
Questa riflessione è stata scritta per Affari Italiani.
Il caso di Paola Caruso, la collaboratrice precaria del Corriere che ha iniziato lo sciopero della fame quando dopo sette anni le è stato detto che non sarebbe mai stata assunta, sta trovando in rete reazioni contraddittorie. Da un lato c’è chi sostiene che la sua battaglia è quella di una intera generazione che non riesce a progettarsi il futuro. Dall’altro c’è chi dice che non si può usare la minaccia dell’autolesionismo per chiedere per sé quello che altri attendono senza fare storie, magari invecchiandoci su. Non ho dubbi su da che parte stare: quando un sistema ti usa per quel che servi e fa finta di non vedere quello che invece serve a te, tutti i mezzi legali sono leciti per farglielo notare, anche quello che sta scegliendo Paola. Anziché riflettere sulle condizioni che possono spingere una persona ad affamarsi per chiedere diritti, si preferisce spostare l’ago dell’attenzione sul gesto in sé, sul suo estremismo, come se ad essere estreme non fossero invece le condizioni di una persona che lavora allo stesso “progetto” da sette anni senza ferie, malattie e diritti, con la sola promessa di un rinnovo. Forse. Se non c’è la crisi. Vediamo. Aspetta. Paola di aspettare si è stancata, e credo che ne abbia anche il diritto. Come si sono stancati quei cinque operai che stanno da due settimane sulla gru a Brescia, a 35 metri di altezza, chiedendo regolarizzazione come cittadini e come lavoratori di un mestiere che fanno in nero da anni.
Il governo a queste persone ha già dato la sua risposta: lo saprà Paola che il ministro Maroni è il primo firmatario di quella legge 30 che permette il rinnovo infinito della sua assunzione precaria? Lo sapranno gli uomini sulla gru che è stato il ministro Maroni a decidere che la loro non è una questione politica, ma di ordine pubblico? Per questo le centinaia di persone che hanno fatto presidio sotto la gru per sostenere la lotta di quegli uomini si sono trovate contro i poliziotti in tenuta anti-sommossa: perché sia chiaro il concetto che chiedere diritti e causare disordini agli occhi del ministro degli Interni sono la stessa cosa. In questa visione miope e socialmente suicida ha pienamente senso che al tavolo delle concertazioni per questo governo ci sia posto solo per i sindacati amici, quelli che non rompono troppo le palle, che chiedono cinque per ottenere uno, che hanno troppe posizioni di rendita per farsi carico della rappresentanza di chi socialmente non rappresenta niente. A Maroni e a Sacconi come interlocutore va benissimo un Buonanni, uno che da segretario della Cisl può persino permettersi di non essere informato del fatto che il giorno prima sono morti sette operai in un incidente in una fabbrica. Era in riunione, ha detto. Anche al Corriere avranno fatto una riunione per decidere come sistemare la questione di quelli come Paola. Magari quando finiscono ci avvisano. Forse. Se non c’è la crisi. Vediamo. Aspettiamo.
Cari colleghi, Al direttore Ferruccio De Bortoli al condirettore Luciano Fontana ai dottori Giulio Lattanzi,Vito Ribaudo, Roberto Lorenzi Abbiamo appreso da fonti esterne al giornale, che non abbiamo avuto modo di verificare, che Paola Caruso, collaboratrice dell’inserto Corriere Economia, ha divulgato su Facebook l’avvio di uno sciopero della fame per protesta contro l’assunzione al Corriere di un altro collaboratore proveniente da una scuola di giornalismo. Poiché non c’è stata alcuna richiesta di ‘deroga’ dalle regole sullo Stato di crisi da parte vostra, immaginiamo che si tratti di un contratto di collaborazione, ma anche su questo sarebbe comunque necessario fare chiarezza, perché l’uso smodato di collaboratori crea illusioni nei colleghi e distorsioni nel lavoro. Il Cdr si è attivato per contattare direttamente la collega e affrontare insieme la situazione, per tutelarne la salute e i diritti. Il contratto in questione sarebbe mirato a realizzare parti del canale Internet dedicato all’Economia. E come sai i nostri accordi impediscono a chiunque non sia assunto di accedere al nostro sistema editoriale, sia quello dell’edizione cartacea sia quello online. Non sappiamo se tutto ciò, o solo una parte di questo, corrisponda al vero, ci preme però fare chiarezza al più presto. Sottolineiamo che Cdr, Direzione e Azienda sono impegnati da un mese e mezzo in una complessa vertenza per allargare i contenuti multimediali e l’offerta online del Corriere della Sera. La trattativa si è finalmente aperta su richiesta della Direzione dopo che per 4 anni le domande di Cdr e Redazione sul futuro multimediale del Corriere erano state puntualmente ignorate. Per noi non sarebbe accettabile, che proprio mentre si discute ad un tavolo sindacale su come realizzare i futuri canali Internet del Corriere, questi vengano appaltati all’esterno scavalcando ogni trattativa e con modalità assolutamente discutibili. Chiediamo un incontro urgente sia alla direzione sia all’azienda per fare chiarezza su questa vicenda che, se confermata, anche dal punto di vista umano e non solo sindacale, ha risvolti dolorosi e inquietanti. Il Cdr
Certo che non esistono precari di serie A e di serie B, ma è inevitabile che mettere la gente a lavorare a queste condizioni scateni la più ovvia delle guerre tra poveri.
La notizia in questa vicenda quale è? Che la Caruso non stia mangiando? Che il collega sia o non sia titolato? Che lei abbia 7 anni di co.co.pro o 5+2? Oppure che in questo paese la gente debba arrampicarsi su una gru, privarsi del cibo o minacciare di uccidersi per far ascoltare un disagio collettivo (anche se esposto per ragioni personalissime e non sempre generose)?
Citazione Michela Murgia:Certo che non esistono precari di serie A e di serie B, ma è inevitabile che mettere la gente a lavorare a queste condizioni scateni la più ovvia delle guerre tra poveri.
La notizia in questa vicenda quale è? Che la Caruso non stia mangiando? Che il collega sia o non sia titolato? Che lei abbia 7 anni di co.co.pro o 5+2? Oppure che in questo paese la gente debba arrampicarsi su una gru, privarsi del cibo o minacciare di uccidersi per far ascoltare un disagio collettivo (anche se esposto per ragioni personalissime e non sempre generose)?
Questo è il nocciolo della questione, secondo me.
Attenzione a spostare il focus sul particolare e contingente caso specifico. Il problema è generalizzato e investe non solo l'Italia, ma l'intero mondo "occidentale", l'economia-mondo centrata su New York, entrata in crisi tra 1971 e 1973.
La divaricazione evidente tra democrazia e capitale assume caratteri dirompenti anche nei paesi guida della Modernità, ormai in affanno rispetto a chi tale separazione la presume e la rende sistematica (Cina su tutti). Con buona pace degli ideologi della fine della storia (in nome della vittoria definitiva del sistema capitalista e delle democrazie rappresentative come unico orizzonte storico possibile).
Il buon vecchio Carletto Marx avrebbe di che rimproverarci: "Io ve l'avevo detto!". Ma anche tra di noi - senza scomodare i morti - studiano, elaborano e condividono idee critiche su questo andazzo fior fior di pensatori economici e politici (Stiglitz, Amartya Sen, Fitoussi, Latouche, Zizek e compagnia cantante).
Il precariato non è un problema contingente, ma la risposta sistemica di un capitale a corto di strategie per tenere sufficientemente alto il saggio di profitto, in un mondo dalle risorse limitate e in via di esaurimento, nonché ormai abbondantemente saturato di cose inutili e di immondizia.
Il lavoro (inteso come impiego), grande scoperta della Modernità, è finito. O scindiamo, inventandoci una transizione umanamente sopportabile, la prestazione della propria opera e della propria fatica dal salario (o dallo stipendio) che se ne riceverebbe in cambio, oppure non se ne esce.
Nel frattempo, sarebbe meglio tenerci stretti i diritti che le generazioni passate, approfittando di una congiuntura storica favorevole e probabilmente irripetibile nel breve e medio periodo, sono riuscite a guadagnarsi.
Non sono assolutamente daccordo con quest'analisi Omar. Massimo rispetto per le tue idee, ma alcune non le condivido proprio.
L'imprenditore padrone e cattivo? Il sistema capitalistico fallito (e Marx che dice "te l'avevo detto io!")? Il saggio di profitto indicato come qualcosa che assomiglia ad una parolaccia? Mi spiace, ma è un'analisi che ha un sapore molto ideologico che non condivido, specie quando parliamo di ideologie (capitalismo e comunismo) del millennio scorso. A meno che non l'abbia capita bene, nel qual caso ti prego di correggermi.
Il problema che non si sta considerando è uno ed uno solo: il sistema economico cambia e cambia in maniera veloce.
Quali sono le leggi che consentono al sistema economico di adattarsi più velocemente ai cambiamenti? Quelle che consentono agilità. Tutto qui.
L'unico contratto esistente dovrebbe essere il tempo indeterminato, ma il sistema legislativo/giudiziario dovrebbe garantire all'imprenditore abbastanza agilità da adattarsi ai cambiamenti.
tanto per intenderci:
- i primi siti erano statici: un imprenditore che voleva fare un bel sito doveva assumere un artista che facesse belle grafiche non troppo pesanti.
- Poi i siti son diventati dinamici: un imprenditore che voleva fare un bel sito doveva assumere un esperto di php e database;
- ora i siti vogliono portare le informazioni per telefonini: un imprenditore che vuole fare un bel sito deve assumere un esperto di geolocalizzazione e browsers mobile;
in tutti e 3 i casi l'imprenditore dovrebbe avere dipendenti assunti a tempo indeterminato ma tre sono le ipotesi:
1) o lo stesso dipendente, assunto la prima volta, converte rapidamente le sue skills dalla prima alla seconda alla terza versione del WEB (avvenute nell'arco di 15 anni!)
2) o l'imprenditore fallisce perchè i suoi siti sono vecchi e non riescono a far fronte alle richieste di un sistema economico che cambia
3) o si fanno leggi che, pur lasciando il Tempo Indeterminato come unica soluzione, danno all'imprenditore abbastanza agilità per adattarsi rapidamente a questi cambiamenti (personalmente io opto per questa).
In risposta a questa richiesta di flessibilità il legislatore ha risposto con la precarietà: la precarietà è una risposta idiota, che
- non ha risolto il problema della flessibilità necessaria alle imprese per sopravvivere, in quanto che motivazione ha un precario a reskillarsi per un'azienda che chiede chiede chiede e non da niente?
- in compenso ha reso tutti più incerti
la risposta dovrebbe essere una legge che da all'imprenditore regole chiare e tempi economicamente possibili per adattarsi a questo tipo di cambiamenti.
2 anni di causa per licenziare un dipendente che non fa nulla non sono una risposta possibile.
2 anni di causa per licenziare un buon dipendente che, pur se in gamba, non vuole riconvertire le sue skills in base a ciò di cui l'azienda ha bisogno non sono ugualmente possibili. Le aziende falliscono durante quei due anni (il tempo che ci ha messo facebook a spazzare via tutti i Social Network locali in italia, prima di tutti Badoo, AAAmici ecc. Spazzati Via)
Se assumere una persona a tempo indeterminato non significasse mettersi una corda al collo gli imprenditori onesti assumerebbero a tempo indeterminato, perchè per un imprenditore onesto un buon impiegato è un valore, e non se lo vuole far scappare. L'imprenditore disonesto non lo considero neanche, e sono convinto siano una minoranza.
non parlo del paese dei balocchi: dove lavoro io ho un tempo indeterminato, ma ho anche dei numeri da fare, e se non faccio quei numeri entro in performance review, e non c'è leccaculismo o raccomandatismo che ti metta a riparo dai vecchi freddi numeri. tre mesi e se non performi salti.
Dall'altra parte, però, i vecchi freddi numeri di mettono al riparo dal capo stronzo, perchè se hai fatto i numeri non ti può cacciare come gli pare.
certo, se da domani la mia funzione comincia a farla una macchina, e la fa meglio di me, allora il mio capo avrà necessità, per sopravvivere, di licenziarmi, ma qui arriva una constatazione semplice: la ricerca del "posto fisso" è un'aspirazione del millennio scorso. fare lo stesso tipo di lavoro per un'intera vita lavorativa è impossibile nel terzo millennio, e la cosa migliore che un lavoratore può fare è tenere d'occhio cosa il mercato chiede da un punto di vista di skills.
ciò che si dovrebbe lottare per avere è un solo tipo di contratto, il tempo indeterminato, ma con regole precise che diano all'imprenditore la possibilità di essere abbastanza agile da far fronte ad un'economia globale, se no l'imprenditore fallisce e siamo tutti e due senza lavoro.
Più si toglie flessibilità alle aziende più le aziende cercheranno mezzi illeciti per guadagnare flessibilità. Siccome l'economia ha bisogno delle aziende (a meno che non si creda veramente alle favole della comune, nel qual caso buona fortuna!) bisogna trovare un modo di vivere decentemente in questo sistema.
alcuni analisti, infatti, fanno il forecast (per i prossimi 10 anni) di un'economia polverizzata in una serie di microimprenditori individuali che si consorziano in reti (forbes.com/.../...)
questa la mia opinione
Bhe Giacomo, devo dire che sono sostanzialmente d'accordo con te. Certo sono tutte cose da approfondire, ma secondo me vanno nella giusta direzione.
Citazione Daniele Addis:Bhe Giacomo, devo dire che sono sostanzialmente d'accordo con te. Certo sono tutte cose da approfondire, ma secondo me vanno nella giusta direzione.
già così ho fatto un poema, se avessi approfondito ancora di più ci sarebbe stato un problema di proverbiale latte alle proverbiali ginocchia![]()
Per come la vedo io la precarietà non è una disfunzione passeggera, magari dovuta a qualche furbo, in un sistema perfettibile attraverso le sue stesse dinamiche interne. Si tratta, invece, di una delle manifestazioni più dirette della stringente logica del capitale. Della sua logica intrinseca, pura e semplice.
Considerare le analisi di Marx ideologia è, prima che una tesi tendenziosa (e furba), un grave errore, giacché i suoi studi offrono una preziosa griglia interpretativa di molti fenomeni contemporanei.
Dare per scontato che il lavoro (ossia l'impiego) sia una funzione dell'apparato produttivo capitalista, come tale suscettibile di essere ridotto a pura voce di costo, è a sua volta invece appunto un costrutto dogmatico. Non si tratta di una necessità inevitabile, discendente da chissà quale legge naturale.
Giacomo, ti ringrazio per la fiducia. Ma mi accrediti di competenze che potrei solo millantare.
Sono solo uno che studia le cose, non ritengo di poter avere l'ultima parola (e nemmeno la penultima) su nulla.
Per come la vedo io (sulla base degli studi di chi si occupa di questi temi in maniera scientifica), solo dentro i meccanismo e la logica del capitale ha senso l'equiparazione lineare lavoro=impiego. Ma già adesso, in un'epoca in cui - come dici tu - è rimasta in piedi solo l'opzione capitalista (senza entrare nel merito dei giudizi di valore), è possibile separare il concetto di lavoro da quello di impiego salariato (o comunque retribuito).
Per esempio, chi tiene un blog con un minimo di lettori, "lavora" o no? Nessuno lo paga. Non ne trae reddito. Però dedica ad esso tempo, energie e competenze. Ciò può bastare a qualificarlo come una forma di lavoro, a volte anche con risultati di livello, diciamo così, professionale.
E chi si coltiva l'orto e ne trae di che mangiare (almeno per alcuni elementi della propria dieta)? E chi si fa il vino o l'olio, senza alcuno scopo commerciale? Lavora o no?
Può addirittura capitare (capita molto spesso, almeno in Sardegna, ma credo anche in Italia e altrove) che ci si scambino i prodotti di queste forme di lavoro non retribuito (una cassetta di verdura con una damigiana di vino o una forma di formaggio, che ne so: sono esempi a caso), avviando una sorta di forma embrionale di mercato.
Perché il mercato - mi capita di ricordarlo ogni tanto - non è un sinonimo di capitale, né è legato necessariamente ad esso e alle sue dinamiche (anzi, il capitale tende al monopolio e all'azzeramento della "spontaneità" del mercato).
Insomma, anche in piccolo, traendo spunto dalla realtà quotidiana di tanti di noi, è possibile intravvedere una scissione tra lavoro e impiego.
Questo è uno dei costrutti su cui punta per esempio la teoria della decrescita (felice o meno che sia).
In generale, rimando sempre volentieri anche al Rapporto sui limiti dello sviluppo, commissionato a suo tempo dal Club di Roma al MIT (quindi, non una cosa di rigida osservanza marxista). Anche lì ci sono ottimi spunti di riflessione e di ragionamento.
...Si tratta anche di valutare criticamente a quale modello di società, di collettività umana, vorremmo aderire e di analizzarne i valori fondanti e le dinamiche interne.
A me la precarizzazione del lavoro (comunque lo si intenda) sembra inaccettabile, sia in termini etici, sia in termini sociali, politici e persino economici. Anche dentro il meccanismo dominante del capitale (benché tendenzialmente favorita dal medesimo).
Le soluzioni interne alla logica del capitale non fanno i conti con un sistema mondo che soggiace (nostro malgrado) al secondo principio della termodinamica. Essendo un sistema chiuso, non c'è scampo. Esistono dei fattori di costrizione (fisici, ambientali, biologici, demografici, ecc.) che impediranno al sistema di funzionare ancora a lungo sulle basi su cui funziona adesso (i cui limiti si stanno già manifestando). Se tutto il mondo avesse gli attuali livelli di consumo degli USA, servirebbero dai tre ai cinque Pianeti Terra, per garantirli. E un paio come discarica. Ma vai a dirglielo a cinesi e indiani che devono rimanere poveri per gli americani (o per noi!).
Magari nei prossimi dieci anni, con l'avvento di governi meno miopi e corrotti (posto che possa accadere davvero), potrebbe esserci un miglioramento relativo nelle condizioni di vita di alcune fasce sociali depresse (la cui tendenza alla decadenza sociale data dagli anni 1971-3, non certo dal 2008). Non lo credo, ma anche se fosse: e dopo?
O l'accumulazione del capitale a scopo produttivo viene ridimensionata a funzione dell'interesse collettivo a godere di beni materiali e immateriali (non necessariamente di merci), sottoposta a una sfera di valori e di regole ad essa sovraordinate e accantonata come prima fonte di creazione di sovrastrutture e ideologie (ossia di narrazioni), oppure non se ne esce.
O puntiamo da subito a costruire un modello di società di quel tipo, oppure ci penserà il pianeta a ricordarci la nostra natura mortale e contingente. Non solo come individui, ma come specie.
Va bene, Giacomo. La pensiamo diversamente. Amen.
A me gli automatismi del mercato (che in realtà sono gli automatismi del capitale, quello che tu chiami business) non mi affascinano per nulla, specie perché storicamente sono falsificati dalla realtà.
Mi preme invece trovare una via per l'emancipazione sociale e la crescita culturale (non economica) della maggior parte possibile dell'umanità. Perché penso che sia l'unico rimedio all'estinzione della nostra specie sul pianeta Terra (il che sarebbe il meno) ma soprattutto perché sento di non poter aspirare alla felicità (qualsiasi cosa sia) senza che possano aspirarvi ragionevolmente tutti.
Se il prezzo della mia felicità (della mia realizzazione) è che cento persone da qualche parte muoiano di fame o che i miei figli nel corso della loro vita dovranno affrontare penuria, ignoranza e disarticolazione sociale, non mi interessa più.
Allo stesso modo non riesco a considerare il precariato come un semplice incidente di percorso accettabile (magari frutto della meritocrazia!), né i respingimenti dei migranti una giusta sanzione della "clandestinità" (peggio per loro che sono clandestini), né l'omofobia come la semplice manifestazione patologica di un rifiuto "naturale" di pratiche sessuali e condotte morali "sbagliate", ecc. ecc.
Insomma, il modello economico, politico e sociale in cui siamo incastrati non mi piace né mi sembra correggibile attraverso i suoi stessi elementi.
Tu pensi che si possa redimere dall'interno? Va bene. Provaci. Sono con te.
Ma nel frattempo, perdonami, cerco di trovare un modello migliore, se ci riesco.
Perdonami, Giacomo. Non voglio eludere nessuna questione. Ma credo che non sia il caso di ingolfare questo spazio con discussioni sui massimi sistemi inevitabilmente approssimative e anche abbastanza off topic.
Ti ripeto che se avessi una ricetta in tasca la conosceresti già, perché l'avrei spacciata in giro, gratis, con ogni mezzo.
Ma non ce l'ho. Faccio parte di quella vasta compagnia che sta cercando una via alternativa senza distruggere quello che di buono abbiamo ereditato e senza mettere in preventivo sofferenze e privazioni per qualcuno, chiunque sia.
Se affermo (un po' assertivamente, lo ammetto) che gli automatismi e l'autoregolamentazione del mercato sono falsificati dalla realtà, non sto imponendo la mia opinione, ma sintetizzando le conclusioni dell'osservazione storica di tanti studiosi che si occupano di queste faccende in modo scientifico (nel senso di rigoroso e appunto falsificabile).
Non vivo in una comune, ma la parola "comune" per me non è una parolaccia. Come non lo è "capitale".
Cerco di capirne i meccanismi e le relazioni sistemiche con sguardo "laico", questo sì.
Pretendere che la politica razzista dei respingimenti non sia legata ai modelli produttivi dominanti mi pare quanto meno viziato da una posizione ideologica preconcetta.
Dopo di che, non è che se uno ha un'idea teoricamente positiva del modello produttivo capitalista automaticamente è un disgraziato, magari berlusconiano.
Però è anche vero che Berlusconi non è la causa dei mali che ci affliggono, bensì è una funzione delle forze materiali e sociali che questa situazione hanno creato o gestito nel proprio interesse.
Scomparso Berlusconi, il precariato ci sarà ancora (dato che non è nelle intenzioni dei suoi oppositori ufficiali di eliminarlo). E questo è solo un esempio.
La bandiera del Che non ce l'ho manco io (ne ho una strana, bianca con un albero verde al centro, però).
Il modello di convivenza che a me piacerebbe si rifà un po' agli articoli 41, 42 e 43 della costituzione italiana (che non è certo da buttare, e se per disgrazia tra vent'anni fossi ancora cittadino italiano cercherei di tenermela ancora stretta, in moltissime sue parti), nonché alle teorie dei vari Latouche, Amartya Sen, Fitoussi, Ostrom (notare che non si tratta di studiosi perfettamente in linea l'uno con l'altro). E non prescinderei nemmeno dagli esiti del pensiero strutturalista e post-strutturalista, così come dalle grandi sintesi storiche di Braudel o di Habsbawm, o dagli studi sulla "convergenza" (come quelli di Jenkins).
Ma con questa sfilza di nomi che cosa ti ho detto di nuovo? Nulla. Mi dispiace. Prendili come suggerimenti di lettura per comprendere almeno un poco quale sia la direzione in cui mi sto orientando (è lì che si trova la mia opinione).
Grazie per la possibilità di confronto civile.
18.05.2012 18:30 -
20:30
Napoli - Un'altra galassia
20.05.2012
Data ferma
22.05.2012 - 24.05.2012
Lisbona
26.05.2012 18:30 -
20:30
Serata a sostegno di Emergency
27.05.2012
Data ferma - privata