Ho sempre avuto amici gay, molti più di quanti fosse socialmente accettabile in un posto provinciale e bigotto come quello in cui sono cresciuta. Non è mai stato importante che fossero gay, come non era fondamentale ai fini esistenziali che io non lo fossi. Essere amici bastava. I tempi cambiano, però; da un po’ di tempo a questa parte assisto a una recrudescenza del fenomeno cecchipaoniano della dichiarazione pubblica dei propri gusti sessuali, con poche apprezzabilissime eccezioni. Cresce la voglia di sputtanarsi, erroneamente spacciata per coraggio identitario. Il cosiddetto coming out è un atto autolesionista, attraverso il quale la persona - dichiarando di essere attratta dal suo stesso sesso - chiede un riconoscimento sociale dei suoi gusti tra le lenzuola.
Persone che conosco da meno di un’ora sembrano incalzate dall’urgenza di confidarmi di essere gay. O peggio, di chiedermi se lo sono io. Lo scopo di questa mancanza di pudore mi sfugge, a meno che non sia quello sottinteso di comunicarmi che desiderano essere trattate come gay. Mi ricordano le vocianti signore finto-femminista che si radunano nelle pizzerie ogni ottavo giorno di marzo, a gridare l’orgoglio di non avere il pene e finendo poi a parlare del pene per tutta la sera, davanti al caravan serraglio dei Barbagia Dream Man in tanga. Sul piano dell’auto discriminazione, tra la festa della donna e il gay pride non vedo nessuna differenza concettuale.
E’ per via di questo equivoco di stampo lobbistico che nei siti di comunità gay si parla solo di omosessualità. C’è esclusivamente pubblicità porno omosex, si recensiscono solo libri e film opera di gay o che parlino di storie gay, ci si scambia solo musica cosiddetta gay. Ci sono i locali sedicenti gay friendly, ed è impossibile non accostarli per analogia ai locali con cartelli per cani e gatti, tipo “noi siamo benvenuti”. Mi piace quel ragazzo. Perché? Sto diventando forse ricchiona? (disclaimer anti-equivoco: la frase finale è una citazione dal testo di Elio e le Storie Tese "SuperGiovane")
Sulla stessa linea etichettante Vladimir Luxuria si è potuto proporre al voto in quanto transessuale. L’idea che è stata trasmessa è che uno possa essere votato giusto per quello. Poi la solita Mussolini, beceramente come nel suo stile, dice “meglio fascista che frocio” e tutti gridano allo scandalo. Spezzo un’arancia per l’Alessandra: se uno si propone al mondo come esponente di un particolare gusto sessuale, non c’è nulla di scandaloso se poi la gente lo identifica con quella sola chiave di lettura. Vorrei che Luxuria si fosse reso votabile in quanto persona pensante; operazione possibile, se è già riuscita a Niki Vendola. Allora la Mussolini avrebbe potuto dire “meglio fascista che pensante” e la contrapposizione dei termini sarebbe stata indiscutibile. Poiché il buon Vladimir ha preferito puntare alla sua identità sessuale, mi defilo perché, non essendo trans, mi sento poco rappresentata. Seguendo la stessa logica, non voterei mai un sardo, un cattolico o una donna che si proponessero solo in quanto tali. Preferisco votare un uomo intelligente che una donna stupida, dato che dopo la signora Tatcher sfido chiunque a credere alla favola che women do it better. Ripudio le quote rosa, discriminatorie, e pretendo le quote QI: che mi si garantisca che almeno il 50% dei parlamentari è composto da creature mentalmente normodotate. La vedo brutta se il futuro rischiano di essere le quote gay, le quote cristiane, le quote atee, filateliche, interiste, feticiste e via quotando. Mi si potrà obiettare che questa ostentazione è la reazione naturale a secoli di negazione, persecuzione, invisibilità e discriminazione. Verissimo. Ma definirsi per contrapposizione genera un conflitto maggiore, non lo ricompone. Pretendere di essere accettati in quanto gay si porta appresso il rovescio della medaglia: quello di poter essere – in quanto gay – ancora una volta rifiutati. Per conto mio non vorrei mai che un diritto che mi è stato negato perché sono donna mi venisse concesso sulla base della medesima motivazione. La mia idea dei diritti è che mi spettino in quanto persona. Se poi vogliamo fare come gli americani, la più grande democretineria del mondo e illustri esperti di ghettizzazione, possiamo solo sperare che ci propongano al voto un candidato sardo, donna, lesbica, cristiana e interista, così ci sentiremo rappresentati degnamente mentre facciamo le fiaccolate per la pace dei gay nel mondo. Preferisco ringraziare di vivere ancora in un posto dove Proust non lo leggono solo i gay. Del resto Christian, un amico che in questo momento ha il suo senso definire gay, stanotte mi ha detto una cosa bellissima: “Quando ho letto “Se questo è un uomo” di Levi non mi sono sentito più ebreo. Mi sono sentito più uomo”.
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10.02.2012 11:00 -
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