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la casta

Nella puntata dell'Infedele a cui ho partecipato ieri sera era stato con ogni probabilità previsto un lungo spazio dedicato ai risvolti sociali, etici e simbolici dell'epilogo volontario di Lucio Magri; in questa prospettiva ho ricevuto l'invito in studio. Poi il governo Monti ha sorprendentemente anticipato la conferenza stampa sulla manovra, costringendo la redazione dell'Infedele a rivedere le sue priorità di scaletta. Da perfetta profana mi sono quindi ritrovata seduta nella puntata "sbagliata", tra politici e persone competenti a vario titolo in economia chiamate a esprimersi sulla serie di provvedimenti con cui Monti spera di convincere i mercati a fidarsi di nuovo dell'Italia.

Ma è proprio da perfetta profana che la lunga intervista a Eugenio Scalfari mi è stata rivelatoria sullo stato dell'arte della prospettiva italiana sul futuro. Osservare il modo in cui uno dei più ascoltati opinion maker progressisti presentava come un dogma l'irreformabilità del sistema economico attuale mi ha mostrato molto bene dove si fonda l'incapacità di una certa sinistra di dare risposte politiche credibili ai bisogni delle persone. La pacifica certezza di Scalfari sull'inamovibilità del nostro modello di sviluppo - manco il mercato fosse un fenomeno naturale - mi ha dato anche l'ennesima prova che alcuni, giunti a una certa età, per quanta autorevole saggezza possano avere alle spalle, hanno comunque esaurito quell'indispensabile capitale di speranza e rabbia che permette ancora di immaginare mondi diversi. All'ipotesi del sovvertimento di regole disumane ventilata da Gad Lerner, lo sguardo di Scalfari si è fatto incredulo: "Le regole sono le regole dell'economia, la domanda e l'offerta... come fai a sovvertirle? Le regole sono il prodotto dell'incontro tra forze di mercato!" ha detto, con buona pace di chi pensa che le regole, per essere eque, debbano essere il prodotto di una volontà politica che le vuole tali a dispetto del mercato, e non il contrario.

Dentro all'angustia di questa visione è comprensibile che persino i provvedimenti di Monti siano apparsi a Scalfari come lungimiranti e benefici "sui figli e i sui nipoti”. Probabilmente non vede il grottesco di una manovra che vorrebbe rifondare il futuro di figli e nipoti pretendendo 41 anni di contributi proprio da quei precari per i quali fare i figli è un lusso da almeno dieci anni. La sinistra che si riconosce nella visione di Scalfari non coglie o non vuole cogliere l'iniquità di un governo che considera urgente tagliare le pensioni ai vecchi e non le folli spese per gli armamenti, aumentare l'iva di chi compra il pane e non il prelievo sui capitali scudati dei grandi evasori, tassare le prime case di tutti e non i patrimoni dei ricchi veri. Nel difendere la cosiddetta "politica dei due tempi" - quello del sacrificio subito e quello dell'ammortizzatore che poi non arriva mai - c'è tutta la colpevole pigrizia etica di una borghesia esangue, disabile al cambiamento e distante anni luce dalle categorie sociali per le quali la crisi non rappresenta per niente un difetto del sistema, ma è invece la sua vera faccia, quella più feroce e avida.

In questo momento l'economia liberista sta chiedendo la testa dei deboli e il governo Monti gliela sta dando - tra le lacrime, ça va sans dire - nel complice silenzio di un parlamento annichilito più dalla propria inadeguatezza che dallo spauracchio dello spread. In Italia l'economia ha commissariato la democrazia, ma anche l'etica, al punto che le ultime tutele alla persona rimaste vengono trattate alla stregua di costi che non ci si può più permettere. In questo clima di ineluttabilità neanche i sindacati fanno davvero paura. Che possa opporsi Bonanni, già complice compiaciuto del metodo Marchionne che ora Monti vorrebbe applicare all'Italia intera, non ci crede proprio nessuno. In confronto alla sterile e rassegnata visione di Scalfari rischia di apparire alternativa persino l'organizzazione del rancore territoriale a cui si stanno predisponendo le regioni del nord Italia, perché quando la politica sacrifica le parti più fragili della comunità alle molte fami dell'economia, tutti cominciano a pensare che si salverà solo chi può.

Il sociologo Aldo Bonomi, che ha brillato nello studio con diversi interventi fuori da questo coro, mi ha regalato poi privatamente la preziosa espressione di comunità di destino, che esprime un concetto assente sia in chi professa come dogmi le regole del mercato che in chi cerca salvezze per ricchi nel PIL delle regioni trainanti. E' un concetto che serve a capire l'abisso tra la realtà che ci è necessaria e quella che invece vorrebbe imporci questa manovra con la complicità di chi la trova ineluttabile e lungimirante. La comunità di destino non è quella di sangue, di suolo e di orgoglio di popolo che nel '900 ha segnato tragicamente la storia dell'occidente, ma è una visione di mondo che riconosce l'identità come un bene mobile, condiviso tra il singolo e la collettività dentro una relazione viva. Non c'è l'economia con le sue regole violente al centro di questo modo di stare insieme, ma c'e la consapevolezza che nulla del destino di dolore, di speranza, di bisogno e di gioia dell'altro può essere considerato come qualcosa che non appartiene al destino di tutti. A chi è cresciuto come me in posti che ponevano il loro baricentro nell'essere umano e nelle sue relazioni, questo concetto sarà di certo familiare.

Sono andata via dallo studio con poca voglia di discutere ancora. E' sin troppo evidente a chi voglia vederlo che chi costruisce o avvalla un mondo in cui il mercato per salvare sè stesso si può permettere di sacrificare le sue comunità di destino, sta costruendo per tutti quelli che restano un destino senza più comunità.

Io non c'ero in piazza sabato. Non è che avessi da fare, no: proprio non volevo esserci. Non sono carente in indignazione, anzi, sono indignata fino al midollo. Ma la fase della messa in scena di rabbie impotenti l'ho superata da un pezzo e non la voglio più supportare. La liturgia dell'indignazione non mi basta più. Cinque anni fa avrei spaccato vetrine anch'io, fracassato macchine, afferrato estintori e urlato di tutto esattamente come ogni donna e ogni uomo vorrebbero fare quando ti rubano il futuro e senti che non ci puoi fare assolutamente niente. Oggi riconosco in quel rituale il sapore di una recita ciclica e anche per questo nessuno mi convincerà mai più a fare la marionetta di un sistema che con la mia rabbia si è tonificato e nella mia violenza ha trovato conferme.

Non è la furia comune, il tamburo sincopato, le facce dipinte e le vetrine spaccate che possono in qualunque maniera spiegare o modificare la condizione di ingiustizia sociale in cui viviamo immersi ora. Le cose che si ottengono con queste modalità sono evidenti: offrire nascondimento ai violenti con la propria sola presenza, porgere strumenti di propaganda ideologica a quanti ti fotograferanno stravolto, stanco e incazzato e metteranno sotto la tua rabbia una scritta che non condividi, ma soprattutto regalare ai media di regime l'opportunità di screditare la giusta rabbia sociale attraverso l'enfasi esasperata dei singoli - e inevitabili, facciamocene una ragione - gesti distruttivi. C'è un'altra conseguenza, se possibile peggiore delle tre messe insieme, ed è regalare a quelli che scendono in piazza la sensazione di star agendo per cambiare le cose urlando gli slogan in faccia a una schiera di disgraziati padri di famiglia in divisa pagati da fame e più impauriti di loro.

A queste condizioni io non mi voglio più indignare.
Voglio fare atti politici.

Ho fatto un atto politico andando sabato pomeriggio a San Sperate dallo scultore Pinuccio Sciola. Abbiamo parlato di donne, di uomini, di madonne e di padri. Qualcuno si è incazzato e agli amici fuori dall'incontro ha detto che ero una femminista degli anni 60, come se fosse un insulto. Qualcuno non ha avuto il coraggio di prendere la parola in pubblico, ma poi è venuto di nascosto a dirmi "grazie, io non so parlare, ma volevo dire di me quello che hai detto tu di te". San Sperate è un paese così: il sabato pomeriggio si lasciano gli orti, i pescheti e gli aranceti per andare lungo le strade a guardare immagini di grandi fotografi o dentro alle chiese ad ascoltare canti e parlare del contenuto dei libri.

Pinuccio, anche se non vuole sentirselo dire, è la prova vivente che un uomo solo, se ragiona al presente plurale, ha in sé le potenzialità per offrire strumenti di cambiamento al modo di pensare di una intera comunità. E' uno che non aveva finito neanche le elementari e oggi, dopo aver cambiato il volto del suo paese guidando alla scultura e alla pittura le mani dei suoi giovani e dei suoi bambini, fa cantare il calcare e il basalto in ogni parte del mondo.

Se quell'uomo è mai sceso in piazza, lo ha fatto sempre per mostrare ai suoi paesani in che modo i muri delle loro case potevano diventare pagine di civiltà e bellezza che chiunque avrebbe potuto fermarsi a leggere. Pinuccio sa che chi vede la bellezza su quei muri crescerà pensando di esserne degno e nessuno lo convincerà mai più che può accontentarsi di un mondo brutto o mediocre. Pinuccio Sciola ha fatto questa enorme differenza politica usando solo l'arte, quella cosa misteriosa che spesso ha giudicato i giudici, chiesto vendetta per gli innocenti e mostrato al futuro quel che il passato ha sofferto, così che non lo si è più dimenticato. Quando si fa questo, qualunque ne sia la forma, i potenti hanno paura. (J. Berger Scheiwiller)

Ha fatto questo la costruzione della retorica dell'indignato?
Se non ha fatto questo, non ha fatto niente.

Voracit

Questo editoriale l'ho scritto per Il Fatto Quotidiano

“Fai l’accordo mangiando tutto quello che devi mangiare”. Non è una frase estratta dal manuale di fraseggio del piccolo truffatore, ma il frammento di una conversazione sincera tra potenti veri. Chi la pronuncia è Luigi Bisignani, l’ormai noto faccendiere milanese che dava ordini a mezzo parlamento e faceva fare anticamera all’altra metà. Chi la ascolta e ne fa tesoro non è un ladruncolo di polli, ma Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, uno dei manager più potenti d’Italia. Bisignani gli suggerisce di ripeterla la sera stessa a Silvio Berlusconi come consiglio da seguire nel rapporto con i finiani, allora in piena emorragia dal PdL. Ma è una frase che ha in sé una sua perfezione senza tempo: è una didascalia permanente di quel che sta succedendo in Italia da anni, comprese le ultime tre settimane. Napoli che viene abbandonata al suo degrado dopo essere stata terra di saccheggio senza scrupoli non è vittima di sé stessa, come ringhiano i leghisti per motivare i propri egoismi sociali, ma di una voracità che non conosce patrie: anche lì un accordo è stato fatto e qualcuno ha mangiato tutto quel che doveva mangiare. I rifiuti per strada sono gli scarti di un pasto consumato sguaiatamente a bocca aperta e mani unte. Anche la manovra appena varata da Tremonti si annuncia come un diversivo per non disturbare le solite digestioni: minimi i provvedimenti per i ricchi veri, nessuno contro i privilegi dei politici, ma prelievi sui deboli con il ticket sanitario e ancora salassi a comuni e regioni, costretti a tagliare a loro volta sui servizi ai cittadini. Anche lì un accordo è stato fatto: chi pasteggiava a champagne da questa manovra non ha nulla da temere. Quale piatto difendono i manganelli in Val di Susa? Chi divora le risorse che vengono ancora sottratte alla scuola? Quale bocca sbrana i contributi senza ritorno dei precari e il prezzo dei diritti dei lavoratori ceduti agli industriali in nome della “ripresa”? Persino agli operai delle fabbrichette si è riusciti a far credere che licenziando le donne il loro posto sarà assicurato; infatti non hanno scioperato per difenderle. Alla scuola del trogolo anche i cani bastonati si convincono di dover agire da maiali.

berlusconiQuesto l'ho scritto per il Fatto Quotidiano del 14 giugno.

Questo referendum verrà ricordato come quello dei quattro “sì”, ma in realtà quello che è emerso dalle urne fa risuonare per le strade il suono cristallino di tre potenti “no”, ciascuno da leggere su un piano diverso. Il più evidente è la conseguenza dei quesiti: ora nessuno potrà contestare la volontà popolare di riprendersi il diritto all'acqua come bene pubblico non mercificabile, avere un futuro energetico senza nucleare e soprattutto stare sotto una legge che non consideri nessun cittadino più uguale degli altri, meno che mai quello che li rappresenta tutti. Il secondo piano di lettura è altrettanto chiaro: questo risultato è l'ennesimo segnale di insofferenza popolare verso il governo in carica e in particolar modo verso la persona di Silvio Berlusconi, che aveva cercato con ogni mezzo di liberarsi in corsa della patata bollente nucleare nella speranza di far fallire il quorum all'unico quesito che gli stava davvero a cuore: quello sul legittimo impedimento. Infine - ed è un dato con il quale sarà bene che impari a fare i conti tutta la casta politica di questo paese, sinistra compresa - dopo anni di assenteismo elettorale e schede bianche brilla la ritrovata voglia delle persone di dire la propria democraticamente. L'affluenza festosa a questo referendum è una vittoria popolare contro il tentativo di demotivare i cittadini alla partecipazione politica diretta, sia ostacolando il loro accesso al voto con una informazione scarsa e confusa, sia con il furbo dribbling legislativo per far apparire “inutile” il quesito sul nucleare. La gente è andata alle urne nonostante gli ostacoli e ci ha permesso di assistere, come già alle recenti amministrative, a una commovente liturgia laica, dove prima si è andati a votare e poi si è scesi in piazza a trasformare il singolo voto segreto in un atto di giubilo collettivo. C'è voglia di amicizia civica. Inutile che Berlusconi ripeta ossessivamente che questo referendum non cambia niente: per uno che si è sempre fatto forte di un consenso “imbarazzante” questo voto cambia tutto. Mostra che sul piano politico il presidente del consiglio è ormai un morto che cammina, tanto che i suoi servi già temono che la parabola si chiuda con una piazzale Loreto giudiziaria. Esagerati: gli abbiamo dimostrato che per farla finita ci basta andare a votare.

"Chi ha visto me, ha visto il Padre. Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse"

Vangelo di Giovanni
© Simone Esposito by CAOS (Catholic Action Old School)

circa 1 ora fa ahi si ti pigu, ahi ahi si ti pigu... #sardiniaconnection
circa 13 ore fa http://t.co/Na8GB979 (Sui rimpianti in punto di morte, in Inghilterra e anche in Italia. Traduzione approssimativa.)
circa 19 ore fa @FrancescoAbate @insopportabile Fill'e anima. Voleva dire fill'e anima.
circa 20 ore fa @alepallo @MelogNicoletti Mellon amin, sei un provocatore nato.
circa 21 ore fa A chi non vorrebbe mai che suo figlio vedesse bambini handicappati. http://t.co/gcOzsQsr @MelogNicoletti
circa 1 giorno fa @paolaturci "Il sud di Marcello Murru attraversa il cuore e lascia tracce calde. Lo vorrei a Gavoi." :*
circa 1 giorno fa Biancaneve e altre brutte storie di donne (al cinema e non). @LaLipperini http://t.co/QYitJT9y
circa 1 giorno fa http://t.co/lI3UyEqq Farsi del bene con Marcello Murru è un ottimo antidoto al freddo. Meraviglioso il suo sud.
circa 1 giorno fa @AntonioBachis Ti chiameranno 5 bravi ragazzi, li mando io. Avranno un'offerta che non potrai rifiutare. Non aggiungo altro.
circa 2 giorni fa Se Obama balla in tv è disinvolto e pop, se lo facesse Monti penseremo che è impazzito. L'American way certe volte va preso con le molle.
circa 2 giorni fa @R_De_Santis Io uno come Pili preferirei parlasse e basta. E' quando comincia a fare che mi preoccupo. L'elenco delle leggi che ha votato!
circa 2 giorni fa @arcanavera Il mio problema è che non mi possopiù nemmeno permettere una battutaccia su FB senza che uno di questi esca di testa. :D
circa 2 giorni fa @arcanavera Io sono senza parole. Non dico più niente, che qui è sparare sulla croce rossa.
circa 2 giorni fa @giuseppepala88 Confesso: stamattina non sto combinando niente, non riesco a smettere di ridere. Adesso esco e mi compro l'Unione sarda.
circa 3 giorni fa Svegliarsi e scoprire di essere protagonista di un combattimento interstellare. http://t.co/XUqhy3ku Grazie, onorevole Mauro Pili!
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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