Parzialmente nuvoloso

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Parzialmente nuvoloso

Strani giorni viviamo, se una giornalista brava come Federica Sgaggio può pensare una cosa come questa e non vederci nulla di stonato:

Nesso di causalità
Se nel caso di una violenza sessuale io scrivo nel pezzo che la donna violentata portava una gonna corta, mi sembra che – se effettivamente la portava, è chiaro – di dire semplicemente la verità.
Altra cosa – e mi sembra patente – sarebbe stato se avessi scritto che la donna violentata aveva provocato lo stupratore perché portava la gonna corta.

Poiché credo che nel caso di un incidente stradale nessun giornalista scriverebbe mai "investita donna sulle strisce, portava la gonna corta" - anche se effettivamente la portava, è chiaro -  il fatto di specificarlo dando una notizia di stupro sottintende una correlazione tra i due dati; se non è rilevante portare la gonna corta mentre si viene investite, in questo modo lo diventa se si viene violentate. Non c'è bisogno di esplicitarlo, l'accostamento tra le due informazioni genererà spontaneamente nel lettore l'associazione, e un giornalista lo sa.
Chiunque usa le parole per mestiere lo sa, ma sarebbe bene che lo sapessero anche gli altri.

Invece il più grande mistero del mondo è che la gente ha paura di tutto, tranne che delle parole. Ragni velenosi, sottovalutarne il potere è l'errore più grossolano che possa capitare di fare a una persona che aspiri a rimanere libera, eppure è questo che succede di continuo. Puoi costruirti un bunker per il pericolo atomico, ma non ci sono posti sicuri contro le parole. Non è la stessa cosa scrivere "morto tragicamente" o "ucciso" su una targa commemorativa, ma è difficile che il defunto si alzi a protestare. Non è la stessa cosa scrivere su una etichetta che il prodotto è "al cioccolato" oppure "al gusto di cioccolato", ma non ci sono statistiche su quanti notino davvero la differenza. Se c'è scritto "con il 40% di grassi in meno", chi si chiede "ma in meno di cosa"?
Le persone non sono preparate a difendersi dal potere creativo del linguaggio, e ignorano o sottovalutano la sua potenzialità di generare realtà. O percezioni di realtà, che sul piano dei comportamenti è la stessa cosa.
Per questo chi possiede il potere di creare e diffondere le parole ha il controllo sul mondo: può far passare un'invasione per "guerra preventiva" e far sì che nessuno se ne lamenti; può spacciare una banale influenza per "pandemia" e scatenare insieme panico e business sui vaccini; può definire "ritorno dei capitali" un mero condono fiscale agli evasori, passando per salvatore delle finanze pubbliche; può apostrofare come "i nostri ragazzi" truppe di strapagati militari mandati a far da spalla alle guerre a casa altrui, e farci tenerezza. Oppure può vendere mediaticamente il dissenso politico come "odio sociale".
Ci vuole poco: basta pronunciare da un qualunque medium di massa l'equivalenza dissenso=odio per un numero di volte sufficiente, ed ecco che hai reso il dissenso moralmente riprovevole, quando non addirittura perseguibile per legge, perché se l'espressione del dissenso diventa incitamento all'odio, va da sè che divenga punibile.
Quando succederà, nessuno si aspetti reazioni dai cani di Pavlov.
Tantomeno chi non ha difeso le parole su cui aveva dovere di custodia.

Commenti  

 
#1 dorian 2010-01-06 16:50
E' un discorso vecchio ma fai bene a scriverne, sembra non ancora recepito.
Per pura curiosità, tra una pausa e l'altra, dopo aver letto il tuo post, ho scritto 'rapina' su google news.
Incollo i primi tre titoli che sono venuti fuori.


RAPINA E SEQUESTRO DI PERSONA, ARRESTATO ALBANESE NEL FOGGIANO

FURTI E RAPINA, ARRESTATO A BARI GIOVANE EXTRACOMUNITARIO

Aggredisce, rapina e tenta di uccidere
l'ex fidanzata brasiliana, arrestato

Oooops nel terzo manca l'indicazione che il tipo è italiano, o vicentino. Se è così uno deve poterla scrivere no? Non c'è neppure nel sottotitolo. Strano strano strano (di esempi penso se ne troverebbero a migliaia)
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#2 patrizio 2010-01-06 16:54
Ci sono molte indicazioni in un bel libro: 'Al gusto di cioccolato. Come smascherare i trucchi della manipolazione linguistica', di Matteo Rampin.
Credo che la lettura di un libro del genere aiuterebbe la comprensione di molti articoli.
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#3 Michela Murgia 2010-01-06 16:55
Dori, hai ragione, è un discorso vecchio, ma continuamente mi si ripropongono nuovi effetti della manipolazione del linguaggio; mai come in questo caso repetita juvant.
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#4 dorian 2010-01-06 17:49
@Michi OT ma non troppo, dato che ti spedisco ultimamente troppe email quelle reali te le segnalo: te ne ho appena mandata una su verginità e immacolata concezione
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#5 Giacomo 2010-01-06 18:44
premetto che, ovviamente, sul problema 'manipolazione' sono assolutamente daccordo con Michela e dorian

Ho riletto l'articolo della Sgaggio un paio di volte, e trovo che lei faccia un punto importante: ma dall'altra parte?

a me sta storia ricorda il presepe nelle scuole: la scuola ha anche mussulmani, dunque niente presepe...che occasione sprecata! io farei il presepe, e anche qualcosa che spieghi il ramadan, e anche qualcosa che spieghi hanukkah, e anche il darwin day

il punto della sgaggio dovrebbe vedere un giornalista, che non sia un maschilista o un imbecille, dire: 'la ragazza portava la minigonna, ed ancora oggi esistono animali che vedono una minigonna e stuprano'

cioè, senza niente levare (senza retorica: niente levare) al problema della manipolazione, ma dall'altra parte l'alternativa è il politically correct estremo? non è un po' ignave?
Questo il punto che ho letto nell'articolo della Sgaggio, e lo trovo un punto valido. ma sull'argomento non ho ancora un'opinione definita.

cosa ne pensate?
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#6 federica sgaggio 2010-01-06 22:31
Grazie, Michela, dell'ospitalità, e del fatto che mi definisci brava.

Lo conosco, il potere delle parole. E cerco di custodirlo quanto più posso, sempre. E non saprei contare il numero di post dedicati al tema della manipolazione del linguaggio e dello smascheramento dei 'sotto-sensi'.
Se devo essere sincera, credo che dalla lettura anche veloce del mio blog si possa capire.

Ciò che con quella frase che tu citi - quella sulla gonna - intendevo dire è in effetti scritto già nel post: e cioè che se non ce le riprendiamo, le parole, esse continueranno a significare ciò che vogliono altri.

C'è un modo rispettoso e serio, se si usano le parole come esse consentono, di scrivere in un pezzo (non nel titolo, è ovvio) che una donna è stata violentata E aveva la gonna corta.

Se uso le parole come posso e devo, posso aggiungere un inciso come, che so, 'evidentemente esistono uomini che ritengono legittimo interpretare una gonna corta come una provocazione'.

Nel blog, più sotto, scrivevo anche:

'Se taccio la circostanza della gonna corta, io dò ragione a chi vede la cosa da un punto di vista sessista.
Taccio il dettaglio perché se lo scrivo temo/sono certo di dire implicitamente che quella donna provocava.
E invece il mio compito di giornalista è dire/chiarire/far capire che portare la gonna corta è un diritto di tutte le donne.

È la stessa cosa che sta facendo la sinistra, per capirci.
Accettare e prendere per buono il punto di vista della destra (cioè, per rimanere nell’esempio, accettare che portare la gonna corta sia provocare un maschio) e rinunciare ad esprimere il proprio modo di guardare alla realtà (cioè, per rimanere nell’esempio, affermare con forza che qualunque donna ha il diritto di vestire come vuole senza che questo autorizzi nessuno a violentarla) per paura che il proprio punto di vista non venga compreso.
Ma questo significa lasciare campo libero a Feltri e ai giornalisti che, a destra e a sinistra, interpretano il giornalismo come lui.
Lui scrivendo che il tale era marocchino e bastardo; gli altri omettendo che era marocchino, e omettendolo per paura che qualcuno – al di sotto della parola «marocchino» – possa leggere in trasparenza la parola «bastardo»'.

E' chiaro che non sono obbligata a scrivere della gonna corta, Michela; non l'ho detto.
Ho detto che SE lo scrivo, invece il mio compito di giornalista è dire/chiarire/far capire che portare la gonna corta è un diritto di tutte le donne.

Grazie ancora
Ti saluto con stima
Federica Sgaggio
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#7 Lorenzo Gasparrini 2010-01-07 11:43
Concordo con dorian: non basta mai ripetere queste cose. Dàje Miché, non sei sola.
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#8 Michela Murgia 2010-01-12 23:05
Cara Federica, perdonami il ritardo di replica, sono in giro da giorni con connessioni di fortuna e non ho mai il tempo di stare in rete a sufficienza per un intervento articolato come la risposta che sento necessaria alla tua replica.

Hai ragione a dire che dobbiamo riprenderci le parole, e non farci dettare il vocabolario da chi ha deciso cosa devono significare.
Per questo scrivere 'c'è una gonna corta, ma non significa niente' implica non solo il dare atto al collegamento minigonna-stupro di esistere, ma anche di essere così consistente da meritare smentita nel momento stesso in cui si sta riportando il fatto. Riconoscere che per alcuni la gonna corta è metafora della donna disponibile è farsi dettare il vocabolario molto più che omettere semplicemente il dato.

Il ragionamento però vale anche per la questione della specificazione di provenienza. Se si stabilisce che la provenienza di un delinquente è una notizia, è giusto aspettarsi che sia sempre esplicitata, anche se si tratta di un italiano. Siccome non è questo che accade, non si può pretendere che la dichiarazione selettiva di nazionalità sia una notizia e basta: se sembra importante specificarlo solo quando lo stupratore è rumeno, questo sposta inevitabilmente il cuore della notizia dal sesso dello stupratore (stupra perché è maschio) alla sua nazionalità (stupra perché è rumeno). La coloritura etnica dei gesti criminosi scatena non a caso ritorsioni violente dalla parte lesa verso l'intera comunità di appartenenza dell'aggressore. Per me la specificazione della rumenità dello stupratore ha senso solo in presenza di una percentuale talmente rilevante di stupratori rumeni da ritenere sensato ipotizzare un nesso tra la nazionalità e lo stupro. Ma mi risulta che le statistiche siano drammaticamente dominate da italianissimi padri di famiglia.

Prendere atto che questi nessi di causalità esistano e siano anche cavalcati politicamente non credo equivalga a farsi rubare le parole, ma usarle tenendo conto che hanno delle conseguenze, tanto più se quelle conseguenze non ci piacciono. Lo dico per me stessa, non certo per dare lezioni a te, che stimo e ammiro non da oggi.
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#9 federica sgaggio 2010-01-16 14:09
Io credo di sì, Michela: credo che equivalga a farsi rubare le parole.
Sono io che devo fare il mio dovere dicendo e specificando, argomentando e chiarendo.
L'altra sera, per esempio, è capitato che un collega avesse titolato un pezzo in un modo più o meno simile a questo: «Ragazza violentata, in cella un palestinese».
Ho letto il pezzo (di agenzia) e l'argomento della nazionalità non aveva alcuna rilevanza specifica, nel senso che la violenza non era avvenuta - che so - per ragioni legate alla guerra israelo-palestinese.
Ovviamente, ho cambiato il titolo, che è diventato: «Ragazza violentata, arrestato un ventenne».
Nel pezzo, però, ho lasciato la specificazione del fatto che il ragazzo era palestinese e che la ragazza era albanese.

Quanto al resto, il collegamento gonna corta-stupro esiste, così come esiste un'infinità di altri nessi di senso comune che disapprovo o mi disgustano.
Non sono io che lo creo, però. Io posso solo tenerne conto e contestarlo.

«Se si stabilisce che la provenienza di un delinquente è una notizia, è giusto aspettarsi che sia sempre esplicitata, anche se si tratta di un italiano», scrivi.
Sì, è esattamente così.
Lo scrivevo anche nel post.
Lo so che la maggior parte delle violenze sulle donne, per esempio, avviene in famiglia, per opera di uomini italiani.
E infatti mi do il diritto di scrivere che il tale stupratore è italiano.

Io penso che tener conto delle conseguenze implichi il mio dovere di dire tutto e spiegarlo meglio che posso. Tutto il resto si chiama autocensura o censura.

Ciao, e grazie ancora
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