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Ieri al Pisa Book Festival, durante la presentazione del libro di Milena Agus La contessa di ricotta, ho lanciato a mo' di provocazione la frase "io non credo nella femminilità della letteratura", ovvero non mi riconosco in chi vuole attribuire un genere alla produzione letteraria, permettendo che si faccia della scrittura delle donne una sottocategoria della letteratura per tutti, implicitamente quella maschile. Questo mi spinge di solito a rifiutare inviti a rassegne di cosiddetta letteratura femminile, a meno che - e qui sta il nodo della questione, che ieri non avevo nè il tempo nè la circostanza per approfondire - non abbiano esplicita connotazione politica, cioè che non abbiano come intento la crescita di una consapevolezza sociale femminile anche attraverso la scrittura delle donne (che mi pare altra cosa dalla scrittura femminile, spesso declinata come letteratura per le donne). Non mi interessano cose come "La notte rosa delle scrittrici", ma vado volentieri a incontri su come la scrittura delle donne può costituire per donne e uomini un veicolo di modelli di genere più sostenibili. Tra ieri e oggi mi sono arrivati molti messaggi privati da parte di persone presenti all'incontro che mi hanno fatto notare di non essere stata abbastanza chiara nel dire come la pensavo, e hanno ragione. Per esplicitare meglio in che modo mi interesso della letteratura delle donne ho pensato di postare il testo (parziale e approssimativo) di una conversazione del maggio scorso dal titolo Matières en écriture che ho tenuto all'università di Parigi 8 con Nadia Setti (che pone le domande) e Michèle Ramond della Società delle Letterate. Spero che almeno nei suoi grassetti spieghi meglio la mia posizione.

 


Quanto sono coscienti le giovani scrittrici dell'esistenza di una 'tradizione' di scrittura delle donne? (Le virgolette servono naturalmente a prevenire le obiezioni di chi non parlerebbe di una tradizione e mi accuserebbe di avere una visione troppo ottimista della situazione delle scrittura delle donne.)

Nel mio caso è stata una coscienza tardiva, strappata alla dimenticanza con le unghie e con i denti. Per anni, pur lettrice forte, non mi sono nemmeno posta nella prospettiva di genere in rapporto alla letteratura, e se me la fossi posta probabilmente mi sarei replicata che la letteratura non ha genere. Quando è uscita la mia prima opera, il reportage tragicomico di un mese di vita in un call center, ho dovuto fare i conti con tre evidenze del contrario, che mi sono apparse spontaneamente e mi hanno costretta alla riflessione.
1)    L’opera è sorta inizialmente come un blog ad autore anonimo, tenuto sotto il nickname di Camilla. Man mano che postavo i pezzi, riscontravo nei commenti sempre la stessa lettura: tutti credevano che l’autore fosse un maschio che si era dato un personaggio femminile. È scritto troppo ferocemente, mi scrivevano. È scritto troppo bene (sic), mi dicevano altri. È lucido e calcolatore, non puoi essere femmina. Ad occhi estranei, per quanto raccontassi una storia esclusivamente femminile, di fatto scrivevo come un uomo, o quantomeno come ci si immagina che un uomo debba scrivere.
2)    Quando pubblicai e venne alla luce che uomo evidentemente non ero, ricordo una ulteriore rivelazione, fattami durante una intervista da un accorto commentatore: pur essendoci praticamente solo personaggi femminili in quel libro, ai due che avevano ruoli di pressione, punizione, controllo o più genericamente di potere nel contesto, avevo dato nomi maschili, associando inconsciamente io stessa al maschio le caratteristiche che avevano condotto i primi commentatori del blog ad attribuirmi sesso maschile.     
3)    La conferma definitiva e la vera e propria presa di coscienza sono venute al momento della trasposizione cinematografica, quando il personaggio femminile che avevo delineato, a detta del regista non si prestava ad essere trasposto tale e quale, perché troppo aggressivo, consapevole, determinato. La sceneggiatura lo ha addolcito, reso ingenuo, più giovane, mutilato fino a farlo corrispondere ad un cliché di vittima indifesa, o con difese prettamente femminili (sensibilità, cultura, relazionalità emotiva). Alcuni episodi sono stati aggiunti per sporcarne l’integrità, per esempio una scena di sesso a mio parere del tutto incongruente con la narrazione, che doveva ridimensionare l’agire troppo “logico” del personaggio.

 

La sequenza di questi fatti mi ha resa molto più sensibile a come la narrazione si prestava a veicolare modelli di genere, e addirittura ad incarnarne. Tutto quello che ho scritto dopo si è mosso, dapprima a tentoni poi via via più chiaramente, nella direzione della trasmissione consapevole. I testi successivi hanno una volontà precisa in questo senso, principalmente Altre Madri, una sorta di manifesto comparso nell’antologia di racconti politici Questo terribile intricato mondo, uscita per Einaudi l’anno scorso. Alla richiesta di scrivere un racconto che sintetizzassee la mia percezione di politica, ho scelto di scrivere un testo a metà tra prosa e poesia che narrasse la valenza politica del passaggio di memoria da donna a donna. Qualche critico ha lamentato che quello non era un racconto. È vero: è il racconto della necessità dei racconti al femminile. A quel testo si affianca Viaggio in Sardegna, che pur essendo una guida narrativa alla Sardegna contiene moltissimi elementi consapevoli di narrazione femminile in chiave politica, spesso espressi contro il falso tipo della matriarca che impera nell’immaginario sulle donne sarde. Considero però Accabadora il mio passo più deciso verso la direzione della narrazione politica al femminile, e non certo perché parla prevalentemente di donne, dato che i modelli deleteri si trasmettono a entrambi i generi.
2. In che posizione ti poni rispetto non solo alle grandi madri della letteratura italiana (Morante, Banti, Ortese, etc), ma anche alla prima' grande generazione di scrittrici italiane che hanno scritto come 'donne' (anche se non necessariamente come femministe): Lagorio, Sanvitale, Maraini, Ramondino, Loy, Cutrufelli, etc.

 

È terribile la mia ignoranza in questo senso, ma sono in piena fase di recupero. Paradossalmente non mi attrae la narrativa, ho bisogno di strumenti più espliciti per elaborare la questione, e per formazione li ho trovati innanzitutto nei testi di teologia femminista di Virginia Ramey Mollenkott e di Elizabeth Schussler Fiorenza, prima di arrivare a quelli di Elena Gianini Belotti, Loredana Lipperini, Nicla Vassallo, Iaia Caputo, oltre che nel percorso condiviso con il collettivo on line Sorelle d’Italia, composto da blogger, scrittrici, giornaliste e pubblicitarie che lavorano sulla comunicazione al femminile da molti punti di vista, e partendo da prospettive spesso diversissime. Internet è uno strumento fondamentale per questo passaggio.


3. Cosa trovano le giovani nelle scrittrici che le hanno precedute? Cosa possono offrire le scrittrici precedenti alle giovani?
In loro io cerco percorsi di riflessione in cui innestare in progressione la mia esperienza, ma sento anche il bisogno di spazi e modi attuali in cui questi percorsi possono essere condivisi. Mi verrebbe da dire provocatoriamente che avrei bisogno di meno autoreferenzialità. A volte è davvero difficile per quelle “nate dopo” – con tutti gli handicap che questo comporta, ma anche con il bagaglio di prospettiva che può venirne - essere accolte in contesti che hanno già lunghi tratti di consapevolezza alle spalle, e che hanno comprensibilmente maturato linguaggi e codici espressivi del tutto propri.

4. Le giovani scrittrici potrebbero farsi (o si fanno gia') mediatrici per le giovani lettrici del discorso sulla soggettivita' femminile cui hanno contributo le scrittrici che ho appena menzionato?

Che potrebbero è indubbio, che lo facciano è invece più che dubbio, anche perché per molto tempo non se ne è semplicemente vista l'utilità. Credo che adesso, in questa particolare congiuntura sociale e culturale, le cose saranno costrette a cambiare: le conseguenze dell'aver considerato certi traguardi come acquisiti una volta per sempre sono sotto lo sguardo di chiunque. Se la scrittura può contribuire a capire meglio cosa sta accadendo - e io credo che possa - quella delle donne lo può fare da una prospettiva più consapevole.

Commenti  

 
#1 dorian 2009-10-13 00:12
Grazie, faccio subito un commento off topic anche se non sono certo che lo sia del tutto. Mi piace molto quando parli di per donne e per uomini. Ho poca esperienza della cosiddetta 'letteratura femminista', anche se ho molte amiche che si definiscono femministe e una scrittrice che si definisce (ed è definita) femminista l'ho avuta come compagna di appartamento in Scozia per qualche settimana.
Il rischio secondo me è di agire senza fondamento (a proposito, una volta ti lanciai la provocazione del fondamento via email, riuscirò mai a strapparti qualche tempo per parlarne?). Mi spiego. Si può parlare delle problematiche di genere in vari modi. Ne intravvedo almeno due, detta molto grossolanamente. Una è: le donne sono massacrate dagli uomini brutti e cattivi, uniamoci, parliamoci tra di noi e lottiamo perché questi stronzi vadano fuori dalle scatole e li distruggeremo. L'ho visto spesso, anche ad un recente convegno dove ho assistito ad una tavola rotonda sul tema.
Un altro modo è:
(1) c'è un problema di genere, perché c'è un discorso dominante su come si debba essere che, una volta diventato normativo, mette in gioco delle problematiche molto più grosse: delle strutture tacite e non contestabili di potere, riprodotte discorsivamente e attraverso pratiche minuziosissime (date per scontate, appunto e perciò autoevidenti e non contestabili); mettono a rischio la possibilità per ciascun essere umano di essere veramente libero (cioè di fondare la propria libertà in un orizzonte di valori che possa essere fondamento anche per la libertà altrui);
(2) queste problematiche le si possono vedere, in modo particolare, sulle questioni di genere e in particolare sulla questione della donna;
(3) parliamo della questione della donna per:
(3a) risolverla;
(3b) riportarla al suo nocciolo fondamentale e quindi arrivare anche a quello

allora la questione di genere diventa sia un qualcosa su cui focalizzarsi ma anche una battaglia per il fondamento, quindi non può essere astratta dal resto, e non può esistere che si combattono problematiche di oppressione con altrettanti desideri aggressivi nei confronti degli uomini (esempio).

nel primo caso la appoggio e diventa, per questo, anche la mia battaglia.

nel secondo caso mi pare un problema di marcatori identitari, ma temo sia roba da terapeuti e, se mai avrò i titoli, vorrò essere pagato per occuparmene.
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#2 Pris 2009-10-17 02:31
Leggere questo post è stata per me una vera boccata d'ossigeno.
Sottoscrivo praticamente tutto. E' importante, molto importante, continuare a lavorare perchè le donne abbiano ad ogni livello una migliore coscienza di sé: a livello personale, sociale, culturale e politico.
Ma sono profondamente convinta che i tempi delle barricate siano finiti. Non credo che le donne debbano essere unite e uguali per definizione. Conosco uomini ben più simili a me nella concezione che ho della vita, rispetto a molte donne. Non mi piacciono gli scatoloni sui quali bisogna per forza mettere un'etichetta.
Ti faccio i miei complimenti, perchè credo che siano questi i comportamenti e gli atteggiamenti che possono realmente aiutare le donne. Ciao!
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