Questo l'ho scritto per L'altra Sardegna, il mensile della CGIL sarda.

 

Lo confesso proprio qui, come un punto di partenza: sono stata una lavoratrice precaria troppo a lungo per aver maturato con il sindacato un rapporto di reale fiducia. Gli organi tradizionali di rappresentanza non avevano cittadinanza nelle terre del lavoro invisibile dove camminavamo io e i miei colleghi: erano inesistenti laddove si perpetravano le vessazioni e ci apparivano troppo rigidi nelle strutture e nei metodi per potersi adattare al nostro pericolante equilibrio contrattuale. Noi, che stentavamo persino a confessarci l’un l’altro quanto quel modo di lavorare ci precarizzasse le scelte e i sogni, non avremmo mai concepito per noi stessi una rappresentanza sindacale: sarebbe equivalso a dire che qualcosa non andava, e la negazione del dissenso era parte non scritta del nostro contratto. Del resto, lamentarsi delle condizioni di lavoro nella provincia sarda con i più alti tassi di disoccupazione dell’isola sarebbe sembrato a tutti di cattivo gusto, a prescindere da quanto ci pagassero o ci vessassero, e quindi tacevamo. Al massimo ci licenziavamo, ma senza dire mai il vero motivo. Ognuno di noi aveva la percezione chiara della propria solitudine davanti alla difficoltà, ed era convinto che l’unica mano su cui poteva contare stesse attaccata all’estremità del proprio braccio. Fu una scuola formidabile per apprendere una volta per tutte che l’organizzazione di meccaniche individualiste produce - in maniera automatica e in tempi sorprendente brevi - una generazione di individui che si concepiscono come unica misura di sé stessi. È sufficiente frantumare i fronti, generare interessi diversi in categorie omogenee, per fare in modo che ogni movimento del sistema produttivo induca le persone a concentrare le forze solo sulla propria sopravvivenza. Una volta normalizzati e resi organici anche gli spazi tradizionali di organizzazione del contrasto, prime tra tutti le forze sindacali, chi si sentirebbe abbastanza eroe da affrontare i mulini a vento? Ed è di eroi che abbiamo bisogno per ottenere quello che avevamo già? Basterebbe essere solidali, ma è raro che nascano solidarietà in mondi come quello in cui stiamo vivendo, che è precario non più solo per i precari; il contratto individuale genera individualisti, persone incapaci di pensare al plurale anche quando sono in gioco beni collettivi, e questo individualismo si allarga ben oltre il contesto strettamente professionale. Noi, privi di una memoria storica sulle lotte sindacali, non avevamo gli strumenti per capire che il call center, con le sue postazioni a isola dove lavorare contemporaneamente non ha mai voluto dire lavorare insieme, era la metafora del nostro modo di stare al mondo: non talenti unici, come volevano farci credere nelle sezioni di formazione motivazionale, ma semplicemente, tragicamente soli. I nuovi contratti hanno generato una mutazione antropologica che prescinde dal lavoro in sé, perché hanno intaccato, prima ancora che i diritti, i livelli di coscienza dei nuovi lavoratori. Per consentire la scomparsa dei diritti di alcuni c’è voluto l’assenso muto di tutta una generazione di lavoratori garantiti, e da più parti è sorto il dubbio che il sindacato davanti a queste dinamiche abbia buttato a mare la sua parte più socialmente conflittuale per salvare sé stesso come organizzazione. L’accordo di Pomigliano ha confermato che questo pensiero non era solo un sospetto, e oggi il timore è che la diga, crepata nella sua colonna portante, ceda rovinosamente lasciandosi a valle molti più sommersi che salvati.

Eppure qualcosa da salvare c’è: la mia generazione non ha ancora rinunciato del tutto a cercare interlocutori, a immaginare sostegno nei padri e nei fratelli maggiori, a sognare di poter nuovamente pronunciare la parola “noi” senza sentirci dentro l’eco vuota della retorica. La partita è aperta finché il sindacato sceglie di restare nella storia di questo paese senza scorciatoie né calcoli di piccolo cabotaggio. Ogni volta che farà gesti coraggiosi troverà al suo fianco anche i nuovi lavoratori, quelli meno garantiti. Ma dovrà essere capace di insegnare loro ancora una volta che gli unici diritti che abbiamo sono quelli che siamo in grado di difendere.

Commenti  

 
#1 Bomboi Adriano 2010-12-30 15:22
Buon 2011!

Concordo in linea di massima con l'articolo, penso che il discorso debba essere integrato a problematiche più vaste che prescindono anche dalla natura del contratto individuale e dall'assenza di una tutela sindacale per determinate fasce di lavoro.
La differenza con altri stati sta anche nelle differenze strutturali dell'Italia con altre realtà, la mobilità sociale da noi è difficoltosa o repentina. Il lavoratore non viene agevolmente accompagnato nei momenti di difficoltà dalle istituzioni, ed il mercato (poco competitivo e rigido) non offre valide alternative.
Il tentativo di questo o quel governo quindi di rendere flessibile il lavoro - proprio per disinnescare la rigidità di questo sistema - va a scontrarsi con le deficienze italiche maturate nel corso degli ultimi decenni (come quelle dell'ingente debito pubblico e della scarsità di investimenti, a cui si accompagnano salari alquanto bassi).

Tutto ciò, se antropologicamente lo si può osservare, ha inasprito un individualismo sociale che noi indipendentisti ben conosciamo e che attiene allo nascita dello stesso stato Italiano: la rivalità, l'individualismo e la sopraffazione sono infatti gli elementi che hanno contraddistinto l'espansionismo sardo-piemontese del risorgimento, creando un Italia a due velocità: un nord, un sud ma anche un sistema insulare sempre più periferico (come la Sardegna).
Fintanto che le vecchie dogane hanno tenuto relativamente stabile il sistema, la struttura consentiva il "lusso" di preservare questo sistema rigido e di garantire esportazioni a suon di svalutazioni della moneta. Ma oggi, con l'avanzare della globalizzazione, questo sistema si è dimostrato del tutto impreparato (peggio che altre parti dell'Europa e dell'occidente) ad affrontare la competitività globale.
Ecco perché le forze centrifughe del "si salvi chi può" continueranno ad espandersi.
E forse non a torto, proprio per via delle differenze socio-economiche territoriali di questo Stato che richiedono, di volta in volta, misure diverse. E perché istituzioni centraliste che negano ed ignorano tali diversità non possono quindi neppure occuparsi dei diritti individuali prima che di quelli collettivi.
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#2 Grazia Pintori 2011-01-02 11:51
Michela, ha espresso con parole limpide quello che tutti confusamente intuiamo. Non c'è salvezza individuale di questi tempi. Le faccio anche i miei migliori auguri per tutte le sue attività future.
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