
(Questo pezzo, più o meno così, è uscito il 12 dicembre 2011 su Repubblica)
Una ragazzina torinese ha detto di essere stata violentata da due rom. La fiaccolata a suo sostegno però è finita in rogo ieri sera, con un campo nomadi bruciato alla periferia di Torino. Poi la ragazzina ha detto che non era vero niente, che non l'ha stuprata nessuno, tantomeno i rom. Era stata con un ragazzo italiano ed era forse la sua prima volta.
La notizia grossa è quella del pogrom, ennesimo frutto di una cultura dove si cresce imparando a temere il diverso e lo straniero, a prescindere dal fatto che sia colpevole di qualcosa. Immagino che si troverà senza difficoltà qualcuno pronto a dire che se non era vero stavolta lo sarebbe stato comunque la prossima. Il fatto che questa cultura negli ultimi vent'anni sia riuscita a generare sindaci, assessori, presidenti di provincia e di regione, europarlamentari e persino ministri a vario titolo ha aiutato molto a farla passare dal bancone del bar al senso comune. È anche grazie a questo se oggi in Italia c'è chi ha smesso di vergognarsi di essere razzista.
La notizia che invece appare come secondaria è che una ragazzina di sedici anni ha creduto che fosse meno pericoloso e grave per lei dire che era stata violentata da due “stranieri” piuttosto che ammettere di aver fatto l'amore volontariamente con un ragazzo del posto. Non voglio pensare che una ragazza dica una calunnia simile per gioco. È assai più credibile che lo abbia fatto perché avvertiva che se avesse detto la verità, cioè se avesse dichiarato di aver fatto l'amore perché voleva farlo, sarebbe stata percepita e trattata come "colpevole" di qualcosa e sarebbe andata incontro a qualche tipo di sanzione, sociale o familiare, morale o fisica. Del resto sono di questi giorni altri di casi in cui dire "sono io che lo voglio" non conviene.
Qualche articolo ieri riportava l'abitudine della famiglia a farla periodicamente controllare da un ginecologo per verificarne l'illibatezza, un uso tribale che, se confermato, direbbe molte cose sul clima in cui la ragazzina deve aver concepito la sua irresponsabile e protettiva bugia. Ma è marginale. Resta comunque l'immagine di una ragazzina che nell'Italia del 2011 fatica di più ad ammettere di essere stata consenziente che a farsi passare per vittima di stupro indicando il primo colpevole credibile, magari quello la cui etnia è già in sé una sentenza: rom.
Quella ragazza non poteva prevedere che molti nel quartiere avrebbero strumentalizzato la sua falsa condizione di vittima come innesco della loro rabbia e dell'antica voglia razzista di dar fuoco ai campi rom di ogni latitudine. L'incendio dell'accampamento non è in nessun modo colpa sua. Ma è accaduto e i vigili del fuoco si sono trovati davanti non solo le fiamme, ma anche una folla decisa a impedire che l'incendio venisse spento prima di aver bruciato tutto. Qualcuno, solidale con chi ha appiccato il fuoco a prescindere dalle responsabilità nello stupro, mi ha scritto su Facebook che era ora, che gli abitanti del quartiere sono spaventati e che se anche adesso non gli è passata la paura di uscire di casa in mezzo a tutti quegli zingari, almeno la rabbia si è sfogata.
Davanti alla cenere e alle bugie ora si parlerà di razzismo, ed è sacrosanto che avvenga. Ci si chiederà pure cosa sta succedendo nella civile e solidale Torino, ed è giusto che ce lo si chieda. Ma spero che qualcuno si faccia domande anche su quale tipo di italianissima cultura è quello che induce una giovane donna a credere che la condizione di stuprata sia per lei socialmente più vivibile di quella di chi fa l'amore perché lo ha scelto.
io mi riferisco a questo pezzo dell'articolo di Michela "La notizia secondaria, ma per me rilevantissima in questo giorno in cui le donne scendono in piazza per dire che la differenza la facciamo noi, è che una ragazzina di sedici anni crede che sia meno pericoloso e grave per lei dire che è stata violentata da due stranieri piuttosto che ammettere di aver fatto l'amore volontariamente con un ragazzo del posto."
@Claudia la tua riflessione non mi piace e non la condivido, soprattutto non capisco come tu possa dare ragione a Michela e poi sviare il discorso su tutt'altri toni, altrettanto sessisti, imho.
CLAUDIA, la tua autostima è a 32 gradi Fahrenheit...
Per quanto riguarda il commento di Claudia penso che abbia in aprte ragione, ci sono donne che sono maschiliste e complici del patriarcato ma tende a dimmenticare che le donne ne sono anche vittime.
Ora. Giustissima la critica al razzismo. Giustissimo chiedersi che cosa sta succedendo a Torino.
Ma spero che qualcuno si faccia domande anche su che tipo di società è quella che induce una giovane donna a credere che la condizione di stuprata sia per lei socialmente più vivibile di quella di chi fa sesso perché lo ha deciso.
Gentile Murgia,
mi ha colpito una cosa in particolare del suo editoriale: il riferimento "tribale" alla famiglia (cattolica) della ragazza. Buffo non trova? Certo non è tribale vivere per strada, senza fissa dimora, di espedienti e sfruttamento. Lo è, invece, avere alcune pratiche religiose. Una bella lotta fra stereotipi e pregiudizi.
Le consiglio di aggiornare i suoi studi sociologici.
Cordialità
Citazione Giacomo Petrella:Gentile Murgia,
mi ha colpito una cosa in particolare del suo editoriale: il riferimento "tribale" alla famiglia (cattolica) della ragazza. Buffo non trova? Certo non è tribale vivere per strada, senza fissa dimora, di espedienti e sfruttamento. Lo è, invece, avere alcune pratiche religiose. Una bella lotta fra stereotipi e pregiudizi.
Le consiglio di aggiornare i suoi studi sociologici.
Cordialità
Sig. Petrella, più strano é da parte sua leggere nella frase di Michela Murgia, una condanna esplicita verso le pratiche della religione cattolica, non mi sembra di aver letto nulla di simile. O forse ci sta dicendo che é una pratica cattolica quella di sottoporre una giovane donna a visite ginecologiche per verificarne l'illibatezza? Se la risposta é si, mi spiace deluderla ma si tratta -senza dubbio- di una pratica tribale, per di più contro i diritti della donna! Per questo dev'essere cancellata subito. Il resto del suo discorso é puro razzismo...
Immancabilmente, è arrivato il commento di un probo difensore della fede, tanto per sviare il discorso dal tema principale e avviare una polemica gratuita giocando arbitrariamente sul senso di una frase estrapolata dal contesto, concludendo con l'immancabile (ma garbata) messa in dubbio della competenza dell'autrice. Vediamo:
"...l'abitudine della famiglia a farla periodicamente controllare da un ginecologo per verificarne l'illibatezza, un uso tribale che, se confermato, direbbe molte cose sul clima in cui la ragazzina deve aver concepito la sua irresponsabile e protettiva bugia..." - sarebbero questo le 'pratiche religiose' tanto care al signor Petrella? Perché non l'infibulazione, allora, così ci leviamo il pensiero! Immagini per un momento il gentile Petrella cosa si provi a venire periodicamente 'frugati' (come in prigione)tanto per controllare che la 'merce' sia ancora buona...lei fa notare che la famiglia è cattolica (ah, sì?li conosce?o considera certe perquisizioni una sorta di prescrizione evangelica?a mia sorella il parroco non l'ha detto, e comunque se così fosse dovremmo ben guardarci dal fare commenti sui genitori mussulmani...) mentre la signora Murgia nel suo post non accenna minimamente a questo aspetto, concentrando l'attenzione (e concedendo sempre il beneficio del dubbio) su un contesto SOCIALE E CULTURALE che stronca il dialogo tra genitori e figli e inculca nei giovani pregiudizi e paure da scaricare sui bersagli più comodi e 'facili', col valido aiuto di ULTRAS e teppisti vari lieti di poter esercitare un pò di 'legittima' violenza organizzata (non lo dico io, lo racconta un prete di quella zona, uno che conosce forse meglio di noi la situazione) benedetta e strumentalizzata da politici (non solo leghisti) del tutto incapaci di comprendere e aiutare realtà così conflittuali. Signor Petrella, si potrà pure definire tribale anche il 'vivere per strada, senza fissa dimora, di espedienti e sfruttamento' ma se riesce ad andare per un momento oltre alle sue sociologiche certezze si renderà pure conto che le sue parole descrivono sostanzialmente una situazione di grave disagio: i rom non stanno meglio degli altri abitanti delle Vallette, ci si scontra perché il contesto è difficile per tutti; la loro collocazione precaria è di certo un annoso problema di Torino (e non solo) ma dargli fuoco per risolverlo non è altro che uno sfogo per menti già eccitate di loro. I quali dopo ritornano a coltivare la loro cosiddetta 'tradizione' creando altri soggetti a rischio e altro odio represso. Signor Petrella, il vero problema è che in troppi contesti permane una sotto-cultura fondata su condizionamenti sociali (efficaci magari in passato, in comunità di villaggio, ma deleteri nelle metropoli moderne) per cui alle figlie viene tuttora fatto giurare davanti alla nonna morente che 'arriveranno pure al matrimonio' mentre i loro fratelli girano già sul controviale a guardare le prostitute, chiamano 'troie' le amiche più disinvolte e organizzano spedizioni punitive per difendere l'onore delle femmine di famiglia minacciato dai 'pericoli esterni' (magari un fidanzatino, come in questo caso); nei casi più evoluti si chiede al giudice di intervenire (come per la ragazza di Treviso) ma comunque si dimostra soprattutto di temere il giudizio della comunità e l'assalto del mondo esterno (l'UOMO NERO! africano, romeno, albanese, ecc.), a scapito del benessere dei figli, i quali si dimostrano sì spregiudicati nei comportamenti ma messi alle strette si fan prendere dal panico e combinano pasticci come quello di Torino (con il fratello della ragazza che capisce tutto ma 'copre' la menzogna e poi tenta invano di arginare l'orda vendicatrice, ormai pronta ad agire a prescindere dalle motivazioni iniziali - velo pietoso sull'ottuso protagonismo della massa di Facebook che ormai si appropria sistematicamente dei drammi privati con la scusa dell''Amicizia'). Signor Petrella, si tolga dunque le fette della sua 'cordialità' dalla mente e dal cuore, dimentichi l'inesistente minaccia alle sue convinzioni religiose e provi anche lei a riflettere sulla domanda che chiude questo post: "...quale tipo di italianissima cultura è quella che induce una giovane donna a credere che la condizione di stuprata sia per lei socialmente più vivibile di quella di chi fa l'amore perché lo ha scelto ...?"
Egregio signor Petrella, l'ho dedotto dalle sue stesse parole: se si tira in ballo l'appartenenza religiosa di una famiglia (di cui non si stava parlando) per introdurre un discorso sul 'relativismo' (ci avrei giurato, ormai è un classico) ci si può aspettare di essere accostati a quella stessa fede, anche perchè il paragone che Lei ha proposto (le diverse concezioni di tribalismo), il tono generale e l'invito finale 'ad andarsi ad aggiornare gli studi sociologici' non contribuivano a dissipare il dubbio...se non è un cattolico o un credente di qualsivoglia religione La prego di scusare la frettolosa categorizzazione, ma quanto al resto del suo discorso direi che chi sta parlando per strutture e concetti astratti sia proprio lei: io le ho citato dei casi individuali calati nel proprio contesto, degli stati di disagio comuni tra le due parti di cui si stava parlando, mentre Lei dall'inizio va avanti a spiegarci che non bisogna usare certi termini senza definirli scientificamente: mi perdoni, ma codeste tattiche alla 'Dottor Sottile' mi hanno stancato da tempo, è solo un modo per delegittimare senza proporre alcunché di concreto...scusi, terminologia a parte la sua tesi quale sarebbe? Che tanto un comportamento vale l'altro? Di drammaticamente pericoloso qui vedo solo la sua (anch'essa tipica) volontà di non confrontarsi, di nascondersi dietro il tono distaccato ed erudito per non approfondire un discorso sul quale mi pare lei abbia in fondo idee abbastanza comode e scontate (non è così? mi smentisca). Invece di stringate e asettiche repliche vorrei provasse a spiegare sul serio la sua posizione riguardo alla vicenda, possibilmente senza impalcature retoriche che servono solo a lei per darci dei relativisti solo perché non facciamo di tutta l'erba un fascio. A meno che non sia in grado di dimostrare che è vero, ma almeno mi risparmi le teorie sociologiche pre o post marxiste, siamo nel 2011 e si spera che si sia andati oltre.
[quote name="jona"]
Jona non bisogna essere dei geni per capire le finalità del pezzo: un comportamento è tribale e vessatorio, l'altro è una libera espressione etnico-culturale oppressa dal razzismo. E' una dicotomia semplicemente falsa. Vuole sapere come la penso da laico e libertario? Che nessuno stato, nessun moralismo, nessun sociologismo dovrebbe nel 2012 pretendere di insegnare, erga omnes, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Un atteggiamento degno di Robespierre.Speculare su di una ragazzina che ha avuto la sfiga di nascere in un quartiere periferico, da famiglia fondamentalista, con gli zingari per vicini...beh, è una pazzia che solo chi vive ad Utopia poteva avere il coraggio di mettere in piedi.
Saluti.
[quote name="Giacomo Petrella"][quote name="jona"]
Che nessuno stato, nessun moralismo, nessun sociologismo dovrebbe nel 2012 pretendere di insegnare, erga omnes, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Un atteggiamento degno di Robespierre.
18.05.2012 18:30 -
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