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E' successo che parecchi mesi fa fosse trapelata pubblicamente la notizia dell'intento militare di piazzare sulle coste della Sardegna ben 15 radar, alcuni dei quali del modello Elm-2226 di fabbricazione israeliana, di cui quattro assegnati alla Guardia di Finanza e gli altri alle capitanerie di porto, concentrandoli in modo particolare sulla costa occidentale, quella dove vivo io. La motivazione ufficiale addotta dai corpi interessati era la necessità di monitorare arrivi di clandestini, ragione infame che apparirebbe insufficiente a motivare il posizionamento di 15 radar con a tiro aree abitate anche se fosse vera, e ovviamente non lo è, dato che la costa della Sardegna occidentale e settentrionale non è oggetto di nessun flusso di stranieri che non siano provvisti di yacht e pingue conto in banca.

La gente infatti si è giustamente incazzata e ha fatto resistenza, creando presidii nei siti individuati e coinvolgendo i propri sindaci nella lotta contro l'abuso costituito dalla sottrazione ai sardi di nuove quote di territorio sano e civile per scopi militari. La Sardegna infatti ospita già il 60% del totale delle basi militari italiane e ha una quota di mare e di cielo chiuso per attività militari che corrisponde al doppio della sua stessa superficie. Vogliamo che queste quote diminuiscano fino a sparire, non che aumentino.

La gente di alcuni di questi luoghi ha fatto ricorso al TAR evidenziando i pericoli per la salute rappresentati dall'installazione di radar a raggio di operatività di diverse decine di km, ma guarda caso prima che il TAR si pronunciasse (magari ripetendo la clamorosa sentenza a favore dei ricorrenti che avevano già emesso altri tribunali regionali in Italia) la capitaneria e la guardia di finanza hanno fatto venire a mancare l'oggetto del contenzioso, dichiarando che non avrebbero più messo i radar nei luoghi civili, ma che si sarebbero "limitati" a posizionarli in zone già soggette alla servitù militare. In parte è una vittoria: significa che se la gente protesta non è così scontato che i vertici militari facciano comunque come vogliono. In pratica però non cambia niente: i radar restano 15, sono solo stati concentrati in luoghi che hanno sì le stesse caratteristiche ambientali, paesaggistiche e di antropizzazione dei precedenti, ma dove i militari hanno molto più potere di manovra. Questi:

Uno di questi luoghi è Capo San Marco, il luogo magico dove sono cresciuta, dove mio fratello ha il suo ristorante e dove vado a respirare e guardare il mare ogni volta che posso. Non c'è nessuna base militare, solo un vecchio faro, ma per piazzarci due radar è sufficiente. Accadrà a breve a meno che qualcuno non si opponga, facendo capire che quel territorio, cuore prezioso di un'area marina protetta e luogo dell'anima delle comunità di Cabras, Nurachi e Oristano, appartiene ai sardi e non è a disposizione degli scambi di favori tra industria bellica e poteri militari. Io non ho intenzione di stare a guardare.

Il comitato No Radar Capo San Marco ha organizzato per sabato 7 gennaio una passeggiata nel Sinis per ribadire che il territorio è dei sardi che lo amano e vogliono viverci in modo sano e pacifico. Partiremo alle 11:30 dalla piazza di San Giovanni davanti al centro visite e proseguiremo verso il Capo accompagnati da una guida che ci illustrerà le bellezze paesaggistiche e archeologiche di quel tratto di costa. Avremo il pranzo al sacco e ci verrà distribuito materiale informativo sul radar e sulle attività utili a contrastarne l'installazione. Centinaia di persone, anche famiglie e anziani, stanno già aderendo: chiunque è benvenuto. Io ci sarò. Non sono graditi simboli di partito: questa è una manifestazione di popolo senza etichette che non siano quelle della rivendicazione della sovranità pacifica sul terrirorio.

Ulteriori informazioni si trovano sulla pagina FB del comitato organizzatore.


È difficile farsi spazio tra le gambe nude di tutte le ragazze che affollano le cronache di questi giorni. Qualunque voce fatica a trovare ascolto in mezzo agli schiamazzi dei pupazzi ipnotizzati dalla fine senza dignità del loro anziano burattinaio.
Non c’è che una notizia da dare, ed è lui.
Non c’è che una storia da trasmettere, ed è la sua, dettaglio per dettaglio.
Il resto a pagina 32, se avanza posto.
È così che questo paese ha lasciato che Berlusconi diventasse il solo parametro del suo bene e del suo male, l’unica misura della sua indignazione o della sua assuefazione. Come stupirsi se i suoi problemi sono diventati nostri, o se le parole più familiari ce le siamo ritrovate davanti svuotate di senso e privatizzate sotto nuovo copyright?

Così, se un assessore si sveglia la mattina e dice che i libri di certi autori vanno tolti dalle biblioteche e dalle scuole della sua provincia, succede che in un paese che ha perso la bussola i giornali pensino che questa sia una notizia da pagina “culturale”. In qualunque altro posto sarebbe cronaca, la cronaca nera di un paese sbandato, capace di scambiare la censura per recensione, la proscrizione per dibattito, la ritorsione per lezione di moralità.

Nel migliore dei casi la notizia finisce dentro un’altra narrazione, quella del caso Battisti, ottenendo di far diventare centrale un’occorrenza che è solo un pretesto. Che sia un pretesto lo evidenzia il fatto che i bibliotecari stanno già subendo - e in qualche caso denunciando – pressioni politiche per togliere dagli scaffali anche autori che con l’appello per Battisti non hanno nulla a che fare. Funziona così. Oggi l’assessore pensa che cinquanta autori siano “cattivi maestri” e "difensori dei terroristi", e vadano zittiti. Domani un altro in Piemonte penserà magari che Beppino Englaro è diseducativo per i giovani, e va zittito. Poi un altro in Friuli si sveglierà pensando che il tale autore musulmano va levato dalle biblioteche perché la cultura islamica è fondamentalista e contamina l’inclusiva e aperta cultura italiana. E' così che funziona. Per questo il nome di Battisti è una scusa. Domani sarà il nome di altro. Il mio, il tuo, il vostro, uno per ogni testa di assessore di questo mondo.

Per questo rifiuto i tentativi di spostare la questione su chi ha firmato a suo favore, e non accetterò nessun invito – Speranzon ha detto ai giornalisti che me lo avrebbe fatto pervenire - a partecipare a dibattiti che parlano di lui. Non ho firmato appelli per Battisti e penso che chi ha commesso un reato debba scontare la sua pena. Ma questo non c'entra niente col fatto che chi crede che nel 2004 a Battisti sarebbe spettato l’asilo politico in Francia abbia il sacrosanto diritto di dirlo senza rischiare di essere epurato dalle biblioteche pubbliche, né subito né sette anni dopo. E se qualcuno pensa che sia un diritto ovvio, è solo perché non ha ancora capito che in questo paese di ovvio non c’è più niente. La fine di un regno non è terra ferma, ma un tempo nebbioso dove il concetto di stabilità va rifondato con cautela. Alla fine di questa palude gli unici punti fermi su cui potremmo contare saranno quelli da cui ci siamo rifiutati di spostare il piede.

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Lettera di Tiziano Scarpa a Luca Zaia

Presidente Zaia, Gesù ha detto: «Amate i vostri nemici». Il mio modo di amare il nostro nemico Cesare Battisti fu di informarmi sulla sua vicenda e dubitare della quantità di colpe che gli erano state attribuite (lo penso anche oggi). Lo definisco nostro nemico perché sono contrario come tutti noi al terrorismo e provo una profonda compassione per le vittime. Riconosco con dispiacere che il primo appello che firmai non conteneva parole di solidarietà a loro (ne firmai un altro che integrava questa mancanza). I terroristi sono ancora tabù: come si vede in questi giorni, prendere una posizione che possa in qualche modo giovare loro viene confuso con una difesa del crimine fatta contro chi lo ha subito. È come il buco di un lavandino che risucchia tutto quello che hai fatto nella vita: improvvisamente rischi di diventare «persona non gradita» nella tua città; si propone di togliere i tuoi libri dalle biblioteche e di non farti parlare nelle scuole. Quasi una morte civile.

Aggiungo, per onestà intellettuale, che non ho apprezzato il comportamento di Battisti in questi anni: non mi risulta che egli abbia contribuito a fare chiarezza con rivelazioni decisive. Presidente Zaia, voglio parlarle da concittadino (benché «non gradito»), non da avversario: lei non può punire il dissenso. Rifletta sul fatto che alcuni governanti, lei compreso, stanno avviando azioni inaccettabili: se fossero applicate con coerenza dovrebbero far sparire da biblioteche e scuole molti libri del passato e del presente, e ritirare il diritto alla libertà di opinione, compreso il diritto di stare dalla parte del torto. Di conseguenza, sarebbe necessario esaminare la biografia di ogni autore vivente, per verificare se nella sua vita abbia sostenuto una causa moralmente discutibile. Oggi tocca a noi che sette anni fa abbiamo letto un appello e l’abbiamo firmato, mala prossima volta? Che facciamo, Presidente, censuriamo il libro Adottiamo la terra, perché l’autore Luca Zaia fa parte del partito il cui capo ha minacciato l’insurrezione armata contro lo Stato? (Sottolineo «armata»: cioè che prevede spargimento di sangue). Gli vietiamo l’accesso nelle scuole? Istituiamo un certificato di probità civica, con timbro e concessione governativa del diritto a parlare in pubblico? Bolliamo come «persone non gradite» tutti i cittadini che hanno espresso opinioni politicamente scabrose? Presidente Zaia, ma davvero non vede quanto è incivile tutto questo? Sul serio le sfugge che rischia di trascinare la sua giunta nel ridicolo, e il Veneto nell’autoritarismo? Noi Veneti passiamo già per avidi e razzisti, per colpa di odiosi istrionismi e iniziative inumane di sindaci e amministratori pubblici. Ora dovremo diventare anche una regione a libertà limitata?

Tiziano Scarpa

Dichiarazioni di Loredana Lipperini a Padova News

Segni di civiltà:
1) Massimo Cacciari e Giordano Bruno Guerri.
2) Convegno sui roghi dei libri.
3) Interrogazione parlamentare del PD.
4) Biblioteche che resistono.
5) Librerie che reagiscono.
6) Presidi che sanno il loro mestiere.

Segni di altra natura:
1) Veneto chiama
2) Friuli risponde

Questo articolo di Vittorio Zucconi è uscito su Repubblica del 15 agosto 2010. Poiché l'indomani non escono i giornali, c'è una doppia probabilità che venga letto sotto gli ombrelloni e faccia riflettere qualche intollerante nostrano.

barackCi volevano fegato, enorme coraggio civile e un pizzico di vocazione al suicidio elettorale per fare quello che il Presidente Obama ha fatto venerdì sera. Una impopolare scelta di civiltà. Il coraggio di schierarsi decisamente, secondo la civiltà e la storia americane a favore della futura moschea a due isolati dagli spettri delle Torri Gemelle, perché gli Stati Uniti d'America sono costruiti sulla libertà di praticare "qualsiasi fede religiosa, da parte di qualsiasi cittadino, in qualsiasi luogo".

In un momento orribile per la sua popolarità che comincia ad avvicinare gli abissi della "zona Bush" e dunque per le fortune del Partito Democratico avviato a una mazzata elettorale storica in novembre, prudenza, opportunismo e astuzia gli avrebbero dovuto consigliare silenzio, su una vicenda che non riguarda direttamente la Casa Bianca e dalla quale lui non ha nulla da guadagnare e dunque tutto da perdere. Preso tra una destra biliosamente demagogica e una sinistra sussiegosamente impermalosita, impaniato in un'economia che non riprende e lo trascina in basso, Obama avrebbe potuto ricorrere al collaudato trucco politichese della "triangolazione" inventato da Bill Clinton: dire una cosa e fare l'opposto.

Clinton avrebbe tuonato contro il fanatismo islamico e sotto traccia avrebbe incoraggiato la comunità musulmana a costruire il proprio centro magari due isolati più lontano, o avrebbe invocato la libertà religiosa, lavorando poi in silenzio per impedire quello che molti newyorkesi considerano un oltraggio alla memoria delle vittime del terrorismo islamista.

Ma Obama non è Clinton. La sua storia personale, la sua natura, la sua aspirazione a essere un leader etico e non soltanto un amministratore, gli ha impedito di guardare dall'altra parte come i suoi stessi consigliori gli raccomandavano. La sua è esclusivamente una religione civile, una fede nell'America della storia e della Costituzione come soltanto i cittadini di prima generazione, quale lui è, e di minoranza etnica che hanno conosciuto il sapore amaro della marginalizzazione, coltivano. Quando l'occasione per un discorso alto, nobile, laico, come sempre magnificamente pronunciato, si presenta, non sa resistere.

Fatta la scelta di parlare, non aveva scelta. Non poteva dire altro che "come cittadino e come Presidente - si noti la precedenza data alla parola cittadino - credo che i Mussulmani abbiano lo stesso diritto di praticare la propria religione di chiunque altro, in questa nazione". Quando ciò che dovrebbe essere sacrosantamente ovvio diventa elettoralmente rischioso, il segno dei tempi non è buono.

Invano il suo addetto stampa Robert Gibbs, ormai avviato al licenziamento, gli aveva raccomandato di tenersi fuori da "una questione strettamente locale" come questa moschea di 13 piani da erigere due isolati a nord dal cratere dell'11/9, che a ormai quasi dieci anni di distanza dal massacro resta un grande vuoto nel cuore di Downtown Manhattan. Il sindaco della città, Bloomberg, si era già detto pienamente a favore della richiesta, nonostante l'opposizione della comunità ebraica. Il potentissimo comitato di zona aveva respinto all'unanimità - evento miracoloso nella città più litigiosa del mondo - una mozione per bloccare il "Centro Cordoba", come i promotori hanno chiamato il progetto, ricordando la grande e squisita città multietnica andalusa governata dagli Arabi fino al XIII secolo. Obama non avrebbe quindi il potere né per bloccare, né per imporre la costruzione.

Se ha sentito il bisogno di intervenire davanti a leader mussulmani e chierici invitati alla Casa Bianca per l'"iftar", il pasto serale che interrompe il digiuno quotidiano durante il Ramadan, è perché Obama si sente l'erede e il custode di una storia che comincia con Thomas Jefferson duecentoventi anni or sono, quando il padre della democrazia americana e della separazione fra Stato e Chiesa s'intratteneva con religiosi mussulmani, perché nella sua vita è stato esposto a culture, esperienze, fedi, etnie diverse che gli rendono incomprensibili l'intolleranza e l'odio che quel cratere nel centro di Manhattan rappresentano. "Capisco le emozioni che questo problema suscita, ma questa è l'America e il principio secondo il quale popoli di ogni fede sono benvenuti, e non saranno trattati in maniere diverse dal loro governo, è parte essenziale di ciò che siamo".

Meravigliosi principi che hanno fatto, più che cannoni e certamente più del dollaro, la grandezza di questa "città sulla collina" che gli Usa sono, ma che politicamente dimenticano una terribile verità: che esiste un'America pre 11 settembre 2001 e un'America post 11 settembre. Una moschea con grattacielo di 13 piani a cento metri da una tomba a cielo aperto scavata da chi uccise credendo di compiere una missione divina appartiene al "dopo". Non ci sono conciliazioni razionali fra coloro che a New York, e nelle schiere dei seguaci di abili manipolatori della politica come Sarah Palin ("una provocazione" ha chiamato quel centro islamico), domandano "perché una moschea proprio lì" e coloro che, come Obama, chiedono: "Perché non lì?" visto che decine di mussulmani morirono quel giorni accanto a cristiani, ebrei, atei.

Infatti, Obama è riuscito a irritare tutti e a non accontentare nessuno, come accade a chi dice la cosa giusta, a parte il promotore del progetto, il costruttore Sharif al-Gamal, entusiasta. Dal mondo arabo e mussulmano arriva l'accusa di fare molto "simbolismo", come fu il celebre discorso all'Islam pronunciato al Cairo, e poca sostanza, mentre il campo di Guantanamo resta aperto e le vittime "collaterali", cioè innocenti, in Afghanistan e in Pakistan sotto i bombardamenti, si accumulano. La principale organizzazione ebraica degli Usa, la Anti Defamation Ligue, lo critica e si oppone ferocemente alla moschea, tra le grida e gli strepiti dei repubblicani che accusano il Presidente di "sacrilegio".

E l'economia, che è il solo altare ai cui piedi alla fine ogni tabernacolo, ogni Libro, ogni paramento, ogni fede in America s'inchinano, resta una dea immusonita e incollerita che chiederà il sacrificio civile di un presidente, di Obama, che troppo ancora crede alla civiltà della politica e allo spirito dell'America, anche, e soprattutto, quando brutalmente ferita e offesa dai barbari.

Fermo restando il rispetto dovuto al lutto altrui, dire che provo fastidio per la retorica bellica dei caduti nostrani in Afghanistan è riduttivo, e questa irritazione smuove un flusso di pensieri che cerca rovinosamente un estuario di condivisione; purtroppo, davanti al santino dell'eroe morto in guerra missione di pace, sembra sia considerato buon gusto rimandare a dopo anche il moto del pensiero critico. Deve essere per questo che, atterrito dal timore di offendere le vedove dei soldati con qualche antipatriottica attività neuronica, il PD ha creduto bene di partecipare al lutto di stato annullando tutti i dibattiti e gli appuntamenti culturali delle feste democratiche in corso. Che questo confermi anche a sinistra l'equivalenza diretta tra cultura e spettacolo dovrebbe far quantomeno riflettere, attività che mi auguro tornerà ad essere considerata decorosa una volta cessato il lutto nazionale.
Quello che penso comunque l'hanno scritto già Omar qui, Gino Strada qui e Marco Travaglio nell'incipit di questo pezzo.
amarezza
Un anno fa mi presi da più parti nientemeno che dell’antisemita, perché insieme ad Alberto Masala, Simona Baldanzi, Paolo Maccioni e pochi altri scrittori italiani rifiutai di firmare l'appello di solidarietà agli organizzatori della fiera del libro di Torino, che aveva avuto l'infelice idea di invitare Israele come ospite d’onore in occasione dei 60 anni della sua fondazione. Spiegai allora che la motivazione aveva in sé troppi aspetti conflittuali per poterla sbrigativamente etichettare come occasione di festa, meno che mai in nome della letteratura. A quella chiara operazione di vernissage politico fu un atto dovuto far corrispondere un altrettanto chiaro rifiuto a farsi usare per legittimare qualcosa che ha causato e continua a causare migliaia di morti nei territori occupati. Conservo ancora email di amici ebrei o filo-israeliani che dopo quel post mi hanno chiuso le comunicazioni con indignazione, quindi non ho più molto da perdere se dico che a distanza di un anno – davanti alla ripresa violenta delle ostilità militari sulla striscia di Gaza da parte di Israele – avevamo piena ragione di negare qualunque sostegno culturale al modo in cui Israele intendeva e intende il suo diritto all’esistenza. Per capirci qualcosa ho letto centinaia di articoli sulla stampa internazionale, mi sono subita il coro unanime dell’informazione italiana mainstream sul terrorismo di Hamas, su Israele che starebbe solo difendendo il suo diritto ad esistere, e tutta la retorica del nazionalismo israeliano spacciata come legittima da questo o quell’opinionista “esperto di problemi mediorientali”. La cosa più attentibile e documentata però l’ho letta qui, e porta la firma di Richard Falk, relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi. Se ne trova un’ottima traduzione sul sito di Megachip, casomai qualcuno decidesse di non fidarsi solo di Emilio Fede e Gianni Riotta per sapere cosa sta veramente succedendo a Gaza.
circa 1 ora fa ahi si ti pigu, ahi ahi si ti pigu... #sardiniaconnection
circa 13 ore fa http://t.co/Na8GB979 (Sui rimpianti in punto di morte, in Inghilterra e anche in Italia. Traduzione approssimativa.)
circa 19 ore fa @FrancescoAbate @insopportabile Fill'e anima. Voleva dire fill'e anima.
circa 20 ore fa @alepallo @MelogNicoletti Mellon amin, sei un provocatore nato.
circa 20 ore fa A chi non vorrebbe mai che suo figlio vedesse bambini handicappati. http://t.co/gcOzsQsr @MelogNicoletti
circa 1 giorno fa @paolaturci "Il sud di Marcello Murru attraversa il cuore e lascia tracce calde. Lo vorrei a Gavoi." :*
circa 1 giorno fa Biancaneve e altre brutte storie di donne (al cinema e non). @LaLipperini http://t.co/QYitJT9y
circa 1 giorno fa http://t.co/lI3UyEqq Farsi del bene con Marcello Murru è un ottimo antidoto al freddo. Meraviglioso il suo sud.
circa 1 giorno fa @AntonioBachis Ti chiameranno 5 bravi ragazzi, li mando io. Avranno un'offerta che non potrai rifiutare. Non aggiungo altro.
circa 2 giorni fa Se Obama balla in tv è disinvolto e pop, se lo facesse Monti penseremo che è impazzito. L'American way certe volte va preso con le molle.
circa 2 giorni fa @R_De_Santis Io uno come Pili preferirei parlasse e basta. E' quando comincia a fare che mi preoccupo. L'elenco delle leggi che ha votato!
circa 2 giorni fa @arcanavera Il mio problema è che non mi possopiù nemmeno permettere una battutaccia su FB senza che uno di questi esca di testa. :D
circa 2 giorni fa @arcanavera Io sono senza parole. Non dico più niente, che qui è sparare sulla croce rossa.
circa 2 giorni fa @giuseppepala88 Confesso: stamattina non sto combinando niente, non riesco a smettere di ridere. Adesso esco e mi compro l'Unione sarda.
circa 3 giorni fa Svegliarsi e scoprire di essere protagonista di un combattimento interstellare. http://t.co/XUqhy3ku Grazie, onorevole Mauro Pili!
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"Gramsci è intellettualmente sexy" (Salone del libro 2011, Odio gli indifferenti)

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