gototopgototop
Parzialmente nuvoloso

Cabras

28°C

Parzialmente nuvoloso

Umidità: 54%

Vento: NO a 16 km/h

di politica

Edit

Amount of short articles:

Amount of articles links:

You can order sections with dragging on list bellow:

  • di politica
Salva
Cancella
Reset

immigrazione

Buon Natale

Image - Buon Natale

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era gov

Mercoledì, 16 Dicembre 2009 Commenti

informazione

Quando c'erano le notizi

Image - Quando c'erano le notizi

Nel giorno in cui arriva la bacchettata dell'ONU sulla legge bavaglio in discussione alla Camera, moltissimi convenuti all'ultimo giorno del festi

Lunedì, 19 Luglio 2010 Commenti

lavoro

A volte ritornano

Image - A volte ritornano

Sei e-mail con questo esatto titolo sono comparse nella mia casella di posta tra ieri sera e stamattina, per dirmi che a Firenze in una concessionar

Giovedì, 13 Maggio 2010 Commenti

pace

Me ne fotto dei sondaggi

Image - Me ne fotto dei sondaggi

Questo articolo di Vittorio Zucconi è uscito su Repubblica del 15 agosto 2010. Poiché l'indomani non escono i giornali, c'è una doppia probabilità che

Domenica, 15 Agosto 2010 Commenti

scuola

UAAR-GH

Image - UAAR-GH

A me sono pure simpatici questi dell'UAAR, almeno quando non partono per la tangente, tipo oggi per l'insegnante di matematica che è stato sospeso

Mercoledì, 3 Giugno 2009 Commenti

di politica

cossigasilent

Questo articolo di Vittorio Zucconi è uscito su Repubblica del 15 agosto 2010. Poiché l'indomani non escono i giornali, c'è una doppia probabilità che venga letto sotto gli ombrelloni e faccia riflettere qualche intollerante nostrano.

barackCi volevano fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d'America sono costruiti sulla libertà di praticare "qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo".

In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della "zona Bush" e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un'economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della "triangolazione" inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l'opposto.

Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.

Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall'altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell'America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l'occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.

Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che "come cittadino e come Presidente - si noti la precedenza data alla parola cittadino - credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione". Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.

Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da "una questione strettamente locale" come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell'11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l'opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all'unanimità - evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo - una mozione per bloccare il "Centro Cordoba", come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.

Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'"iftar", il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l'erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson duecentoventi anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s'intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l'intolleranza e l'odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. "Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l'America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo".

Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa "città sulla collina" che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un'America pre 11 settembre 2001 e un'America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al "dopo". Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin ("una provocazione" ha chiamato quel centro islamico), domandano "perché una moschea proprio lì" e coloro che, come Obama, chiedono: "Perché non lì?" visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.

Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l'accusa di fare molto "simbolismo", come fu il celebre discorso all'Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime "collaterali", cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di "sacrilegio".

E l'economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s'inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell'America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari.

Nel giorno in cui arriva la bacchettata dell'ONU sulla legge bavaglio in discussione alla Camera, moltissimi convenuti all'ultimo giorno del festival di Gavoi ricorderanno forse di aver sentito il giornalista Giovanni Floris pronunciare al microfono questa frase:

Se noi giornalisti ci fossimo mossi prima non si sarebbe arrivati a questo. Se passa questa legge è colpa di chi l'ha scritta, poi di chi la voterà approvando una norma che rappresenterà un vulnus molto forte al nostro diritto ad essere informati, ma è anche colpa dei giornalisti che non si sono autoregolamentati. [...] Quando compare in un giornale l'intercettazione di Anna Falchi che lascia Ricucci è sbagliato e chi lo pubblica predispone l'intervento in malafede di chi vuole limitare la pubblicazione delle intercettazioni.

Molti sono rimasti sconcertati da questo attribuire ai giornalisti la responsabilità morale del ddl, una specie di "dai e dai, alla fine ci siete arrivati", ma io ho trovato ancora più interessante l'uso che Floris fa della principale argomentazione di chi difende la proposta di legge, ovvero che serva a mettere un freno all'uso corsaro di conversazioni private che non contengono elementi funzionali alle indagini, come il famoso sms tra Anna Falchi e Ricucci. L'equivoco di questa interpretazione è che sovrappone impropriamente il concetto di "reato" a quello di "notizia" come se si trattasse della stessa cosa, mentre non è così. Ci sono cose che rimangono notizie anche quando non sono reati, e darle purtroppo non è lecito neanche ora. Ecco perché i giornalisti fino a oggi si sono assunti il rischio di informare comunque, tutelati dal segreto professionale sulle fonti.

Prendiamo per esempio Balducci che ride del terremoto al telefono con il cognato. Gioire delle disgrazie altrui, per quanto deprecabile, non viola nessuna legge, quindi tecnicamente quella conversazione non avrebbe dovuto finire sui giornali. Invece il giornalista l'ha giustamente ritenuta una notizia da dare.
I giudici hanno stabilito che Berlusconi raccomandando le attricette a Saccà non ha violato la legge, ma solo esercitato un malcostume; eppure quello che ne emerge è la pressione amorale del potere politico sulla televisione pubblica ridotta a strumento personale, il che non sarà un reato, ma sicuramente è una notizia che vale la pubblicazione.
Quanto alle intercettazioni ambientali e telefoniche di Berlusconi con la D'Addario, è palese che un capo di Stato che per soddisfare i suoi sollazzi senili scelga come teatro i mezzi, i luoghi e i tempi istituzionali è una notizia e non un gossip.
Sarà anche irrilevante a fini penali quello che faceva Bertolaso nel centro massaggi, ma forse non è così irrilevante se il conto del centro massaggi lo pagava quello che beccava gli appalti per le ricostruzioni. I media americani potrebbero dare alla nostra classe politica delle sonore lezioni sulla rilevanza pubblica della fellatio under the table, perchè quando qualcuno si è costruito la reputazione e la carriera politica facendo credere alla gente di essere un certo tipo di persona, diventa notizia qualunque cosa dimostri che non è vero, che sia un reato o no.

Perché poi con la scusa di restringere l'uso delle intercettazioni il governo stia facendo una legge che restringere direttamente le intercettazioni, Floris a Gavoi non l'ha spiegato. Io me lo spiego benissimo invece, ecco perché sono contro questa legge e se passa disobbedirò ogni volta che potrò.

L'intervista comunque si può riascoltare qui per intero.<<<<<<<


Cari lettori,
Gli scrittori Einaudi firmatari di questa lettera si associano alla protesta di gran parte dei cittadini italiani contro il disegno di legge "bavaglio" che intende limitare l'azione della magistratura e delle forze dell'ordine, il diritto di informazione e la libertà di stampa nel nostro paese.

Questa legge, millantando di proteggere la privacy di molti, vuole salvaguardare l'impunità di pochi, stendere un velo di segretezza sulla criminalità organizzata e, contemporaneamente, reprimere ogni voce di dissenso.

Francesco Abate; Niccolò Ammaniti; Andrea Bajani; Eraldo Baldini; Giulia Blasi; Ascanio Celestini; Mauro Covacich; Giancarlo De Cataldo; Diego  De Silva; Giorgio Falco; Marcello Fois; Anilda Ibrahimi; Nicola Lagioia; Antonella Lattanzi; Carlo Lucarelli; Michele Mari; Rossella Milone; Antonio Moresco; Michela Murgia; Aldo Nove; Paolo Nori; Giacomo Papi; Laura Pariani; Valeria Parrella; Antonio Pascale; Francesco Piccolo; Rosella Postorino; Christian Raimo; Gaia Rayneri; Giampiero Rigosi; Evelina Santangelo; Tiziano Scarpa; Elena Stancanelli; Domenico Starnone; Benedetta Tobagi; Vitaliano Trevisan; Simona Vinci; Hamid Ziarati; Mariolina Venezia.

un noto venditore di aspirapolveri

Sei e-mail con questo esatto titolo sono comparse nella mia casella di posta tra ieri sera e stamattina, per dirmi che a Firenze in una concessionaria Kirby frustavano le telefoniste e le minacciavano psicologicamente, proprio come ne Il mondo deve sapere.

 

Non ci sono commenti, è tutto noto, ci si chiede solo come sia possibile che continui a succedere (infatti l'unica mail che non si intitolava così aveva per oggetto "il mondo sa ma non gli frega un cazzo"). Su Facebook qualcuno se lo spiega con la crisi. Vorrei che fosse vero, se non fosse che so benissimo che lavorare in quei posti non fa pagare i conti a nessuno. Luoghi come la Kirby esisteranno in qualunque congiuntura economica, perché non si reggono su dinamiche di mercato, ma su basi ideologiche. La retorica del vincente, la religione del risultato, la coercizione "motivazionale" sono strumenti trasversali, non sono brevetti Kirby certificati Nasa. Li puoi trovare in bocca a un imbonitore che vende aspirapolveri esattamente come nel discorso di un politico che parla da un predellino. La cosa che dovremmo davvero cercare di spiegarci è perché quest'ultimo governi, mentre alla Kirby di Firenze arrivano i carabinieri con accuse di truffa.