Lunedì 22 Settembre 2008 00:41
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scritto per l'Arborense -
contiene elementi di sociologia urbanistica, ed è sconsigliato a chi crede che Calatrava sia l'erede di Gaudì)
Non c'è speranza: se uno non si fa un giro per un certo nord Italia, alcune cose non arriverà a capirle mai. Il mio primo vero impatto con quella che si autodefinisce “la parte sana del Paese” risale a quattro anni fa, quando mi fermai per sei mesi nella ricca Valtellina delle località sciistiche al confine con l’Austria. Il primo elemento per capire qualcosa me lo diede l’architettura. Abituata all’anarchia urbanistica sarda, nemmeno l’incantevole paesaggio montano del parco dello Stelvio riusciva a farmi sentire meno oppressa dalla sequenza chilometrica delle casette fatte in serie, con i piccoli balconi di legno tutti uguali, pieni degli stessi gerani rossi e bianchi. Ogni paese sfoggiava con orgoglio copie del medesimo campanile, e dove non c’erano abitazioni si estendevano ettari di prati verdi tosati ad altezza standard. Nessuna variazione sul tema, nessuna individualità distinguibile: era come se quel luogo e quella gente esprimessero dovunque un insopprimibile bisogno di somiglianza. Mi sembrava di essere finita in una scatola di Lego, dentro un presepe laico montato da un geometra senza troppa fantasia. In molti comportamenti persino le persone sembravano obbedire a quel diktat di impermeabile uniformità: per esempio, nonostante i continui scambi commerciali con paesi germanofoni, i valtellinesi raramente imparano il tedesco, ed è una scelta precisa.