Scritto per Gioia del 29 novembre 2010
La migliore tradizione del giornalismo italiano vuole che l’attenzione sia costantemente centrata sull’attualità dei problemi del paese, e infatti quelli trascorsi sono stati giorni di cronache continue sul precariato: operai in bilico sulla gru che gridano “diritti anche a me!”, giornaliste di grandi testate che fanno sciopero della fame nella speranza vana di vedersi stabilizzare dopo anni di incertezze, ministre che danno il mese di preavviso per protestare contro la precarietà delle condizioni di lavoro nel governo… è un dramma nazionale, che però non deve renderci egoisti al punto da dimenticare altri scandalosi episodi di precarietà oltre confine. Proprio in questi giorni vediamo infatti risolversi, dopo anni di incertezze e promesse mancate, il dramma umano e professionale di una giovane donna che ha pagato sulla sua pelle il prezzo amaro della precarietà. La ragazza si chiama Kate Middleton, e sapere che c’è la parola “middle” dentro al suo cognome la rende ancora più rappresentativa della media delle donne della sua età, generazione di lavoratrici determinate a trasformare il sogno di una vita in una solida realtà. Figlia di commercianti, nipote di minatori, Kate è l’incarnazione della mobilità sociale: in lei c’è la prova che anche partendo dal basso si può puntare alle stelle, basta avere pazienza e buona volontà. Non è l’ambizione che fa la differenza, e infatti Kate non ha puntato ad Oxford o a Cambridge come fanno i più scontati arrampicatori sociali; ha saputo accontentarsi invece di una piccola università in Scozia, dove il destino ha premiato inaspettatamente tanta umiltà: per purissimo caso tra quelle mura studiava infatti anche un giovane di bell’aspetto, tal William Windsor, con il quale subito esplose il sentimento. Capita di avere queste fulminazioni da giovani, credere in un orizzonte possibile, in un mestiere appagante e pagato, in una famiglia normale possibilmente prima della menopausa. Ma come poteva sapere la povera Kate che quel ragazzone tendente all’alopecia e con l’aria un po’ tonta fosse il secondo in linea di successione al trono di Inghilterra? Laddove un’altra avrebbe avuto partita facile, fidanzamento rapido e un posto fisso da consorte in una favola mite con giardinetto, bambini e cane, per Kate comincia invece il calvario della vita. William le propone infatti una nuova tipologia di rapporto, più infido e incerto di quello tradizionale: fare la fidanzata a progetto. Princess-in-waiting, si chiama così questo contratto nel Regno Unito, a comprova che inventarsi nomi lusinghieri per lavori improponibili non è un’ipocrisia solo italiana. Il contratto della povera Kate consisteva infatti in una collaborazione coordinata e continuativa con una serie di compiti obbligati niente affatto semplici: mostrarsi perfettamente in tiro in posti noiosissimi come serate di beneficienza e cene di gala, sorridere con aria partecipe a vecchie babbione sorde e piene di orpelli e seguire William ramificata al suo braccio lungo uno spettro geografico compreso tra la savana keniota e lo stadio di Wimbledon. Mai un bicchiere di troppo, mai una gonna più corta, mai una confidenza sbagliata né un cedimento emotivo. Zero contributi pensionistici, ferie solo se e quando le ha William, impensabili le assenze per malattia e di maternità ovviamente neanche a parlarne. Quello che altrove sarebbe stato un lavoro strapagato, per Kate si rivela una trappola non redditizia: il suo è un contratto pilota, un apprendistato verso una professione ambita e specializzatissima, e dunque in cambio di tanta formazione non può aspettarsi di essere retribuita. Ma stai tranquilla, le avranno detto, questa cosa ti fa curriculum. Kate però tanto tranquilla non era, perché di anno in anno le appariva sempre più chiara la natura esatta di quell’eterno stage, dove la durezza dell’apprendistato non dava comunque nessuna garanzia di stabilizzazione futura. Le altre si sposavano e facevano figli, trovavano lavori forse meno prestigiosi ma almeno pagati, e infatti compravano cani e casette con giardino; la princess in waiting invece caracollava con in testa un cappello improbabile e il tacco dodici infilato tra lo sterco dei puzzolenti cavalli di Ascott, più precaria che mai. Con il passare del tempo i tabloid inglesi, che non la lasciavano in pace un minuto, insinuavano di continuo la possibilità che un’altra più giovane, più flessibile o più carina si potesse avvicendare al suo posto strappandole al photofinish la firma sul contratto stabile. Persino la nonna di William, forse intenerita da quella vessazione, si sentì in dovere di suggerirle di trovarsi un altro lavoro per integrare. Ma nel 2005 Kate, stanca di quella situazione di precarietà, fa un gesto rivoluzionario: entra in sciopero. Non fa lo sciopero della fame e non si arrampica su una gru: non è il suo stile. Opta piuttosto per un dignitoso e silenzioso strike, probabilmente sancito da una lettera che mi piace immaginare così: Caro Willy, per cinque anni sono stata la tua principessa stagista prestandomi praticamente a tutto. Non ho protestato, non ho accettato altre offerte e ho sempre dato il massimo, e anche se non mi hai dato un soldo sono riuscita a farmi mettere persino nella lista delle donne più eleganti del mondo secondo Vanity Fair. Ma quanto deve durare questa manfrina dello stage prima che si arrivi al posto fisso? Io mi sono stancata di aspettare: stabilizzami o inizio a mandare curriculum in giro. Dicono che la lotta sindacale non paga ed è fuori tempo massimo, ma intanto pare che Will e Kate si sposino l'estate prossima. C'è speranza per tutti.
Pero' signora Murgia www.st-andrews.ac.uk/l'universita' di St Andrew dove Kate ed il prince si sono conosciuti (e laureati) e' antichissima e molto MOLTO prestigiosa.
18.05.2012 18:30 -
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