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Questo articolo di Vittorio Zucconi è uscito su Repubblica del 15 agosto 2010. Poiché l'indomani non escono i giornali, c'è una doppia probabilità che venga letto sotto gli ombrelloni e faccia riflettere qualche intollerante nostrano.

barackCi volevano fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d'America sono costruiti sulla libertà di praticare "qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo".

In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della "zona Bush" e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un'economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della "triangolazione" inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l'opposto.

Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.

Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall'altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell'America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l'occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.

Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che "come cittadino e come Presidente - si noti la precedenza data alla parola cittadino - credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione". Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.

Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da "una questione strettamente locale" come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell'11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l'opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all'unanimità - evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo - una mozione per bloccare il "Centro Cordoba", come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.

Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'"iftar", il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l'erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson duecentoventi anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s'intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l'intolleranza e l'odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. "Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l'America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo".

Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa "città sulla collina" che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un'America pre 11 settembre 2001 e un'America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al "dopo". Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin ("una provocazione" ha chiamato quel centro islamico), domandano "perché una moschea proprio lì" e coloro che, come Obama, chiedono: "Perché non lì?" visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.

Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l'accusa di fare molto "simbolismo", come fu il celebre discorso all'Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime "collaterali", cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di "sacrilegio".

E l'economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s'inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell'America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari.

Fermo restando il rispetto dovuto al lutto altrui, dire che provo fastidio per la retorica bellica dei caduti nostrani in Afghanistan è riduttivo, e questa irritazione smuove un flusso di pensieri che cerca rovinosamente un estuario di condivisione; purtroppo, davanti al santino dell'eroe morto in guerra missione di pace, sembra sia considerato buon gusto rimandare a dopo anche il moto del pensiero critico. Deve essere per questo che, atterrito dal timore di offendere le vedove dei soldati con qualche antipatriottica attività neuronica, il PD ha creduto bene di partecipare al lutto di stato annullando tutti i dibattiti e gli appuntamenti culturali delle feste democratiche in corso. Che questo confermi anche a sinistra l'equivalenza diretta tra cultura e spettacolo dovrebbe far quantomeno riflettere, attività che mi auguro tornerà ad essere considerata decorosa una volta cessato il lutto nazionale.
Quello che penso comunque l'hanno scritto già Omar qui, Gino Strada qui e Marco Travaglio nell'incipit di questo pezzo.
amarezza
Un anno fa mi presi da più parti nientemeno che dell’antisemita, perché insieme ad Alberto Masala, Simona Baldanzi, Paolo Maccioni e pochi altri scrittori italiani rifiutai di firmare l'appello di solidarietà agli organizzatori della fiera del libro di Torino, che aveva avuto l'infelice idea di invitare Israele come ospite d’onore in occasione dei 60 anni della sua fondazione. Spiegai allora che la motivazione aveva in sé troppi aspetti conflittuali per poterla sbrigativamente etichettare come occasione di festa, meno che mai in nome della letteratura. A quella chiara operazione di vernissage politico fu un atto dovuto far corrispondere un altrettanto chiaro rifiuto a farsi usare per legittimare qualcosa che ha causato e continua a causare migliaia di morti nei territori occupati. Conservo ancora email di amici ebrei o filo-israeliani che dopo quel post mi hanno chiuso le comunicazioni con indignazione, quindi non ho più molto da perdere se dico che a distanza di un anno – davanti alla ripresa violenta delle ostilità militari sulla striscia di Gaza da parte di Israele – avevamo piena ragione di negare qualunque sostegno culturale al modo in cui Israele intendeva e intende il suo diritto all’esistenza. Per capirci qualcosa ho letto centinaia di articoli sulla stampa internazionale, mi sono subita il coro unanime dell’informazione italiana mainstream sul terrorismo di Hamas, su Israele che starebbe solo difendendo il suo diritto ad esistere, e tutta la retorica del nazionalismo israeliano spacciata come legittima da questo o quell’opinionista “esperto di problemi mediorientali”. La cosa più attentibile e documentata però l’ho letta qui, e porta la firma di Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi. Se ne trova un’ottima traduzione sul sito di Megachip, casomai qualcuno decidesse di non fidarsi solo di Emilio Fede e Gianni Riotta per sapere cosa sta veramente succedendo a Gaza.

Ringrazio tutti per i complimenti ricevuti per il premio Campiello. Tornerò a scrivere sul sito appena mi sarà possibile. Michela

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