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Molti mesi fa ho rilasciato una breve intervista al Corriere della Sera (che però è uscita adesso) a proposito degli stereotipi femminili veicolati nelle fiabe e negli altri atti narrativi rivolti all'infanzia. Ave Mary era uscito da poco e il tema della demistificazione dell'immaginario era caldo anche socialmente, sull'onda lunga di Se non ora quando e del lavoro capillare nelle scuole e sul web di Lorella Zanardo, Loredana Lipperini, Michela Marzano e decine di altre blogger, giornaliste e intellettuali impegnate sul tema. Lo spunto dell'intervista era apparentemente superficiale - l'annuncio dell'uscita di due rivisitazioni cinematografiche su Biancaneve - ma proprio per questo ho risposto volentieri. Esiste un immaginario che diventa doppiamente efficace quando trova scarse resistenze critiche, magari figlie proprio dell'equivoco sulla presunta innocenza del tema. Elena Gianini Belotti ha già dimostrato a sufficienza che il simbolico rivolto all'infanzia non è mai innocente e Biancaneve dell'immaginario infantile è un pilastro evergreen troppo evidente per potersi permettere di ignorarla, specialmente quando esce al cinema con il volto di Kristen Stewart, l'eroina-vittima della saga vampiresca più famosa del mondo: la sua Biancaneve la vedranno milioni di ragazze e ragazzi. L'intervista verteva sulle presunte differenze tra la versione di Lily Collins, molto dolce e tradizionale, e quella dove compare appunto la giovane attrice di Twilight, che obbedisce invece a una sceneggiatura da film d'azione, con una Biancaneve guerriera in armatura e spadone che sembra mandare in frantumi l'immagine passiva e vittimistica proposta dalla fiaba classica. 
Sembra, appunto.

Il trailer in inglese - quello italiano ancora non c'è - mostra una fanciulla pallida e scialba che solo la finzione narrativa potrebbe cercare di venderci come più bella della sua matrigna, una folgorante Charlize Theron. Biancaneve/Stewart però è una combattente agile che, addestrata proprio dal guardiacaccia mandato a strapparle il cuore, affronterà la sua nemica senza per questo rinunciare a vivere anche elementi della trama tradizionale, come la mela, il bacio del principe e il risveglio. Molte delle domande dell'intervista sottintendevano che la Biancaneve guerresca fosse più emancipata rispetto alla fanciulla in crinoline dell'altro film, come se l'introduzione di elementi narrativi associati al maschile - spada, vendetta e battaglia - strappasse la protagonista allo sfondo degli stereotipi disneyani. Alcune domande tendevano poi a ridefinire il ruolo di Biancaneve solo in ordine al suo rapporto con le figure maschili, guardiacaccia e principe, perché le anticipazioni davano ad intendere che la dinamica della salvezza con il primo e dell'innamoramento con il secondo fosse meno passiva e scontata che nella fiaba.

In attesa di vedere se è vero, rimane però l'impressione di una visione parziale che trascura del tutto il fatto che la distruttività della storia di Biancaneve derivi prima di tutto dal rapporto tra i personaggi femminili. Lo schema generale della favola rimane identico: una donna matura, ma comunque molto avvenente, odia un'altra donna perché è più giovane e più bella. Non è un caso che Loredana Lipperini in Non è un paese per vecchie abbia chiamato "sindrome di Grimilde" la declinazione reale di questo meccanismo di trama. Gli uomini nella storia sono interruttori narrativi funzionali (uccidere/salvare) e confermano la logica vittoriosa della maggiore bellezza di Biancaneve: il primo la risparmia e il secondo se ne innamora. Il femminile viene presentato dentro un rapporto antagonista, violento e competitivo sul piano dell'aspetto fisico, che nel trailer del film con la Stewart assume connotazioni magiche e metafisiche ("Beauty is my power"). Proprio questo film, che nelle intenzioni si vorrebbe presentare come più emancipatorio (perché propone un'eroina armata), finisce per radicalizzare lo scontro tra i personaggi femminili, aggiungendo elementi di ulteriore violenza laddove la fiaba originale aveva solo un lieto fine matrimoniale.

Non esiste alcuna coesistenza tra generazioni in questo schema: la vecchia vuole la giovane morta e la giovane per sopravvivere dovrà ammazzare la vecchia. Non ci sono armature nè correttivi al rapporto con il maschile che possano stemperare l'impatto distruttivo di questo messaggio. Le bambine che andranno a vedere il film si troveranno davanti alla narrazione di due donne per cui la bellezza implica potere e di uomini che le proteggeranno e ameranno nella misura in cui questo potere sarà più evidente. Lo specchio delle nostre brame e quello delle nostre trame si incroceranno a quel punto fino a confondersi, ma sempre di noi si sta parlando. In quella narrazione le altre donne, specialmente se più vecchie, appariranno descritte come nemiche maligne che nel migliore dei casi vorranno essere noi e nel peggiore ci vorranno morte. Poi si esce dal cinema e ovviamente alle bambine si può sempre dire che tanto è una fiaba. Davanti alle protagoniste dell'accanimento anagrafico da chirurgia plastica che sfilano in tv e sui giornali sarà però più complicato convincere anche noi stesse che la verità sia davvero quella.

(Questo pezzo, più o meno così, è uscito il 12 dicembre 2011 su Repubblica)

Una ragazzina torinese ha detto di essere stata violentata da due rom. La fiaccolata a suo sostegno però è finita in rogo ieri sera, con un campo nomadi bruciato alla periferia di Torino. Poi la ragazzina ha detto che non era vero niente, che non l'ha stuprata nessuno, tantomeno i rom. Era stata con un ragazzo italiano ed era forse la sua prima volta.
La notizia grossa è quella del pogrom, ennesimo frutto di una cultura dove si cresce imparando a temere il diverso e lo straniero, a prescindere dal fatto che sia colpevole di qualcosa. Immagino che si troverà senza difficoltà qualcuno pronto a dire che se non era vero stavolta lo sarebbe stato comunque la prossima. Il fatto che questa cultura negli ultimi vent'anni sia riuscita a generare sindaci, assessori, presidenti di provincia e di regione, europarlamentari e persino ministri a vario titolo ha aiutato molto a farla passare dal bancone del bar al senso comune. È anche grazie a questo se oggi in Italia c'è chi ha smesso di vergognarsi di essere razzista.

La notizia che invece appare come secondaria è che una ragazzina di sedici anni ha creduto che fosse meno pericoloso e grave per lei dire che era stata violentata da due “stranieri” piuttosto che ammettere di aver fatto l'amore volontariamente con un ragazzo del posto. Non voglio pensare che una ragazza dica una calunnia simile per gioco. È assai più credibile che lo abbia fatto perché avvertiva che se avesse detto la verità, cioè se avesse dichiarato di aver fatto l'amore perché voleva farlo, sarebbe stata percepita e trattata come "colpevole" di qualcosa e sarebbe andata incontro a qualche tipo di sanzione, sociale o familiare, morale o fisica. Del resto sono di questi giorni altri di casi in cui dire "sono io che lo voglio" non conviene.

Qualche articolo ieri riportava l'abitudine della famiglia a farla periodicamente controllare da un ginecologo per verificarne l'illibatezza, un uso tribale che, se confermato, direbbe molte cose sul clima in cui la ragazzina deve aver concepito la sua irresponsabile e protettiva bugia. Ma è marginale. Resta comunque l'immagine di una ragazzina che nell'Italia del 2011 fatica di più ad ammettere di essere stata consenziente che a farsi passare per vittima di stupro indicando il primo colpevole credibile, magari quello la cui etnia è già in sé una sentenza: rom.

Quella ragazza non poteva prevedere che molti nel quartiere avrebbero strumentalizzato la sua falsa condizione di vittima come innesco della loro rabbia e dell'antica voglia razzista di dar fuoco ai campi rom di ogni latitudine. L'incendio dell'accampamento non è in nessun modo colpa sua. Ma è accaduto e i vigili del fuoco si sono trovati davanti non solo le fiamme, ma anche una folla decisa a impedire che l'incendio venisse spento prima di aver bruciato tutto. Qualcuno, solidale con chi ha appiccato il fuoco a prescindere dalle responsabilità nello stupro, mi ha scritto su Facebook che era ora, che gli abitanti del quartiere sono spaventati e che se anche adesso non gli è passata la paura di uscire di casa in mezzo a tutti quegli zingari, almeno la rabbia si è sfogata.

Davanti alla cenere e alle bugie ora si parlerà di razzismo, ed è sacrosanto che avvenga. Ci si chiederà pure cosa sta succedendo nella civile e solidale Torino, ed è giusto che ce lo si chieda. Ma spero che qualcuno si faccia domande anche su quale tipo di italianissima cultura è quello che induce una giovane donna a credere che la condizione di stuprata sia per lei socialmente più vivibile di quella di chi fa l'amore perché lo ha scelto.

Parigi è offensivamente simile alla sua rappresentazione in cartolina. La parte di città dove mi sto muovendo da giorni sembra essersi messa d'accordo per replicare con fedeltà ogni singolo stereotipo che qualunque non francese associa in automatico alla Francia. C'è tutto: baguette, bistrot, croissant e sopra ogni cosa quell'atmosfera retrò da vecchio cinematografo, unita al gusto per le cose vecchie disposte in apparente casualità sui davanzali di certe case dalla facciata di legno. Speri che la città ti risparmi almeno l'organetto e invece giri l'angolo di rue de Seine ed eccolo lì, pronto a spararti Edit Piaf tra i tonfi dei passi della gente che viene via dalla visita a Notre Dame.

Però sono le donne il vero mistero magico di Parigi. Le parigine hanno un modo di camminare talmente caratteristico che ne riconoscerei una ovunque la incontrassi. Non è tanto il movimento, ma il fatto che esprime grazia, assoluta naturalezza, sicurezza di sé e noncuranza insieme. E' il passo libero di chi non ha niente da dimostrare. Mi fanno venire in mentre quello che Antonio Gurrado scrisse due anni fa sul Foglio a proposito di certe studentesse inglesi che avevano fatto un calendario nude, commentando che le inglesi sembrano vestite anche quando si spogliano, a differenza delle francesi che camminano come se fossero nude qualunque cosa indossino. In qualche modo riconosco che questo paradosso è vero, almeno per quanto riguarda le francesi.

Ieri sera ero a cena con la mia amica Martine e gliel'ho fatto notare. Mi ha risposto che ad essere diversa non è la donna, ma lo sguardo dell'uomo francese. La serata era piovosa e un po' fredda, ma l'esterno del bistrot era riscaldato dalle lampade a infrarossi e quindi siamo rimaste a parlarne per un po'. Lei, che ha sposato un italiano e ci vive da anni per buona parte del suo tempo, è in grado di fare un confronto che a me sfugge.

Dopo qualche anno passato in Italia, Martine mi ha detto che quando è tornata in Francia in un primo momento si è sentita invisibile: nessun uomo la gratificava di uno sguardo e qualunque cosa indossasse nessuno sembrava farci caso. Bella e straniera, a Roma aveva vissuto continuamente sotto sguardi maschili molto invasivi che giorno dopo giorno erano arrivati a sembrarle la normalità. Al suo rientro ha dovuto fare i conti con altri codici e con la propria apparente scomparsa dall'orizzonte del desiderio dell'altro sesso, ma quel piccolo choc culturale le ha permesso anche di realizzare quanto debba essere terribile sentire di esistere nella misura in cui un altro ti posa gli occhi addosso.

Iaia Caputo nel suo saggio Le donne non invecchiano mai rivelò di aver capito di star invecchiando quando, entrando in una stanza con tante persone di ambo i sessi, si rese conto che nessun uomo aveva guardato nella sua direzione con un interesse anche solo vagamente sessuale. Percepì di colpo il baratro dell'inesistenza sociale determinato proprio da quello contro cui, femminista e culturalmente iperstrutturata, aveva combattuto tutta la vita: l'idea che una donna esista solo se esiste per un uomo.

Nel passo delle parigine non c'è traccia di questo dubbio. Mentre sfiorando la terra con i piedi infilati dentro le ballerine capisci con assoluta certezza che nessuna di loro in Francia ha mai avuto bisogno di essere guardata con desiderio per sapere di esserci.

Già si volta pagina, le urgenze sono di nuovo altre (non lo sono sempre?). Ma io Verona piena di donne, di uomini, di ragazze e di studenti, di nonne e nonni, di signore sole e di gruppi di amiche, non me la dimenticherò mai. Grazie all'instancabile Valeria, al cuore accogliente di Patrizia, all'esuberanza di Monia e al rosso lacca della cucina di Maria. Grazie al mio gruppo di studenti al corso di narrazione orale, che si sono messi in gioco con le loro storie prima di prendere gli ombrelli e venire in piazza insieme a dire che noi di storia siamo pronti a scriverne un'altra. Sono andata via felice e grata.

Un po' di foto!

 

 

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Il lancio dei palloncini in piazza Bra, che non ci era stata aperta per manifestare, forse disturbavamo il merchandising Bauli di Verona in Love.

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Questa signora aveva un messaggio per Giuliano Ferrara.

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C'erano le madri, le figlie, ma anche le nipoti: agguerritissime!

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Non so se quest'uomo è uno dei radical chic indicati dalla Gelmini, ma se così fosse, datecene a piazze intere!

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Sul palco molte giovanissime, a dire cosa non vogliamo essere e cosa invece siamo.

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Un discorso breve e incisivo, giusto per sincronizzare le sveglie, e poi via verso la piazza proibita.

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Messaggio minaccioso addosso a vecchietta apparentemente innocua. Vai e falle arrabbiare le donne...

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Mi raccomando - disse l'organizzatrice - prendete strade diverse per arrivare in piazza, non tutti lo stesso ponte. Fate finta di niente!

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Non lasciatevi ingannare dal volto nascosto dalla sciarpa: la timidezza non era in piazza domenica 13, c'era solo un freddo pinguino.

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Un coraggioso sedicenne sale sul palco a dire che no, nemmeno i maschi ci stanno più a passare tutti per potenziali utilizzatori finali.

(Questo pezzo l'ho scritto per La Nuova Sardegna di oggi)

Guai.
Guai a cadere nella tentazione di credere che oggi le donne vadano in piazza contro altre donne. Lo avrete letto su certi giornali, comprensibilmente preoccupati di disinnescare il potenziale mediatico di cento piazze gremite di donne: difficile farle passare per facinorosi spaccavetrine, come si è provato a fare con le proteste studentesche dei mesi scorsi. Lo avrete sentito dire anche da qualche comodo divano televisivo, più o meno in questi termini: “ma come, quarant’anni fa andavate in piazza a gridare che l’utero era vostro, e ora che ci sono donne che dell’utero fanno quel che vogliono voi tornate in piazza a protestare? Volevate l’amore libero e ora fate le moraliste.” A questa gente non bisogna avere paura di rispondere che libertà fa rima con consapevolezza, ed esiste solo quando ci sono le condizioni culturali per esercitarla. Gli schiavi che nell’America del Sud al tempo della guerra di secessione lottavano accanto ai loro padroni non stavano esercitando la libertà di scelta di restare schiavi: stavano vivendo dentro una visione di mondo culturalmente vincolante di cui non erano consapevoli, e infatti gli altri li hanno soprannominati “Zio Tom”.

Siamo veramente libere di scegliere che donne essere, se cresciamo sentendoci dire che essere vistosa è più redditizio che non esserlo, che essere furbe è meglio che preparate e che dove non esiste la meritocrazia l’unico modo per emergere è compiacere il potente? Le donne che scendono in piazza oggi credono che questa non si possa chiamare libertà, e difendono il diritto di tutti, uomini e donne, di vivere in un contesto sociale e culturale dove gli unici modelli di realizzazione non passino per la vendita della propria dignità. La lotta è la stessa di quarant’anni fa, e va fatta anche per quelli che non hanno ancora capito che i mostri che le nostre nonne hanno combattuto sono lì, ancora rozzi, ma più furbi: ora cercano di farci credere che la massima libertà che abbiamo a disposizione sia quella di venderci.

Per questo, anche se non sarete tra quelli che andranno in piazza, la fandonia delle donne perbene contro le donnacce non bevetevela: non è la verità. Oggi si va in piazza perché questo paese ha bisogno di vedere le donne, di vederle sul serio: guardare i loro volti, ascoltare il suono dei loro passi e la complessa pluralità delle loro voci, capaci di convergere in un unico dissenso quando si cerca di ridurle a una rappresentazione strumentale a due dimensioni. Oggi si va in piazza per rivendicare cittadinanza piena nella realtà e nell’immaginario che la genera. Per affermare che vogliamo vivere in un posto dove le donne abbiano lo stesso diritto di lavorare che hanno gli uomini. Per dire che vogliamo smettere di essere considerate ammortizzatori sociali da un governo che taglia gli investimenti ai servizi di base. E per gridare che amiamo la bellezza autentica, che è una cosa molto diversa dall’estetica caricaturale televisiva, creata per compiacere i sogni erotici di uomini che vogliono giocare alle bambole.

I nostri figli e le nostre figlie hanno urgenza di assistere allo spettacolo sano e civile di queste donne, perché altrimenti non avranno alternative davanti all’altro spettacolo, quello in corso da anni, che vede in scena un modello femminile unico che sembra essersi impossessato dei sogni di tutti. Le donne e gli uomini che vanno in piazza oggi sanno che ci sono solo due scelte: o diventiamo capaci di raccontare noi stessi in un’altra storia, oppure siamo tutti Ruby, tutti Noemi, tutti Zio Tom.

circa 1 ora fa ahi si ti pigu, ahi ahi si ti pigu... #sardiniaconnection
circa 13 ore fa http://t.co/Na8GB979 (Sui rimpianti in punto di morte, in Inghilterra e anche in Italia. Traduzione approssimativa.)
circa 19 ore fa @FrancescoAbate @insopportabile Fill'e anima. Voleva dire fill'e anima.
circa 20 ore fa @alepallo @MelogNicoletti Mellon amin, sei un provocatore nato.
circa 20 ore fa A chi non vorrebbe mai che suo figlio vedesse bambini handicappati. http://t.co/gcOzsQsr @MelogNicoletti
circa 1 giorno fa @paolaturci "Il sud di Marcello Murru attraversa il cuore e lascia tracce calde. Lo vorrei a Gavoi." :*
circa 1 giorno fa Biancaneve e altre brutte storie di donne (al cinema e non). @LaLipperini http://t.co/QYitJT9y
circa 1 giorno fa http://t.co/lI3UyEqq Farsi del bene con Marcello Murru è un ottimo antidoto al freddo. Meraviglioso il suo sud.
circa 1 giorno fa @AntonioBachis Ti chiameranno 5 bravi ragazzi, li mando io. Avranno un'offerta che non potrai rifiutare. Non aggiungo altro.
circa 2 giorni fa Se Obama balla in tv è disinvolto e pop, se lo facesse Monti penseremo che è impazzito. L'American way certe volte va preso con le molle.
circa 2 giorni fa @R_De_Santis Io uno come Pili preferirei parlasse e basta. E' quando comincia a fare che mi preoccupo. L'elenco delle leggi che ha votato!
circa 2 giorni fa @arcanavera Il mio problema è che non mi possopiù nemmeno permettere una battutaccia su FB senza che uno di questi esca di testa. :D
circa 2 giorni fa @arcanavera Io sono senza parole. Non dico più niente, che qui è sparare sulla croce rossa.
circa 2 giorni fa @giuseppepala88 Confesso: stamattina non sto combinando niente, non riesco a smettere di ridere. Adesso esco e mi compro l'Unione sarda.
circa 3 giorni fa Svegliarsi e scoprire di essere protagonista di un combattimento interstellare. http://t.co/XUqhy3ku Grazie, onorevole Mauro Pili!
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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