(Scritto per l'Arborense)
A forza di sentire che bisogna difendere la famiglia dagli attacchi laicisti e dalle spinte disgreganti che sembrano minacciarne l’esistenza, si finisce per convincersi che l’invito rivolto dalla Chiesa ai legislatori nasca da una consapevolezza antica, radicata nella tradizione.
Questa convinzione è falsa: l’idea che la comunità cristiana abbia da sempre come priorità la famiglia è un trompe l’oeil della memoria, una illusione etica.
In realtà la Chiesa solo recentissimamente ha inserito la famiglia “in quanto tale” come ambito del suo operato pastorale. Trascurando la Humanae Vitae, che aveva altro specifico, il primo documento universale in merito risale alla Familiaris Consortio ed è di Giovanni Paolo II.
Per avere indicazioni di pastorale codificate si dovrà aspettare addirittura il 1993, con l’apposito Direttorio di Pastorale Familiare. Fu quel testo a dare vita in Italia ai micidiali itinerari di preparazione al matrimonio, primo caso di formazione specifica al sacramento da cui dovrebbe sorgere la famiglia cristianamente intesa. Potrei dire serenamente che i corsi di preparazione al matrimonio svolti nella nostra Diocesi hanno la stessa utilità di tutte le catechesi orientate al sacramento e non alla persona, cioè molto vicina allo zero.
Resta però la constatazione imbarazzante che quella costituisce ancora l’unica proposta formativa della Chiesa che abbia come soggetto un’ombra di famiglia. Dico un’ombra, perchè due fidanzati non sono una famiglia.
Prima o dopo di questo, c’è il vuoto; a meno che la rara coppia che, avendo un interesse a proseguire un cammino di formazione, non si rivolga ai pochi movimenti e associazioni che sembrano aver recepito meglio lo stimolo a occuparsi di più della “piccola chiesa”, proponendo percorsi ad hoc.
E’ innegabile che la famiglia, evitando qui di discutere se abbia senso o meno farla oggetto di una attenzione pastorale specifica, sia stata per secoli la grande dimenticata nella Chiesa. Il suo valore di “luogo teologico” è stato tutt’altro che indiscusso, tanto da ritardarne moltissimo il riconoscimento come sacramento. Anche oggi, nei corsi prematrimoniali diocesani, l’accento è messo in prevalenza su aspetti giuridici e moralistici, piuttosto che sul fondamento teologico e biblico dell’esperienza familiare.
Come comunità cristiana, pur tenendo gli occhi ben aperti sui cambiamenti sociali che interessano la famiglia istituzionale, dovremmo avere anche il coraggio di interrogarci di più su quanto è stato fatto al nostro interno per promuovere la consapevolezza del valore del matrimonio sacramentale. Non è da lasciar cadere l’invito di Monsignor Ravasi - passato quasi inosservato - a mostrare la bellezza di quel che possiamo offrire, piuttosto che limitarci a discutere le forme considerate più deboli. Questo ci spingerebbe sicuramente a un esame di coscienza serio in merito, ma del resto sarebbe anche ora di uscire dall’idea che la virtù consista nell’essere severi con gli altri.
10.02.2012 11:00 -
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11.02.2012 18:30 -
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