Martedì 02 Giugno 2009 10:05
Qualcuno mi ha detto: “sei sempre puntuale nella critica con la Chiesa, ma non altrettanto nella lode. Non hai detto una parola sul fatto che la CEI ha criticato i respingimenti degli immigrati”. È vero, non ho detto una parola, ma non perché sia restia alla lode; semplicemente non c’è nulla da lodare. La CEI non ha affatto criticato i respingimenti, e
le parole severe di monsignor Marchetto,
vox clamantis in deserto in più di una occasione (sui rom aveva parlato – lui solo tra i presuli - di razzismo e xenofobia), sono state prontamente declassate a “
opinione personale” dalla Segreteria di Stato vaticana. Il resto dei commenti - Crociata, Sigalini e Gnesotto – sono stati pronunciati tutti fuori dal contesto delle dichiarazioni ufficiali CEI, ma anche se lo fossero stati, sono di una cautela tale che definirli critiche è un’erezione semantica. Marchetto è totalmente solo, esautorato di ogni rilievo e – vogliamo scommettere? – in profumo di sostituzione proprio per le sue posizioni critiche sulla politica governativa della linea dura. Da tempo i vertici ecclesiali sui migranti non hanno più parole di Vangelo:
forestiero in Vaticano adesso si dice irregolare, e giustamente Gesù non ha mai detto “ero irregolare e mi avete accolto”.
Ma se in Vaticano c’è poco da lodare, nemmeno in Sardegna c’è consolazione possibile.

Prendo il caso dell’impresentabile vescovo di Cagliari monsignor Giuseppe Mani, opportunamente ribattezzato
Monsignor Money dopo essere riuscito a farsi cacciare dalla regione Sardegna
un milione e quattrocentomila euro per organizzare la visita papale di appena un giorno del settembre scorso. Anche volendo dimenticare il chilo e mezzo di
calice d'oro massiccio donato a Sua Santità (il
sardo graal), anche scordandoci di colpo le opinabili posizioni del presule in merito alla
benedizione di eserciti armati, anche stendendo un velo pietoso sulle sue imbarazzanti
dichiarazioni pro Forza Italia in campagna elettorale, non si può evitare di prendere in considerazione la sua omelia al funerale dei tre operai della Saras morti la scorsa settimana in un evitabilissimo incidente sul lavoro. Diverse lettere me l’hanno segnalata, riportando ripetutamente il passaggio più discutibile, denso di un fatalismo che lascia interdetti:
"Ogni lavoro è intriso di sangue, ma non per questo è meno desiderato. Il lavoro era la dignità di questi uomini...". L’amico Giovanni in particolare mi scrive indignato:
“Non una parola sulla necessità che gli industriali osservino di più le norme di sicurezza sul lavoro. Il nostro cappellano militare ci ricorda col suo tono paternalistico che la nostra vita è intrisa di sangue e che dobbiamo accettare questo calvario che ci dà dignità.” Caro Giovanni, hai ragione. Non una parola nemmeno sul fatto che il documentario
OIL di Massimiliano Mazzotta - che proprio nei giorni prima dell’incidente andava nelle sale denunciando
lo stato di totale insicurezza delle condizioni di lavoro delle ditte appaltatrici della Saras – era e resta oggetto di una
richiesta di sequestro da parte dei legali della famiglia Moratti, che non ne gradiscono i contenuti. Un altro vescovo davanti a questo fatto avrebbe aperto i saloni parrocchiali per proiettarlo e mettere in guardia le persone sui rischi che corre la loro vita, ma non possiamo aspettarci che a farlo sia chi è convinto che a
dare la dignità agli uomini sia il lavoro in una raffineria, affermazione che basta da sola a giustificare eventuali intrisioni di sangue. In proposito ha scritto molto opportunamente Omar su
Corona de Logu.
Pur nell'indignazione, coltiviamo profezia senza stancarci. Questa schiatta di farisei senza pudore prima o poi se ne andrà.