
(scritto per Il Malepeggio - novembre 2006 - la foto è di Max Solinas)
“Il mio è un lavoro che è meglio non cominciare nemmeno a farlo.” E’ la prima cosa che mi dice Antonio quando gli chiedo di raccontarmi quello che fa per vivere. Parla due lingue straniere, e non usa il tono artefatto di tanti suoi colleghi. Ha una moglie e due bambini, uno nato tre mesi fa; a queste condizioni, difficile trovare un lavoro meno adatto del portiere di notte. Ha pensato di chiedere il congedo parentale per godersi i primi mesi dopo il parto, ma il datore di lavoro ha già un altro dipendente assente per maternità e chi rivendica questo tipo di diritti è visto come uno che non prende sul serio il suo mestiere e vuole incasinare gli altri. Il rischio della notte è quello di vivere una vita che non si incontra mai con le altre; per questo la legge sul lavoro notturno specifica che ad ogni tre notti di veglia consecutive devono seguire tre giorni di riposo, compreso lo smontante. Però negli hotel piccoli a gestione semifamiliare nessuno rispetta questa alternanza, perché implicherebbe sostenere il costo dello stipendio di due persone che si avvicendino. “Non mi lamento, comunque. Trovare lavoro qui è già una fortuna. Ho fatto le stagioni per anni a Livigno, so cosa vuole dire stare lontani; per questo non stai a discutere su tutte le condizioni che ti danno, se hai il lavoro vicino casa”. Mentre mi prepara un caffè, sostiene che è meglio fare tutte le notti consecutive, “altrimenti a star svegli non ci si abitua mai”.
18.05.2012 18:30 -
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