
Mentre i sedicenti telegiornali del servizio pubblico, sempre solerti sulle notizie che contano, ci illustravano i dettagli della drammatica fuga della mascotte della Lazio dallo stadio olimpico, a Bologna un altro detenuto si è suicidato in carcere senza che nessuno desse la notizia, al di fuori della nuda comunicazione di cronaca su qualche quotidiano. Lo si comprende, in fondo è solo un carcerato, per di più sloveno. Ma è anche il cinquantasettesimo morto suicida dall’inizio dell’anno. Cinquantasette persone morte per mano propria fanno sei suicidi al mese, un numero pari a nove volte la media nazionale tra la popolazione libera: come è possibile che ciascuna di queste morti sia trattata come un evento a sé, senza relazione con gli altri suicidi né con le condizioni di vivibilità delle prigioni di Stato? I morti in carcere sembrano morti di serie B, come sono cittadini di serie B i detenuti: della vita e della fine che fanno non frega niente a nessuno. Anche se non circola più la leggenda da bar sui carcerati ipernutriti e nullafacenti a spese del contribuente, troppi sono ancora convinti che in carcere il disagio dovuto alla negazione della dignità faccia parte della pena, come se la privazione delle libertà individuali non fosse di per sé già sufficiente. Il fatto è che per capire quanto male si stia nelle galere italiane bisogna entrarci. Io non faccio testo perché, benché ci sia stata due volte negli ultimi 15 mesi, sono sicura di aver guardato la faccia più pulita che un istituto penitenziario possa mostrare a una persona libera. A Bad’e Carros, cioè l’eccellenza di una struttura detentiva cosiddetta ad alto indice di vigilanza (un tempo li chiamavano supercarceri), il rapporto di sicurezza tra il numero degli agenti e quello dei detenuti fa sì che il livello di affollamento sia relativo rispetto alla folle media nazionale delle altre carceri, che ospitano venticinquemila persone in più della capienza legale, quella calcolata sugli spazi umanamente vivibili. Eppure anche solo questo mi è bastato per non volerci tornare volontariamente.
La permanenza in carcere va molto oltre la pura restrizione della libertà di uscire, e spesso confina con la tortura di spazi angusti, di condizioni di vita rese difficili da degrado e violenza senza controllo, dai diritti considerati aleatori o ridotti ai minimi termini dall'arbitrio interno. L’invenzione leghista dell’aggravante della clandestinità ha fatto aumentare di molto la densità da formicaio che era stata appena alleggerita dall’indulto, misura estrema che, come previsto, si è rivelata del tutto inutile in assenza di altre politiche, ma molto utile ai poliziotti condannati per la morte di Federico Aldrovaldi, che non si sono fatti dentro neanche un giorno. Il risultato di queste scelte scellerate è che ora basta finire dentro per reati minimi e – a meno che non si sia compagne di bunga bunga del presidente del Consiglio - si rischia il destino di un altro morto di carcere, Stefano Cucchi, massacrato di botte e lasciato morire di fame, o quello di uno qualunque dei 57 detenuti che hanno preferito ammazzarsi per mano propria pur di non stare vivi là dentro. Queste cose accadono non solo perché la vita nelle carceri è disagiata oltre ogni immaginazione a causa delle strutture inadeguate, ma soprattutto perché il livello di guardia è incredibilmente basso: gli agenti penitenziari sono 6500 in meno di quanti dovrebbero essere (dati UGL) e i detenuti sono lasciati a sé stessi o nelle mani di personale di vigilanza sottoposto a carichi fortissimi di stress. Nell’anno in corso più di 200 agenti sono stati aggrediti dai detenuti, ma nessuno di loro fortunatamente è morto. Hanno perso la vita invece 120 carcerati per cause varie o ancora da chiarire, suicidi compresi. Nessun Porta a Porta ha invitato il ministro dell’Interno a parlare di queste cifre, né mi risulta che Pomeriggio Cinque, tra una puntata del porno noir di Avetrana e l’altra, abbia fatto servizi speciali sulle condizioni disumane in cui vengono abbandonate le persone che stanno scontando una pena. Tutti considerano normale che subire una condanna implichi perdere, oltre alla libertà, anche i diritti più elementari. Quanti Stefano Cucchi devono morire perché la gente cominci a chiedersi se questo è ancora uno stato di diritto? Quanti suicidi, prima che qualcuno dica che c’è una relazione con le condizioni di detenzione? Quanti morti, prima che cominciamo a capire che il diritto a essere trattati da esseri umani non finisce dopo il cancello elettrificato?
18.05.2012 18:30 -
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