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lgbt

scritto per Tiscali

Roma
, due gay aggrediti a bottigliate perché stavano mano nella mano; l’aggressore: “Gli avevo chiesto di smettere”. Parma, affittuario sfratta un inquilino perché “avrebbe dovuto dirlo prima che era gay”. Villacidro, pestaggio di un giovane ad opera di tre incappucciati che lo insultano per la sua omosessualità. Siniscola, un ragazzo gay viene picchiato e umiliato da un gruppo di uomini del paese che tentano anche di stuprarlo: “Era già successo anni fa”. Platamona, spari e atti di vandalismo sulle auto degli omosessuali: “Qualcuno non ci vuole in questa spiaggia”. Pesaro, la madre cerca di accoltellare al ventre la figlia perché lesbica: “Avevamo litigato perché sto con una ragazza”.
Basterebbe semplicemente metterle in fila una dietro l’altra, le notizie di violenze omofobe degli ultimi dodici mesi; lo si potrebbe fare anche con le cronache che testimoniano le violenze sulle donne, e i casi all’anno diventerebbero centinaia, con un numero impressionante di omicidi; allora - se non ci fosse in corso un costante meccanismo di rimozione collettiva – forse comincerebbe a sembrare urgente mettere in discussione il modello di uomo e di mondo che abbiamo accreditato come “normale” rispetto ad ogni altra possibile declinazione di umanità.

Una chiaccherata sui diritti civili in auto con un amico, parlando di Milk al rientro da una presentazione di Accabadora.


- Non sono mai stato un gay vistoso, ho sempre vissuto in maniera molto riservata, non ho simpatia nemmeno per i pride... ma c'è una cosa che mi fa male più di tutte.
- Dimmela.
- Ricordo un esponente del centro sinistra interpellato a suo tempo sui DICO che replicava: "regolare le convivenze omosessuali non è una priorità".
- Dal punto di vista politico è vero, dato che i non diritti degli omosessuali secondo il sentire comune sono un problema loro, non di tutti. Di che ti meravigli?
- Non mi meraviglio, mi sono solo reso conto davanti a quella frase che ho cinquant'anni, e che con tutta probabilità morirò senza che mai la mia vita sia stata una priorità per qualcuno, al momento di decidere...

(il titolo del pezzo è un verso di Gino e l'Alfetta di Daniele Silvestri)

Mi rendo conto che gli orizzonti dell’extra parlamentarietà per una certa sinistra sono talmente angusti che da quella prospettiva anche un trionfo al torneo di boccette sembra la breccia di Porta Pia. Fosse questo il motivo dell’esultanza di Liberazione per Luxuria regina dell’isola, lo troverei commovente, e umanamente anche comprensibile. Invece no. Per un inspiegabile equivoco mediatico, in Italia un transessuale che vince un reality diventa segno di apertura sociale alla diversità. Come se la TV non fosse da anni piena di omosessuali dichiarati, accettati, persino amati proprio in quanto tali. Come se lo straordinario televisivo non fosse da sempre il ghetto socialmente riconosciuto per i diversi di qualunque natura. Ballerini vistosamente froci, conduttori ermafroditi, divulgatori cripto gay, opinionisti travestiti: la tv è da sempre il caravanserraglio del pruriginoso, il non luogo in cui può avvenire la rappresentazione di qualunque legittimazione, purché resti oltre lo schermo e la si possa spegnere a tele-comando.
Miss Italia nera.
Platinette al talk show.
Eva Robbins che conduce un programma.
Malgioglio inviato speciale.
In questo scenario, Vladimir che vince l’isola esattamente di cosa sarebbe lo sdoganamento?
La risposta è: di niente, perché non è la straordinarietà che rende difficile la vita al diverso di ogni latitudine, ma la sua eventuale pretesa di normalità.
Copriti di piume di struzzo, fatti le tette, infilati una parrucca vistosa e parla con voce affettata: la mamma sarà felice di additare al figliolo il buffo animale che oltre lo schermo fa cose tanto insolite come esistere. Sviluppa gusto nel vestire, mostrati incongruamente sensibile, palesa una intelligenza brillante che ti distingua dal medio fruitore di campionati Sky, e le donne saranno estasiate di dire che hanno l’amico frocio che le capisce. Ma se per caso volessi omologarti alla massa, se per un desiderio insano di banalità volessi spegnere la telecamera e uscire dalla porta disegnata sul fondale per farti casa, famiglia o figli, scopriresti che l’apprezzamento per la tua straordinarietà è la lastra trasparente dell’acquario da cui non puoi uscire.

Dovevano essere cinquantamila. Erano ventimila scarsi.
Dovevano essere popolo indistinto. Erano i circoli LGBT e ARCI.
Dovevano essere lì per i DICO. Invece li hanno fischiati, volevano altro.
Dovevano essere Pro Rights. Invece erano soprattutto No Vat.

Finchè non capirete che non si possono spacciare come manifestazioni “di popolo” queste sparute rappresentanze di militanti pieni di bandiere politiche e striscioni di associazioni parte in causa, rassegnatevi a sentirvi dire che le vostre rivendicazioni non sono una priorità del paese.

Finchè non capirete che i diritti li dovete chiedere in quanto persone e non in quanto gay e lesbiche, andrete in piazza da soli a gridare, con la magra consolazione di essere coadiuvati da un supporto mediatico del tutto sproporzionato rispetto ai numeri, replicabili comodamente da qualsiasi associazione di provincia.

Family Portrait (Scritto per l'Arborense)

A forza di sentire che bisogna difendere la famiglia dagli attacchi laicisti e dalle spinte disgreganti che sembrano minacciarne l’esistenza, si finisce per convincersi che l’invito rivolto dalla Chiesa ai legislatori nasca da una consapevolezza antica, radicata nella tradizione.

Questa convinzione è falsa: l’idea che la comunità cristiana abbia da sempre come priorità la famiglia è un trompe l’oeil della memoria, una illusione etica.
In realtà la Chiesa solo recentissimamente ha inserito la famiglia “in quanto tale” come ambito del suo operato pastorale. Trascurando la Humanae Vitae, che aveva altro specifico, il primo documento universale in merito risale alla Familiaris Consortio ed è di Giovanni Paolo II.
Per avere indicazioni di pastorale codificate si dovrà aspettare addirittura il 1993, con l’apposito Direttorio di Pastorale Familiare. Fu quel testo a dare vita in Italia ai micidiali itinerari di preparazione al matrimonio, primo caso di formazione specifica al sacramento da cui dovrebbe sorgere la famiglia cristianamente intesa. Potrei dire serenamente che i corsi di preparazione al matrimonio svolti nella nostra Diocesi hanno la stessa utilità di tutte le catechesi orientate al sacramento e non alla persona, cioè molto vicina allo zero.