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cavallino rampante

Questo editoriale è comparso sull'Unità del 9 giugno 2011

Una visita a Maranello può insegnare tante cose e non tutte riguardano i motori, nonostante la Ferrari incomba ovunque come un colorato genius loci. La presenza dell'azienda va oltre il cavallo rampante in bronzo che smista il traffico o l'acqua della fontana cittadina, colorata dalla stessa sfumatura di rubino della carrozzeria delle fuoriserie. Gli stabilimenti Ferrari occupano due terzi del suolo abitato del comune, la cui economia gli è legata mani e piedi. In altre paesi che si sono identificati con il destino di una sola azienda è possibile intravedere anche segni di altra natura. La biblioteca comunale De Benedetti di Ivrea. I verdissimi interventi architettonici a Rosignano Solvay. Invece la Ferrari a Maranello non ha costruito niente oltre ai suoi stabilimenti. Persino la galleria Ferrari – 220 mila visitatori all'anno per tredici euro di biglietto – l'ha edificata il comune di Maranello prima di darla in gestione all'azienda. Solo l'anno scorso per la prima volta l'azienda ha offerto ai figli dei dipendenti un piccolo servizio di nido.

Nessuno trova niente di scandaloso in questo, perché Maranello è la metafora perfetta del nuovo rapporto tra impresa e responsabilità sociale.

Nessuno si aspetta più che le aziende debbano lasciare sul territorio qualcosa di diverso dagli stipendi. Anzi, è il territorio che deve essere disposto a sacrificare qualcosa – la sua integrità naturale, la sua struttura sociale, se necessario i diritti acquisiti – per consentire all'impresa di continuare a dare lavoro alle sue condizioni. Lo stato sociale, che le politiche di questo governo hanno tagliato del 78%, non è considerato più un bene di tutti. Il rapporto annuale della CGIL sui diritti globali rileva che molti italiani ormai lo percepiscono come legato a un criterio di merito, che esclude proprio le fasce che non possono contribuirvi. È lecito pensare che la manovra fiscale appena decisa nel vertice segreto di Arcore tra Berlusconi, Tremonti e Bossi andrà in questa direzione, perché rappresenta il tentativo estremo di salvare un consenso ormai in caduta libera compiacendo i settori sociali vicini alla destra liberista.

La scelta di fare questa riforma proprio adesso che la crisi interna al governo è al calor bianco da un lato intercetta le pressioni di Confindustria che chiede una moratoria nella lotta all'evazione fiscale, cioè al proprio contributo alla spesa sociale, ma con ogni probabilità accoglierà anche le spinte dei nuovi capitani di industria alla Marchionne, pronti a mordere i frutti dello sforzo del manager svizzero di ottenere per la Fiat regole diverse da quelle del contratto nazionale del lavoro. La ricetta berlusconiana per la rinascita economica del paese rischia di avere come prospettiva la definitiva frantumazione del patto sociale tra i forti e i deboli, tra lo Stato e l'impresa, tra il vantaggio dei singoli e il bene di una intera comunità.

Questo articolo è uscito sulla prima pagina del Fatto Quotidiano del 12 maggio 2010

Non sono solo tardive, ma anche pelose le scuse del direttore generale di Confindustria Giampaolo Galli per l’applauso riservato all’amministratore della Thyssen dalla platea dei confindustriali riunita a Bergamo sabato scorso. La naturalezza con cui è scattata la solidarietà di categoria a dispetto della sentenza di condanna non si cancella con una pezza messa lì nella speranza di spegnere la sacrosanta indignazione dei familiari delle vittime e dell’opinione pubblica. Meglio avrebbe fatto Galli a tacere piuttosto che dire che sì, quell’applauso era inopportuno, ma che va “capito, perché è spontaneo in una platea di imprenditori”. Sulla base di cosa dovrebbe apparirci comprensibile il sostegno degli industriali a un’azienda condannata per l’omicidio volontario di sette dei suoi operai? Il tribunale che ha sancito le responsabilità della Thyssen ha applicato la stessa logica con cui si condanna per omicidio volontario anche chi ha causato la morte di qualcuno passando deliberatamente con il semaforo rosso. I vertici dell’Automobile Club d’Italia applaudirebbero mai un guidatore che ha ucciso un innocente ignorando un segnale di stop? Non ci apparirebbe grottesco il presidente dell’ACI se dicesse che quella condanna allontanerà gli automobilisti dalle strade d’Italia? Invece l’indulgenza con cui gli stati generali della Confindustria hanno assolto a suon di applausi il comportamento omicida del loro associato fa temere che dove si condividono gli applausi si condividano anche i silenzi. Risuona ancora quello che ha circondato la morte del venticinquenne siciliano Pierpaolo Pulvirenti, studente in Farmacia che un mese fa credeva di pagarsi le ferie estive con un lavoro interinale di venti giorni alla raffineria Saras di Sarroch, di proprietà dei fratelli Moratti. Mandato a pulire una cisterna dopo appena un paio d’ore di addestramento, Pierpaolo è morto con i polmoni bruciati dal gas. Emma Marcegaglia allora disse che era “una grande tragedia”, commento più adatto a un’opera shakespeariana. Se i confindustriali distinguessero bene tra la definizione tutta teatrale di tragedia e quella più giuridica di omicidio, gli applausi forse verrebbero meno spontanei.      

 

Questo l'ho scritto per L'altra Sardegna, il mensile della CGIL sarda.

 

Lo confesso proprio qui, come un punto di partenza: sono stata una lavoratrice precaria troppo a lungo per aver maturato con il sindacato un rapporto di reale fiducia. Gli organi tradizionali di rappresentanza non avevano cittadinanza nelle terre del lavoro invisibile dove camminavamo io e i miei colleghi: erano inesistenti laddove si perpetravano le vessazioni e ci apparivano troppo rigidi nelle strutture e nei metodi per potersi adattare al nostro pericolante equilibrio contrattuale. Noi, che stentavamo persino a confessarci l’un l’altro quanto quel modo di lavorare ci precarizzasse le scelte e i sogni, non avremmo mai concepito per noi stessi una rappresentanza sindacale: sarebbe equivalso a dire che qualcosa non andava, e la negazione del dissenso era parte non scritta del nostro contratto. Del resto, lamentarsi delle condizioni di lavoro nella provincia sarda con i più alti tassi di disoccupazione dell’isola sarebbe sembrato a tutti di cattivo gusto, a prescindere da quanto ci pagassero o ci vessassero, e quindi tacevamo. Al massimo ci licenziavamo, ma senza dire mai il vero motivo. Ognuno di noi aveva la percezione chiara della propria solitudine davanti alla difficoltà, ed era convinto che l’unica mano su cui poteva contare stesse attaccata all’estremità del proprio braccio. Fu una scuola formidabile per apprendere una volta per tutte che l’organizzazione di meccaniche individualiste produce - in maniera automatica e in tempi sorprendente brevi - una generazione di individui che si concepiscono come unica misura di sé stessi. È sufficiente frantumare i fronti, generare interessi diversi in categorie omogenee, per fare in modo che ogni movimento del sistema produttivo induca le persone a concentrare le forze solo sulla propria sopravvivenza. Una volta normalizzati e resi organici anche gli spazi tradizionali di organizzazione del contrasto, prime tra tutti le forze sindacali, chi si sentirebbe abbastanza eroe da affrontare i mulini a vento? Ed è di eroi che abbiamo bisogno per ottenere quello che avevamo già? Basterebbe essere solidali, ma è raro che nascano solidarietà in mondi come quello in cui stiamo vivendo, che è precario non più solo per i precari; il contratto individuale genera individualisti, persone incapaci di pensare al plurale anche quando sono in gioco beni collettivi, e questo individualismo si allarga ben oltre il contesto strettamente professionale. Noi, privi di una memoria storica sulle lotte sindacali, non avevamo gli strumenti per capire che il call center, con le sue postazioni a isola dove lavorare contemporaneamente non ha mai voluto dire lavorare insieme, era la metafora del nostro modo di stare al mondo: non talenti unici, come volevano farci credere nelle sezioni di formazione motivazionale, ma semplicemente, tragicamente soli. I nuovi contratti hanno generato una mutazione antropologica che prescinde dal lavoro in sé, perché hanno intaccato, prima ancora che i diritti, i livelli di coscienza dei nuovi lavoratori. Per consentire la scomparsa dei diritti di alcuni c’è voluto l’assenso muto di tutta una generazione di lavoratori garantiti, e da più parti è sorto il dubbio che il sindacato davanti a queste dinamiche abbia buttato a mare la sua parte più socialmente conflittuale per salvare sé stesso come organizzazione. L’accordo di Pomigliano ha confermato che questo pensiero non era solo un sospetto, e oggi il timore è che la diga, crepata nella sua colonna portante, ceda rovinosamente lasciandosi a valle molti più sommersi che salvati.

Eppure qualcosa da salvare c’è: la mia generazione non ha ancora rinunciato del tutto a cercare interlocutori, a immaginare sostegno nei padri e nei fratelli maggiori, a sognare di poter nuovamente pronunciare la parola “noi” senza sentirci dentro l’eco vuota della retorica. La partita è aperta finché il sindacato sceglie di restare nella storia di questo paese senza scorciatoie né calcoli di piccolo cabotaggio. Ogni volta che farà gesti coraggiosi troverà al suo fianco anche i nuovi lavoratori, quelli meno garantiti. Ma dovrà essere capace di insegnare loro ancora una volta che gli unici diritti che abbiamo sono quelli che siamo in grado di difendere.

 

Questa riflessione è stata scritta per Affari Italiani.

 

Il caso di Paola Caruso, la collaboratrice precaria del Corriere che ha iniziato lo sciopero della fame quando dopo sette anni le è stato detto che non sarebbe mai stata assunta, sta trovando in rete reazioni contraddittorie. Da un lato c’è chi sostiene che la sua battaglia è quella di una intera generazione che non riesce a progettarsi il futuro. Dall’altro c’è chi dice che non si può usare la minaccia dell’autolesionismo per chiedere per sé quello che altri attendono senza fare storie, magari invecchiandoci su. Non ho dubbi su da che parte stare: quando un sistema ti usa per quel che servi e fa finta di non vedere quello che invece serve a te, tutti i mezzi legali sono leciti per farglielo notare, anche quello che sta scegliendo Paola. Anziché riflettere sulle condizioni che possono spingere una persona ad affamarsi per chiedere diritti, si preferisce spostare l’ago dell’attenzione sul gesto in sé, sul suo estremismo, come se ad essere estreme non fossero invece le condizioni di una persona che lavora allo stesso “progetto” da sette anni senza ferie, malattie e diritti, con la sola promessa di un rinnovo. Forse. Se non c’è la crisi. Vediamo. Aspetta. Paola di aspettare si è stancata, e credo che ne abbia anche il diritto. Come si sono stancati quei cinque operai che stanno da due settimane sulla gru a Brescia, a 35 metri di altezza, chiedendo regolarizzazione come cittadini e come lavoratori di un mestiere che fanno in nero da anni.

Il governo a queste persone ha già dato la sua risposta: lo saprà Paola che il ministro Maroni è il primo firmatario di quella legge 30 che permette il rinnovo infinito della sua assunzione precaria? Lo sapranno gli uomini sulla gru che è stato il ministro Maroni a decidere che la loro non è una questione politica, ma di ordine pubblico? Per questo le centinaia di persone che hanno fatto presidio sotto la gru per sostenere la lotta di quegli uomini si sono trovate contro i poliziotti in tenuta anti-sommossa: perché sia chiaro il concetto che chiedere diritti e causare disordini agli occhi del ministro degli Interni sono la stessa cosa. In questa visione miope e socialmente suicida ha pienamente senso che al tavolo delle concertazioni per questo governo ci sia posto solo per i sindacati amici, quelli che non rompono troppo le palle, che chiedono cinque per ottenere uno, che hanno troppe posizioni di rendita per farsi carico della rappresentanza di chi socialmente non rappresenta niente. A Maroni e a Sacconi come interlocutore va benissimo un Buonanni, uno che da segretario della Cisl può persino permettersi di non essere informato del fatto che il giorno prima sono morti sette operai in un incidente in una fabbrica. Era in riunione, ha detto. Anche al Corriere avranno fatto una riunione per decidere come sistemare la questione di quelli come Paola. Magari quando finiscono ci avvisano. Forse. Se non c’è la crisi. Vediamo. Aspettiamo.

un noto venditore di aspirapolveri

Sei e-mail con questo esatto titolo sono comparse nella mia casella di posta tra ieri sera e stamattina, per dirmi che a Firenze in una concessionaria Kirby frustavano le telefoniste e le minacciavano psicologicamente, proprio come ne Il mondo deve sapere.

 

Non ci sono commenti, è tutto noto, ci si chiede solo come sia possibile che continui a succedere (infatti l'unica mail che non si intitolava così aveva per oggetto "il mondo sa ma non gli frega un cazzo"). Su Facebook qualcuno se lo spiega con la crisi. Vorrei che fosse vero, se non fosse che so benissimo che lavorare in quei posti non fa pagare i conti a nessuno. Luoghi come la Kirby esisteranno in qualunque congiuntura economica, perché non si reggono su dinamiche di mercato, ma su basi ideologiche. La retorica del vincente, la religione del risultato, la coercizione "motivazionale" sono strumenti trasversali, non sono brevetti Kirby certificati Nasa. Li puoi trovare in bocca a un imbonitore che vende aspirapolveri esattamente come nel discorso di un politico che parla da un predellino. La cosa che dovremmo davvero cercare di spiegarci è perché quest'ultimo governi, mentre alla Kirby di Firenze arrivano i carabinieri con accuse di truffa.

circa 1 ora fa ahi si ti pigu, ahi ahi si ti pigu... #sardiniaconnection
circa 13 ore fa http://t.co/Na8GB979 (Sui rimpianti in punto di morte, in Inghilterra e anche in Italia. Traduzione approssimativa.)
circa 19 ore fa @FrancescoAbate @insopportabile Fill'e anima. Voleva dire fill'e anima.
circa 20 ore fa @alepallo @MelogNicoletti Mellon amin, sei un provocatore nato.
circa 20 ore fa A chi non vorrebbe mai che suo figlio vedesse bambini handicappati. http://t.co/gcOzsQsr @MelogNicoletti
circa 1 giorno fa @paolaturci "Il sud di Marcello Murru attraversa il cuore e lascia tracce calde. Lo vorrei a Gavoi." :*
circa 1 giorno fa Biancaneve e altre brutte storie di donne (al cinema e non). @LaLipperini http://t.co/QYitJT9y
circa 1 giorno fa http://t.co/lI3UyEqq Farsi del bene con Marcello Murru è un ottimo antidoto al freddo. Meraviglioso il suo sud.
circa 1 giorno fa @AntonioBachis Ti chiameranno 5 bravi ragazzi, li mando io. Avranno un'offerta che non potrai rifiutare. Non aggiungo altro.
circa 2 giorni fa Se Obama balla in tv è disinvolto e pop, se lo facesse Monti penseremo che è impazzito. L'American way certe volte va preso con le molle.
circa 2 giorni fa @R_De_Santis Io uno come Pili preferirei parlasse e basta. E' quando comincia a fare che mi preoccupo. L'elenco delle leggi che ha votato!
circa 2 giorni fa @arcanavera Il mio problema è che non mi possopiù nemmeno permettere una battutaccia su FB senza che uno di questi esca di testa. :D
circa 2 giorni fa @arcanavera Io sono senza parole. Non dico più niente, che qui è sparare sulla croce rossa.
circa 2 giorni fa @giuseppepala88 Confesso: stamattina non sto combinando niente, non riesco a smettere di ridere. Adesso esco e mi compro l'Unione sarda.
circa 3 giorni fa Svegliarsi e scoprire di essere protagonista di un combattimento interstellare. http://t.co/XUqhy3ku Grazie, onorevole Mauro Pili!
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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