Mercoledì 06 Gennaio 2010 14:50
Strani giorni viviamo, se una giornalista brava come Federica Sgaggio può pensare
una cosa come questa e non vederci nulla di stonato:
Nesso di causalità
Se nel caso di una violenza sessuale io scrivo nel pezzo che la donna violentata portava una gonna corta, mi sembra che – se effettivamente la portava, è chiaro – di dire semplicemente la verità.
Altra cosa – e mi sembra patente – sarebbe stato se avessi scritto che la donna violentata aveva provocato lo stupratore perché portava la gonna corta.
Poiché credo che nel caso di un incidente stradale nessun giornalista scriverebbe mai "investita donna sulle strisce, portava la gonna corta" - anche se effettivamente la portava, è chiaro - il fatto di specificarlo dando una notizia di stupro sottintende una correlazione tra i due dati; se non è rilevante portare la gonna corta mentre si viene investite, in questo modo lo diventa se si viene violentate. Non c'è bisogno di esplicitarlo, l'accostamento tra le due informazioni genererà spontaneamente nel lettore l'associazione, e un giornalista lo sa.
Chiunque usa le parole per mestiere lo sa, ma sarebbe bene che lo sapessero anche gli altri.
Invece il più grande mistero del mondo è che la gente ha paura di tutto, tranne che delle parole. Ragni velenosi, sottovalutarne il potere è l'errore più grossolano che possa capitare di fare a una persona che aspiri a rimanere libera, eppure è questo che succede di continuo. Puoi costruirti un bunker per il pericolo atomico, ma non ci sono posti sicuri contro le parole. Non è la stessa cosa scrivere "morto tragicamente" o "ucciso" su una
targa commemorativa, ma è difficile che il defunto si alzi a protestare. Non è la stessa cosa scrivere su una etichetta che il prodotto è "al cioccolato" oppure "al gusto di cioccolato", ma non ci sono statistiche su quanti notino davvero la differenza. Se c'è scritto "con il 40% di grassi in meno", chi si chiede "ma in meno di cosa"?
Le persone non sono preparate a difendersi dal potere creativo del linguaggio, e ignorano o sottovalutano la sua potenzialità di generare realtà. O percezioni di realtà, che sul piano dei comportamenti è la stessa cosa.
Per questo chi possiede il potere di creare e diffondere le parole ha il controllo sul mondo: può far passare un'invasione per "guerra preventiva" e far sì che nessuno se ne lamenti; può spacciare una banale influenza per "pandemia" e scatenare insieme panico e business sui vaccini; può definire "ritorno dei capitali" un mero condono fiscale agli evasori, passando per salvatore delle finanze pubbliche; può apostrofare come "i nostri ragazzi" truppe di strapagati militari mandati a far da spalla alle guerre a casa altrui, e farci tenerezza. Oppure può vendere mediaticamente il dissenso politico come "odio sociale".
Ci vuole poco: basta pronunciare da un qualunque medium di massa l'equivalenza dissenso=odio per un numero di volte sufficiente, ed ecco che hai reso il dissenso moralmente riprovevole, quando non addirittura perseguibile per legge, perché se l'espressione del dissenso diventa incitamento all'odio, va da sè che divenga punibile.
Quando succederà, nessuno si aspetti reazioni dai cani di Pavlov.
Tantomeno chi non ha difeso le parole su cui aveva dovere di custodia.
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