandono, la dipendenza economica da un uomo o dalla famiglia e il giudizio morale senza potersi permettere nessuna di queste cose, l’aborto non smetterà di essere letto come necessario, e ospedale o mammana a quel punto è lo stesso. È la lunga sequenza dei diritti negati che porta all’assurdità di rivendicare come diritto la tragedia di sé stesse come madri di figli interrotti.
Per questo motivo gente alla Ferrara e il loro peloso moralismo mi rivoltano sotto tutti gli aspetti: come persona, come credente e come donna intellettualmente onesta. Mi offende il loro silenzio sulla violenza continua fatta all’idea stessa di donna, sull’assenza di una reale possibilità di autodeterminazione e sulla discriminazione che determina certe scelte come obbligate; tutte cose contro le quali sembra non convenga a nessuno invocare moratorie, perché il benaltrismo nazionale ha urgenze elettoralmente più proficue da rivendicare. Agli occhi di questa gente c’è un unico stato interessante nell’essere donna, il resto non è interesse di nessuno; e guai andar loro a dire che la maggior parte degli aborti ha probabilmente per padre il perbenismo dei loro sterili parti mentali.
Muoia Ferrara e tutti i farisei.
Ma sono morti anche quelle degli aborti, e a chiamarle "diritto", scusatemi sorelle, ma io proprio non ci riesco.
10.02.2012 11:00 -
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Data privata
11.02.2012 18:30 -
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Nurachi - Ananti de sa ziminera
18.02.2012 16:00 -
17:00
Bologna - Assemblea Generale Progres Disterru
19.02.2012 16:00 -
21:00
Bologna - laboratorio di storytelling politico
27.02.2012 21:00 - 28.02.2012
22:00
Torino